Fino a che punto?

Stanco ormai di vedere i “Sei personaggi”, “La bisbetica domata” o “La locandiera”, ho praticamente smesso di andare a teatro, frequento il cinema e guardo la TV. E in attesa che Marcello Isidori mi licenzi, ecco qui – se non altro – il resoconto di una sgradevole ma istruttiva esperienza televisiva: “Italia’s got talent”.

Reprimo una certa insofferenza per il servile ricalco di un programma acquistato dall’estero, mi concentro su un episodio di questa trasmissione, che ha per oggetto la ricerca di “talenti” originali e interessanti, selezionati da un televoto che in semifinale promuove d’acchito un concorrente, e altri due ne segnala perché una giuria di specialisti ne scelga uno da inviare assieme al primo alla finale. Lo spettacolo è introdotto, con ottima presenza e intelligente garbo da Simone Annichiarico e da Geppi Cucciari, mentre la giuria è formata da Gerry Scotti, Maria De Filippi e Rudy Zerbi, seduti davanti al palcoscenico nell’identica formazione – lui, lei, l’altro – imposta dal format acquistato.

Nulla di nuovo, nel prevedibile campionario di personalità autentiche e di macchiette da torte in faccia, e nel funzionamento della giuria, dove Zerbi fa la parte del severo censore, con qualche momento di inutile sadismo, dove Scotti agisce da bonario mediatore un po’ paciocca, e dove – tra i due – Maria De Filippi mi è parsa di gran lunga la più seria e serena, sempre affidabile, direi “femminilmente” umana e “maternamente” comprensiva.

Mi è sembrato tuttavia che, in complesso, la giuria si sia preoccupata più del successo e del gradimento del programma che non di un equo esame dei concorrenti. Mi ha colpito, ad esempio, il fatto che Gerry Scotti – deluso dal fatto che il televoto avesse promosso d’amblet un soprano lirico e non un duo di musica classica – non abbia poi scelto quel duo tra i due candidati segnalati, privilegiando un complesso di musica pop. E’ eccessivo pensare che sulla sua scelta – così evidentemente contradditoria – abbia pesato in primis la preoccupazione di non portare in finale due “numeri” di musica classica, preferendo portarvi un soprano lirico e un complesso di musica pop; pensando dunque più alla “scaletta” che non ad una vera classifica di merito?

Ma un episodio soprattutto mi pare degno di essere additato alla pubblica riprovazione. Tra i candidati al primo spoglio, figurava una donna – Angela M... Sessantasette anni mal portati, vestita di un body di pizzo nero, scosciata con stivali argentei, capelli tinti, occhiali da vamp, boa di finto struzzo, si presentava come cubista, con una gestualità da velina, un eloquio sguaiato, sfacciatamente al di là di ogni minima considerazione di buongusto e di dignità. Una presenza patetica e imbarazzante, che neppure avrebbe dovuto – a mio avviso - superare un primissimo esame di ammissione. (Fermo restando – sia detto a scanso di equivoci – il suo diritto di fare quello che vuole e di frequentare come attiva cubista tutti i nightr club e le balere del mondo).

Ebbene, al penultimo giro di boa, la sunnominata giuria ha promosso Angela M. alle semifinali: semifinali nelle quali la stessa Angela ha rincarato la dose, partendo da una gabbia dorata, da cui usciva per mimare eccitanti petting con quattro atletici ballerini a camia slacciata e giacca nera, come in un film con Ginger Rogers. Un numero durante il quale i tre giurati si sono visti contorcersi sulle sedie dalle risate e coprirsi gli occhi come a rifiutarsi a tanta indecenza. Bene. Ma perché, allora, l’avevano promossa?

La spiegazione non può che essere una: la giuria si è preoccupata a che non venisse a mancare al pubblico della seminifinale un così ghiotto momento di volgare, volgarissimo “divertimento”, di crudele e sadica “sghignazzata”. Tutti e tre pronti, naturalmente, a bloccarla prima della finale; ma per intanto, finchè possibile, si dia pure al pubblico in pasto quella povera donna! Verrebbe fatto di chiedere, ai membri della giuria, se accetterebbere di vedere la loro madre esposta a quel ludibrio. Ma evidentemente l’indice di gradimento viene prima di ogni altra considerazione!

E la conclusione è desolata e desolante: che cosa non si fa per il successo e per il danaro, anche da parte di chi ne ha già tanto, sia dell’uno che dell’altro!

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