Digerseltz

L’equilibrio dell’essere, secondo la riflessione fenomenologica, si fonda su due poli: il Leib (corpo-vissuto) e il Koerper (corpo-oggetto). Tale dualità pone il corpo, al medesimo tempo, soggetto e oggetto e trova il suo completamento nella relazione con il mondo esterno (lo spazio) e il mondo interno (il tempo). La dialettica generata dai poli consente di esistere in un equilibrio perenne in stretta connessione con il mondo. In un’era in cui il corpo è veicolo d’istanze consumistiche, la conseguenza ultima è la totale perdita del Leib. Quando il Leib svanisce totalmente nel Koerper, la coscienza del nostro essere nel mondo si disperde e siamo dentro Digerseltz.
Elvira Frosini parte dalla danza per esplorare il corpo nella sua trasfigurazione e giunge a Digerseltz, un lavoro che inizia nel 2010 ed è riproposto al Teatro dell’Orologio di Roma.
La ricerca della Frosini esplora la dimensione culturale del cibo e i suoi rituali. In scena una barricata di figuranti che rimandano a personaggi biblici (gli apostoli in un primo momento e il presepe sul finale), divide il pubblico dalla performer.
Un piccolo frigorifero portatile sul fondo del palco, un agnellino di peluche, una ciotola colma di cibo e una bambola sono gli elementi scenografici. Oltre la barriera, emblema dell’incapacità comunicativa e al contempo delle strutture morali, c’è una donna minuta e magrissima di cui notiamo, immediatamente, la scialba parrucca bionda e il microfono.
Capiamo che è un’attrice il personaggio che si è dato in pasto durante l’ultima cena. Il gioco del teatro nel teatro, scivolata via la parrucca, racconta di come un artista sia diventata carne da macello, “un pezzo in mezzo a un piatto”, una bocca, una cavità, una voragine.
Un convivio lugubre e sacrilego in cui sono messi in discussione gli aspetti sociali, religiosi, politici e culturali. Tanto dissacratore che l’attrice si dona in sacrificio attraverso il rituale eucaristico cattolico, si sostituisce a Maria nel presepe simulando una madre arcigna e feroce che incita al cannibalismo e, infine, usa la tovaglia bianca (disposta per terra a simulare il banchetto) come tunica, tramutandosi in una dispotica e sinistra figura che ribadisce: “Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”.
La Frosini (eccellente performer) restituisce una dimensione malinconico-pop in cui l’individuo è il surrogato dell’io.
La scrittura è nervosa, ridondante, timbrata e sonora.  “Tu non sei me , io mangio te”- canta invasata in un frangente ritmico e macabro che immobilizza lo spettatore. Allora, chiede: “Siete vivi? Respirate?”.
Digerseltz è un corpo asciutto, dissipato che, contrariamente, rivela una condizione sociale bulimica: “Mangiamo tutto e scordiamo in fretta”.  Accumuliamo, divoriamo, riempiamo senza indugio assecondando un istinto compulsivo che palesa un vuoto interiore.
Corpo che nell’atto di essere divorato, divora  a sua  volta con tale voracità da dilapidare l’essenza.  Una bocca che ha dentatura ferrosa i cui ingranaggi sono costituiti da dogmi religiosi, sistemi di massificazione e spersonalizzazione.
Una parabola dell’eccedenza, in cui domina il verbo e il verbo è presso la bocca.
La bocca è avida e carnale, ingurgita e sputa, inveisce e vomita.

DIGERSELTZ
di Elvira Frosini
regia Elvira Frosini
collaborazione artistica Daniele Timpano
assistente alla regia Alessio Pala
disegno luci Dario Aggioli
musiche originali Marco Maurizi
materiali di scena Antonello Santarelli

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