Teatro in viaggio

All'ITC Studio di San Lazzaro di Savena proprio a ridosso di Bologna, il 27 aprile. Un luogo dunque, il luogo del ritorno di questa singolare drammaturgia narrata e del ritorno del suo drammaturgo narratore che sembra scoprire che il senso del viaggio, del suo viaggio, di ogni viaggio è appunto il ritorno, cioè il riportare a casa ciò che si è scoperto, ciò che si è appreso anche avventurosamente, o drammaticamente ma anche  allegramente, ciò che infine si è diventati.
Teatro, quello di Pietro Floridia in questo suo affascinante lavoro tratto dal suo omonimo libro, che più che di narrazione è teatro di corrispondenze che da simboliche si fanno man mano esistenziali, concretamente radicate nella storia del nostro viaggio nel teatro e anche nella vita, corrispondenze che scopriamo di aver dimenticato distratti da un occidente individualista ma paradossalmente massificante e in costante perdita di sé.
Così Pietro Floridia scopre che i migranti in fondo non desiderano venire da noi e spesso non desiderano neanche restare, ma partono, devono spesso partire, per tornare perché hanno lasciato, da dove sono partiti, una parte di sé, un 'quasi' misterioso che fatichiamo a capire.
Allora si mette in viaggio a ritroso nello spazio, sulle loro rotte rovesciate, insieme a Gabriele Silvia, il Gabo dalle radici altrettanto 'etniche' e dalle capacità quasi magiche sulle note del metal più lacerante, e soprattutto con il Lando (il vecchio Land Rover di Gabo) vascello volante e misterioso, e attraversa Marocco e Sahara Occidentale fino al Senegal, recuperando storie e pezzi di vita, quel 'quasi' misterioso e affascinante che lo ha indotto e convinto a mettersi in viaggio.
Ma si mette in viaggio anche a ritroso nel tempo per ritrovare, soprattutto nel bellissimo racconto che ruota intorno a suo padre, significati e relazioni che, a loro straordinariamente e intimamente simili, i racconti, i ricordi ed i 'quasi' dei migranti sembrano avere svelato.
Fino al bosco degli antenati in Senegal dove il tempo individuale sembra congiungersi circolarmente con il tempo del mondo che alimenta la nostra vita.
Tutto questo si è aperto davanti ai nostri occhi in un teatro che si è fatto spazio aperto, in una narrazione che a sua volta si è fatta drammaturgia in movimento, cui i video molto belli di Luana Pavani in drawing tool fornivano una sorta di infantile commentario dantesco (un'altra 'commedia', un altro viaggio tra Inferno e Paradiso), una drammaturgia dove caduto il velo della nostra ignoranza e della nostra supposta superiorità occidentale, talora arrogante talora falsamente pietosa, i migranti sono diventati guide e maestri per ritrovare senso ed identità.
Soprattutto sono diventati, nel loro muoversi da una parte all'altra del mondo e nel loro desiderare così intensamente il ritorno, metafora di una condizione esistenziale e anche di una essenza umana universale.
Singolare per questo, per questo suo cancellare ogni falsa coscienza sociologica, la drammaturgia di Foridia, che nasce da una attitudine alla scrittura enfatizzata quasi dall'esperienza prima dei laboratori con i migranti e poi dal viaggio alla volta di sé stesso, singolare e impegnativa ma anche molto bella e ancora capace, come ormai raramente capita, anche di entusiasmare.

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