Diario napoletano

Il nostro Napoli Teatro Festival Italia 2013 comincia con l’ E45  Napoli Fringe Festival. Contraddizioni a parte, è proprio così. Il Festival parallelo di cui abbiamo già parlato nell’ articolo di presentazione al NTF 2013,  presenta un ampio programma in cui compagnie emergenti e non, giovani attori, idee innovative, tematiche contemporanee

e tanto altro, incuriosiscono il pubblico. Molti spettatori bisbigliano la propensione per gli spettacoli  “paralleli”. E  la nostra curiosità nasce sin dalla prima pubblicazione del cartellone “fringe”, che tanto parallelo e marginale non dovrebbe essere.  Tra teatro danza, opere inedite, adattamenti di classici, innovazione, analisi della società, caratterizzazione clownesca e circense, con un tocco di Pinocchio e Lucignolo, il primo approccio con questo festival dai mille volti, dalle grandi problematiche, dalle grandi attese e grandi delusioni, lo abbiamo attraverso García Lorca. Ma non temete. Leggerete anche di  Peter Brook, Andrej Končalovskij  e tanti altri.

YERMA.
La Sala Assoli di Napoli. Uno dei luoghi che ci ha ospitati lungo tutta la stagione invernale, diventa sede, anche quest’anno, di  alcuni degli spettacoli del NTFI,  in particolare proprio degli spettacoli dell’ E45  Napoli Fringe Festival. Questa sala dai fondali neri, dall’atmosfera accogliente e magica, si riempie della poesia di Federico García Lorca. Carmelo Rifici e la Compagnia ATIR si cimentano nel debutto nazionale di YERMA, dramma popolare riadattato dallo stesso Rifici che ne ha diretto la regia, in scena il 7 e l’8 giugno. Il pubblico dimostra spontaneamente la sua propensione per uno spettacolo, sia essa positiva o negativa. Quindi partiamo dalla fine, proprio dagli applausi, lunghi, scroscianti e sentiti con animo colmo di poesia. La donna di Lorca vuol vivere e per farlo Yerma desidera incessantemente un figlio. Che non arriverà. La sterilità diventa elemento non solo fisico, ma soprattutto sentimentale. Un macigno che pesa sull’animo, un veleno acido che dissecca la vita. Relegata ad una vita di montagna, trascorsa tra la solitudine, la follia, la disperazione, la passione per un uomo che non è quello impostole dalla società, dimostrerà un’ incessante volontà di vivere che solo una donna riesce ad emanare con tale intensità. Circondata da figure femminili meschine, remissive e a tratti rumorose, la sua apparente immagine di debolezza viene letteralmente capovolta. Al di là del testo narrativo di base, quello che racconta la storia, la sublime poesia di questo scritto ci conduce ad un’analisi ben più elevata di tutta l’opera. La regia aiuta il pubblico nel comprendere e osservare una messinscena elegante, delicata, in cui la sensualità si diffonde continuamente sulla scena, senza mai superare i limiti. Mai volgarità nell’intensa e ottima interpretazione di tutti gli attori, Maria Pilar Perèz Aspa, Mariangela Granelli, Francesco Villano che commuovono, divertono, appassionano il pubblico.  Nel momento in cui la sensualità raggiunge il suo apice più estremo il tutto ritorna in equilibrio perfetto, riattivando la tensione mentale e sensoriale del pubblico. L’amplesso sessuale viene mimato attraverso fluidi movimenti di teatro danza che ritagliano un piccolo momento dello spettacolo, in cui la differenza tra due corpi che si mescolano per amore o per dovere viene palesemente evidenziata dai movimenti degli attori e dalla scelta oculata delle musiche (Daniele D’Angelo). Le scene ( di Margherita Baldoni)  vengono costruite attraverso dei tiranti e delle corde su cui sono appese numerose camicie: il bianco dei tessuti riflette la luce  ( luci di Alessandro Verazzi)  e i cambi di colore, l’innalzarsi e l’abbassarsi delle corde crea movimento, divide i tempi e le scene, crea le barriere tra i personaggi, tra marito e moglie. Si inserisce improvvisamente la scena delle lavandaie, in genere esclusa da altre regie,  in cui musica e balletto aprono uno squarcio meta teatrale comico: gli attori parlano con il pubblico, sorridono, diventano folli. Ma rispettano i tempi scenici, meravigliano il pubblico ma riescono a trattenere l’attenzione . La vita è anche questo. Attraverso intensità luministica,  colori almodovariani, atmosfere oniriche, loquacità spagnola, la ritualità diventa elemento fondamentale anche sulla scena. Il femmineo e il maschile si mescolano attraverso maschere e travestimenti, inversioni di ruoli sessuali, luoghi immaginati, incubi notturni e pratiche magiche. L’acqua è il simbolo ricorrente di questo ottimo lavoro scenico. L’acqua che purifica, che nutre la terra e la feconda, l’acqua e il seme maschile che si mescolano.

LA BISBETICA DOMATA.
I grandi nomi non finiscono qui.  Nonostante l’incessante  curiosità per l’E45 Fringe Festival, non potevamo esimerci dall’essere presenti alla messinscena de LA BISBETICA DOMATA,  regia di Andrej Konchalovskij, sul palco del Teatro San Ferdinando di Napoli dall’8 al 10 giugno. Repliche “sold out”, grandi consensi, questa “Bisbetica” tanto attesa ce la siamo meritata davvero. La critica e il pubblico definiscono questo lavoro il successo del Festival; questo il risultato dopo una settimana dall’ apertura ufficiale dell’evento. Abbiamo imparato a “conoscere” il regista e gli attori quasi un mese prima del debutto, assistendo ogni settimana alle prove aperte di questo mirabolante spettacolo. La professionalità di regista e compagnia traspare subito, sin dal primo approccio e dalla prima visione delle prove: date rispettate, così come gli orari, grande serenità sulla scena, prove galoppanti e proficue, tecnici in perenne movimento. Konchalovskij crea un clima di grandissima magia professionale, affiancato costantemente da una giovanissima traduttrice e dalla coreografa Ramune Chodorkaite. È incredibile osservare come gli attori italiani e il regista riescano a comunicare nonostante la diversità di lingua: Konchalovskij insegna e dirige utilizzando piccole frasi in italiano, aiutato dalla traduttrice per le indicazioni più consistenti, dimostrandosi un uomo dal grande carisma e di grande semplicità. Basta un gesto e tutto è compreso: questa è la magia. Inevitabile sottolineare la bravura e l’enorme professionalità di questi attori, giovani e meno giovani, che ogni settimana ci hanno mostrato una straordinaria velocità e grande arte nell’ evoluzione della costruzione delle scene. L’atmosfera serena che ha pervaso tutte le prove, è tangibile anche durante le repliche ufficiali. E anche stavolta, durante l’ultima messinscena, regista, coreografa e traduttrice siedono in prima fila, divertendosi da matti come se fossero semplici spettatori. Ricordiamo che adattamento, regia e scene sono frutto dell’ideazione e del lavoro dello stesso Konchalovskij: il regista, noto non solo nel mondo teatrale ma soprattutto in quello cinematografico, ambienta il testo shakespeariano nell’Italia degli anni ’20. L’allestimento scenico è quanto di più complesso si possa osservare all’interno di questo Festival:  uno sfondo computerizzato, ai lati dei pannelli girevoli che serviranno alternativamente da piano per proiezioni o da specchi. Sul fondo vengono proiettate immagini in cui una mano virtuale sposta abitazioni ed edifici, posizionando la scenografia, altrettanto virtuale, in base all’esigenza della scena. Sul palco solo sedie, tavoli e una vera fontana. Tutti oggetti che vengono trasportati, spostati, e modificati dagli stessi attori nei cambi di scena. Durante le prove Konchalovskij ha spinto gli attori a parlare durante questi momenti, incitandosi o scambiandosi frasi fuori copione, come se fossero dei tecnici di palco. La sensazione è quella di assistere ad un cambio di scena da set assolutamente cinematografico. Non esiste nessuna chiusura di sipario bensì un allestimento meta teatrale, elemento voluto fortemente e sottolineato dal regista. La meta teatralità dell’intero spettacolo è caratterizzata anche dalla collocazione, ai margini della scena principale, di camerini “a cielo aperto”. Tavoli, specchi, appendiabiti, costumi di scena: mentre lo spettacolo si svolge al centro, ai lati gli attori chiacchierano, cambiano gli abiti, si truccano. Il tutto attraverso un meccanismo di finta recitazione, poiché anche i più piccoli movimenti realizzati sul palco, e quindi anche all’interno di questi finti camerini, sono studiati e interpretati, senza lasciare nulla all’improvvisazione più banale, benché essa possa essere in minima parte presente. L’ossessiva attenzione ai minimi particolari, ai singoli gesti, ai tempi scenici che sono serrati e fluidi, è una costante di questa regia: durante le prove Konchalovskij si sofferma ripetutamente sulle caratterizzazioni dei personaggi, ognuno dei quali, al di là dei costumi, è inglobato in un ben preciso contenitore di gesti, voci e modi di fare, affinché sia possibile per lo spettatore individuarlo, identificarlo e collocarlo all’interno della storia. La ricerca ossessiva per la cura dei particolari si rivela anche negli abiti, accuratamente disegnati secondo la moda degli anni ’20, così come i gioielli, il make up e le acconciature. La costruzione cinematografica di questo spettacolo prevede anche l’entrata in scena di una vecchia automobile e la scelta di musiche del tempo, con grammofono in funzione in scena. Impossibile non pensare al nuovo di film di Baz Luhrmann, “Il Grande Gatsby”, attualmente nelle sale cinematografiche, ambientato nell’America degli stessi anni. Ne LA BISBETICA DOMATA, grandi protagonisti sono Mascia Musy nei panni di Caterina e Federico Vanni nei panni di Petruccio. Ma è d’obbligo citare tutti gli attori di questo fantastico e ottimo cast: Vittorio Ciorcalo, Selene Gandini, Peppe Bisogno, Federico Vanni, Roberto Serpi, Giuseppe Rispoli, Carlo Di Maio, Flavio Furno, Roberto Alinghieri, Adriano Braidotti, Antonio Gargiulo, Francesco Migliaccio, Cecilia Vecchio. Attori scelti tra Napoli e Genova, con precise caratteristiche e specifiche scelte operate dallo stesso Konchalovskij. Ci si chiede, però, in tutto questo enorme meccanismo teatrale e cinematografico, se il testo shakespeariano  passi in secondo piano. Tra momenti da Commedia dell’Arte, lazzi, salti, travestimenti, macchiettismo, scambi di identità, agnizioni finali, satira sul mondo mussoliniano, lo spettatore si perde, in effetti, tra il brulichio delle multi scene, cercando di captare e assimilare tutto questo materiale, tutto e allo stesso tempo. Spesso, però, i molteplici punti di visti forniti dalle scelte meta teatrali attirano l’attenzione visiva ma distraggono dalla trama profonda del testo.  Ecco, quindi, che mentre si segue il dialogo tra i due attori sul proscenio, sul fondo e tra le quinte si aprono e si movimentano altre piccole scene. L’attenzione dello spettatore è volutamente condotta verso diverse scelte; cogliere davvero tutto è impossibile. Per chi volesse fare ancora un salto in queste atmosfere di inizio secolo ricordando anche Shakespeare ovviamente, e per chi non ha ancora visto lo spettacolo, dovrà attendere il nuovo cartellone del Mercadante. Konchalvoskij, Caterina e gli altri saranno di nuovo in scena a Napoli a gennaio 2014.  Per ora accontentatevi del video sul canale NFimagine del NTFI 2013 (http://www.youtube.com/watch?v=7297Z9mxDRw)

248KG.
Li scorgiamo per caso nella sala di un altro teatro, qualche giorno prima del loro debutto a Napoli.  Spettatori o attori? I loro pass appesi al collo ci “informano” che il loro ruolo non è quello di semplice spettatore. Ascolto l’accento: famigliare. Siciliani di certo. Rispondo ad una battuta. Chiedo la provenienza. Due chiacchere. Eppure i volti di questi ragazzi non sono nuovi, almeno per la mia memoria confusionaria. Forse ci siamo conosciuti in Sicilia ai tempi dell’università? Eh no! Mistero svelato. Torna a Napoli la Compagnia Esiba Teatro, originaria di Siracusa, il 10 e l’11 giugno in scena al Ridotto del Mercadante con 248KG.  Parliamo ancora di E45  FRINGE FESTIVAL e gli attori di questo spettacolo concludono nel 2013 la lunga “Trilogia del Fallimento”, iniziata nel 2008 con lo spettacolo CIANCIANA e continuata nel 2010 con ANAMORFOSIS.  Li avevamo conosciuti durante il NTFI 2010, sempre all’interno del programma E45 Fringe Festival, proprio con ANAMORFOSIS; ci erano piaciuti e soprattutto ci avevano colpito per le scelte sfrontate, per l’accento palesemente evidenziato, per la sottile, drammatica, ironica e profonda analisi della società e dell’umanità contemporanee. La trilogia si conclude con 248 KG, cioè la somma del peso dei tre giovani e bravi attori: Angelo Abela, nei panni del protagonista Benno, Marco Pisano nei panni di una bambina, Eugenio Vaccaro nei panni del nonno di Benno. La regia viene affidata a Sebastiano Di Guardo, ma è la drammaturgia a colpirci ancora di più, quella di Tommaso Di Dio. Siete mai entrati in un teatro, invitati ad essere pesati su una bilancia? Potrebbe capitare anche questo. Osservare le reazioni delle persone e quelle personali diventa un accurato studio sulla mentalità contemporanea. Proprio perché ci troviamo improvvisamente davanti a qualcosa di inusuale e inimmaginabile ( anche se a teatro tutto è possibile!), notare la  sfrontatezza o l’imbarazzo dei singoli spettatori ci apre gli occhi su quello che vedremo durante la messinscena. Non pensate si tratti della solita solfa sull’obesità: il peso a cui si riferisce lo spettacolo è quello della vergona, della solitudine, dell’ignoranza. Il peso del giudizio della società su ognuno di noi. È inutile fingere: chiunque avrà provato vergogna da bambino a scuola, chiunque sarà stato schernito e preso in giro dai compagni. Chi più, chi meno, siamo tutti come Benno. Il nome del protagonista è liberamente ispirato al lavoro di Albert Innaurato “ La trasfigurazione di Benno il ciccione”; poi, come ci rivela la compagnia, rimane perché si è instillato nelle orecchie degli attori. Insomma, a Benno ci si affeziona subito. L’ironia che pervade i lavori di questa compagnia riesce a salire a livelli così alti, da eliminare completamente il riso. Benno è un bambino ciccione che “vive” in scena insieme a due personaggi: una bambina e il nonno. Gli antipodi della purezza e della sporcizia mentale e sessuale pongono al centro il cardine “Benno”: capro espiatorio, vittima sacrificale sull’altare della società moderna. L’immagine del bambino si evolve fino a deformarsi, a diventare paradossale, inquietante, lugubre, stomachevole. Non per effetto delle sue azioni, ma per ciò che  avviene attorno a lui. Ancora una volta il protagonista mantiene un accento siciliano volutamente marcato, mentre la lingua utilizzata dai due bambini è deformata ed elementare. Il dialogo infantile si colora di immaginazione e fantasia, in un’ingenuità ridicola e speranzosa. La formula magica serve a far esaudire desideri macabri: la mamma morta, i compagni morti, il nonno morto, la cavallina, simbolo di derisione scolastica, esplosa. Ma la realtà è ben diversa. E allora anche l’unica “donna” che Benno potrebbe avere accanto, viene sporcata dagli sguardi incessanti del nonno. La comicità dello spettacolo esplode, a tratti, inattesa: è ovvio che il pubblico rida quando vede in scena un attore che interpreta una bambina o un ragazzo  nei panni di un nonno maniaco. Ma le risate si affievoliscono nel corso dello spettacolo perché l’amaro di questa storia aleggia pesante nell’aria. E mentre in alto un timer scandisce la routine ossessiva delle giornate di Benno, la vittima sacrificale viene costretta ancora ad ingurgitare: un sacco, vetri rotti, schegge di dolore che si nascondono nello stomaco e nel grasso.  Noi spettatori, quella sera, pesavamo in tutto circa 3000 Kg, così come ci è stato comunicato a fine spettacolo Quanti di questi pesano sull’animo?

IO NON SO COMINCIARE.
La nostra presenza all ‘E45 Fringe Festival continua. La molteplicità eterogenea degli spettacoli proposti all’interno di questo cartellone ci spingerebbe a vederne il maggior numero possibile. Ci proveremo. Tocca, quindi, a IO NON SO COMINCIARE, in scena alla Sala Assoli di Napoli il 10 e 11 giugno. La scrittura scenica e la regia sono affidate ad Andrea Razzini, con la collaborazione storiografica di Giuseppe Barone e Amico Dolci. In scena una produzione Teatro Rebis, con Gianluca Balducci, Mari Bracalente, Beatrice Cevolani,   Spettacolo di non immediata comprensione e reazione ma destinato ad una elaborazione mentale, ad un attento approfondimento, ad un’interpretazione variabile; elementi che si evolvono successivamente.  Il nostro primo riferimento si sofferma sicuramente sul particolare e suggestivo allestimento scenico: quindi è d’obbligo citare la scenografia di Benito Leonori, le elaborazioni sonore di Stefano Sasso e le musiche originali di Tomasella Calvisi. La Sala Assoli diventa una grotta. Di certo metaforica, anche se le pareti e il pavimento si increspano di grigio e di rocce, di polvere. La luce è fioca, fatta di ombre e tagli diagonali, di chiaroscuri, di volti mai illuminati. I suono sono ovattati, come se ci trovassimo nel ventre scuro della nostra anima. L’inquietudine che scaturisce attraverso questo spettacolo ci fa comprendere la paura che l’uomo ha, oggi più che mai, nell’osservare se stesso, a fondo, dall’interno. L’analisi del nostro inconscio più profondo è la difficoltà maggiore che ognuno di noi possa affrontare. In scena tre personaggi: due donne, un uomo. Il primo pensiero che sorge nella nostra mente è che questo rapporto uomo-donna sia il cardine fondamentale dell’intera messinscena. In realtà l’elemento non è da escludere ma non è neanche il centro fondamentale. I significati sono sfuggevoli. Non si può interpretare questo lavoro attraverso la ragione pura, la visione critica o l’analisi tecnica. Bisogna lasciarsi andare. Con tutte le conseguenze che comporta. La donna dagli occhi cuciti vive in una grotta-mondo-animo-cervello. La non comunicabilità della nostra contemporaneità porta all’isolamento e alla conseguente volontà di non voler “vedere”. L’uomo appare come simbolo di inettitudine e di routine mangiando continuamente dei biscotti. Una seconda donna-automa, si muove artificialmente: tacchi a spillo ma pantalone maschile, capelli corti e volto androgino. Il femmineo maschile si mescola e si ciba con un atto vampiresco dell’uomo inetto. Forse è proprio lei il cardine di questo mondo ovattato, dove le voci si fondono e sovrappongo, sussurrano, sono incomprensibili, diventano lamenti dell’anima, pungono le nostre orecchie e scuotono qualcosa nell’inconscio. I video di animazione (Simone Massi)  proiettano sul fondo parole, immagini di lunghi corridoi memori della regia e delle scene alla “Kubrick”, robot che duplicano l’immagine dell’uomo come un fantoccio omologato: le parole di Danilo Dolci si diffondono sulla platea. Il viaggio di IO NON SO COMINCIARE è complesso. Non adatto ad un pubblico poco attento. Per questo motivo appare a primo acchito incomprensibile ma l’inquietudine e la voglia di riflessione e di comprensione che permane nell’animo degli spettatori, anche alcuni giorni dopo la visione, forse è la risposta che attendevamo. È  un grido d’aiuto quello che proviene dal fondo della grotta- inconscio, luogo di chiaro riferimento platonico, così come la visione del muro e delle ombre proiettate dall’esterno. Suoni e voci provengono dalle viscere, ma non esistono dialoghi. Lo spettacolo non porta a delle soluzioni, né ci spinge a trovarle: è un documentario tanto silenzioso quanto doloroso sulla nostra identità, sulla nostra contemporaneità. La sensazione è quella di un flusso che ci risucchia,  indietro, nel ventre materno, dove i suoni sono ovattati e “acquosi”, per poi “sputarci” violentemente fuori nel mondo esterno, per spingerci a vivere pienamente, nonostante questo non si verifichi. Ma anche il futuro appare “regressivo”.  L’epifania violenta sarebbe l’unico momento di svolta all’interno di una vita basata sulla frase “io non so cominciare”: emblema della staticità improduttiva, della paura e dell’equilibrio fittizio del nostro essere e della nostra difficile contemporaneità.

LA CLASSE.
Dopo l’esperienza di 248KG ritorniamo al Ridotto del Mercadante, per uno spettacolo che rientra nel cartellone ufficiale del NTFI 2013. Parliamo de LA CLASSE, lavoro del regista Nanni Garella, nato da un laboratorio realizzato su LA CLASSE MORTA di Kantor.  Le due repliche del 14 e 15 giugno registrano il tutto esaurito e il pubblico risponde bene allo spettacolo, prodigandosi in lunghi applausi. Ancora una volta cominciamo dalla fine per parlare di un progetto ambizioso, arduo e complesso. Il regista Garella, in collaborazione con  Arena del Sole- Nuova Scena- Teatro Stabile di Bologna, porta in scena gli attori-pazienti psichiatrici di Arte e Salute onlus. Da un lato il recupero, approfondimento e analisi di un testo legato al teatro di ricerca novecentesco, dall’altro lo studio laboratoriale con attori- pazienti che riversano le loro esperienze di vita nei personaggi interpretati. Ad attendere il pubblico sono appunto i banchi di una classe, alunni compresi: la bellezza dei volti di questi attori sta proprio nella forte caratterizzazione di ogni lineamento. Espressioni non dettate da professionismo recitativo, ma solchi scavati dalla vita vera. Si sceglie di vestire di nero questi personaggi, di coprire i loro volti con il cerone bianco: immagini eteree e decadenti di uomini e donne che hanno perso il tempo, attraverso luoghi polverosi, surreali, onirici, allucinati. Gli elementi che il pubblico assorbe subito sono di certo la ripetitività ossessiva delle frasi, dei ricordi, dei movimenti, delle immagini. La sensazione è quella di un disco inceppato che ritorna e rigira sempre su se stesso, un tempo senza scorrimento, un luogo- non luogo. Questi uomini sono rimasti bloccati nel ricordo di alcuni momenti specifici della loro vita. Identità inceppate che ricordano il passato ma che non riescono a vivere a pieno il presente e il futuro. La classe e la scuola rappresentano, qui, la società, il mondo intero. Ciò che la storia ci insegna, ciò che ci viene imposto: parliamo di  un testo nato in un contesto storico in cui  il mondo conviveva con i totalitarismi. Una forzatura all’omologazione che disintegra l’identità dell’uomo novecentesco, collocandolo in un’atmosfera di morte e distruzione, che a tratti ricorda il buio dei lager nazisti. Il tutto, però, sfugge alle regole rigide dell’imposizione. Mentre una “bidella-professoressa- uomo/donna- tiranno” impone l’ordine, con grugniti e gesti di vaga ironia, cercando di organizzare la classe attraverso un ordine inutile e angosciante, i guizzi di vita fuoriescono, invece, dagli occhi di questi personaggi. Ma soprattutto dagli occhi di questi attori. Questo personaggio ambiguo, gigantesco e a tratti divertente, esploderà in un riso violento e mostruoso, quando, alla fine, la ripetitività dei personaggi diventerà incessante e ossessiva, raggiungendo l’apice di un climax.   Si  manifesta, così, la vittoria della distruzione del mondo sull’identità umana. La follia è quindi luogo privato di salvezza e protezione dall’omologazione?; gli elementi vengono esplicitati sulla scena con una modalità da Teatro dell’assurdo novecentesco, mescolato ai simbolismi del teatro dell’est. Ogni alunno ha un comportamento differente: lo spettatore riesce a distinguere perfettamente ogni personalità dopo aver memorizzato delle caratteristiche salienti. È  forse questa la vittoria di questi piccoli allievi del mondo? Il testo non dice attraverso le parole, ma tutti comprendono: questa è la pienezza di un tipo di teatro che non poteva dire ma che trasportava con sè contenitori ricchi di simbologie e significati. Gli allievi entrano in classe tenendo in braccio dei fantocci: li posizionano tra i banchi, come se fossero degli alter ego.  Il simbolo della marionetta novecentesca qui si scinde in una duplice visione: il passato fanciullesco, il presente da fantocci. Nonostante gli attori dimostrino, ovviamente, di non essere dei professionisti, sorprendono fortemente la precisione e fluidità dei movimenti, l’eleganza dell’esibizione, l’attenzione e l’immedesimazione di ogni singolo attore. Del resto hanno già affrontato opere di Pirandello, Pinter, Brecht, Pasolini, Scarpetta e hanno ottenuto un Premio UBU e un Premio HYSTRIO. Prima di elencarli tutti, credo che le parole del regista siano fondamentali per comprendere come un testo del genere, affidato ad attori particolari, possa assumere delle valenze più intime, passando da un macrocosmo storico ad un microcosmo personale: << ho pensato di affidare questi personaggi agli attori di Arte e salute, perché l’infanzia ha per loro un significato molto particolare: forse più che per altri, essa è separata dal resto della vita, come divelta dallo scorrere naturale della maturazione e dell’età; ed è per loro più facile che per altri rappresentare la bellezza e l’insostituibile pienezza di felicità del tempo perduto dei banchi di scuola. Loro si sono infilati nei personaggi come in un comodo paio di pantofole e non li hanno più lasciati>>. Ed eccoli: Nicola Berti, Giorgia Bolognini, Luca Formica, Pamela Giannasi, Maria Rosa Iattoni, Iole Mazzetti, Fabio Molinari, Mirco Nanni, Lucio Polazzi, Deborah Quintavalle, Moreno Rimondi, Roberto Risi.

LA NOTTE DI SCROOGE.
Uno dei luoghi più suggestivi, scelto quest’anno dal  NTFI 2013, è l’Università Suor Orsola Benincasa, sito che sorge nell’elevato Corso Vittorio Emanuele e che offre una splendida vista sull’intero golfo di Napoli. La Sala degli Angeli viene adibita a luogo di esibizione, all’interno di una cappella-chiesa sconsacrata a cui si accede dopo lunghi e tortuosi corridoi e che prende il nome dalle numerose decorazioni in stucco che riproducono putti e angioletti in pieno stile rococò. L’ E45 Fringe Festival utilizza questa sala per mettere in scena una libera riduzione da Charles Dickens, LA NOTTE DI SCROOGE, tratta dal famoso racconto breve inglese “Canto di Natale” e riadattata da Marco Mario de Notaris, in scena il 14 e 15 giugno. L’attesa nell’esterno chiostro dell’edificio mette in notevole contrasto la visione luminosa, bucolica e monasteriale con l’interno, volutamente oscuro.  Torce, candele e chiaroscuri ci accolgono in questo viaggio iniziato con una suggestiva idea di “percorso”. Gli spettatori vengono collocati su due file laterali, in una discesa-scalinata che immette nelle stanze attigue alla cappella. Un narratore ( che poi si rivelerà uno dei personaggi più conosciuti del racconto) ci accompagna nel viaggio. Prima tappa: una stanzetta oscura e angusta. Forse una sagrestia. Entriamo nell’ufficio di Scrooge, alla vigilia di Natale. Gli spettatori si accalcano al centro, occupando tutto lo spazio, al buio. Ai due angoli, Scrooge e il suo commesso Tom emergono dal buio. Il dialogo tra i due, costruito volontariamente in lontananza, si congiunge, poi, al centro della saletta. Gli spettatori diventano spiriti, anime invisibili che sbirciano e ascoltano, accalcandosi attorno ai due personaggi. Al di là del racconto etico e pedagogico, i riferimenti alla povertà sociale, che l’adattamento estrapola dall’opera e pone sulla scena, emergono fortemente proprio all’interno del dialogo tra i due. L’idea di Scrooge sulla povertà e sui sussidi ai poveri ritorna storicamente alle Poor Laws più antiche, fino alla Speenhamland Law che si ritorse contro lo stesso Stato monarchico. Il narratore-guida ( nei panni di una guida museale), ci conduce finalmente alla Sala degli Angeli. L’altare fa da palco, la platea e le sedie teatrali accolgono il pubblico. La casa di Scrooge, identificata attraverso un letto a baldacchino, viene collocata sull’altare. L’idea incuriosisce gli spettatori, poiché il luogo si presta ad un’ambientazione gotica, oscura e polverosa, caratterizzata dall’utilizzo delle luci e delle torce, quest’ultime elemento fondamentale della messinscena. L’arrivo nella Sala degli Angeli sembra però smorzare l’attesa creatasi all’inizio: il testo perde fluidità, le scelte recitative e sceniche, alcune delle quali prevedibili, distolgono il pubblico dal senso di oscurità e angoscia accumulati nei momenti precedenti. La messinscena accelera violentemente, la riduzione si riduce talmente che si fa fatica a seguire il corso degli eventi, l’intreccio e i personaggi si incollano in uno svolgimento turbinoso che corre frettoloso fino alla fine, sciogliendosi poi velocemente. Nonostante la presenza di ottimi attori, conosciuti in altri lavori e altre produzioni, Andrea Contaldo, Francesca De Nicolais, Annarita Ferraro, Giuseppe Fiscariello, Gabriele Gigante, Irene Grasso, Nicola Narciso, Danilo Piscopo, Serenella Tarsitano, e lo stesso Marco Mario de Notaris, alcuni elementi non convincono. Geniale la scelta di far salire sul piano dell’altare Scrooge e lo spirito del socio Marley, simulando il volo sulla città  attraverso luoghi e tempi, utilizzando  un ventilatore, ma poi delude la scelta prevedibile di una luce posta dietro al baldacchino per realizzare le ombre e gli incubi notturni, fino alla luce a led, elemento che cozza con il luogo e il tempo,  posta all’interno del baldacchino stesso per illuminarlo. Lo Spirito del Natale presente appare dal fondo della sala: coperto da una vestaglia verde, imponente, a piedi scalzi e barbuto. Il suo arrivo è caratterizzato da musica e luci stroboscopiche colorate, scelta anacronistica che forse vuole rendere la volontà ironica del momento. La scelta di modernizzare il testo e la resa scenica, utilizzando anche  delle musiche contemporanee o dei momenti “alternativi”, si scontra violentemente però con l’utilizzo di abiti dell’epoca e di un percorso che sin dall’inizio aveva fornito al pubblico delle caratteristiche ben definite per poi, solo a tratti e improvvisamente, ribaltarle. Probabilmenteil luogo avrebbe dato la possibilità a diverse e infinite scelte e creazioni; quelle mostrate sulla scena sono interessanti ma la costruzione finale si perde o in eccessiva frammentarietà, o nella  sensazione di un collage disordinato. L’esito  finale dà la sensazione, forse errata, di  un lavoro low cost o purtroppo realizzato in breve tempo, in cui il commento di una spettatrice “ ricordo di averlo visto in un cartone Disney”, non aiuta di certo, ma il pubblico sembra comunque apprezzare.

RuSuD.
Giuseppe Provinzano lo conosciamo già da tempo: RADIO HAMLET, GiOtto, I SUTTA SCUPA, Palermo, ecc. ecc. Ed era stato una scoperta già due anni fa. Quest’anno, in occasione del NTFI 2013, la drammaturgia di Provinzano va in scena a Galleria Toledo il 16 e 17 giugno, all’interno del cartellone dell’E45 Fringe Festival, con la collaborazione di Teatro Garibaldi Aperto e Baccanica, progetti sostenuti fortemente dallo stesso Provinzano e compagni. Nel  2011 viene fondata  Babel , una compagnia/crew di artisti e professionisti di diversi settori dell ‘arte ( teatro, cinema , musica , danza) e dei mestieri dello spettacolo. L’ idea è quella di sperimentare nuovi linguaggi e confronti tra essi: da qui il concetto di una “Babele” ma con accezione positiva.  La brochure dello spettacolo riporta: “esperimento performativo-sensoriale”. Ad occhi chiusi decidiamo di andare, e in effetti, senza saperlo, scopriamo che verremo davvero bendati. Cominciamo con ordine. In scena Simona Argentieri, Piero La Rocca, Maurizio Maiorana, Daniela Mangiacavallo, e lo stesso Giuseppe Provinzano. Ma in scena e sulla scena siamo saliti anche noi. Gli attori provengono da varie zone della Sicilia: Palermo, Catania, Caltanissetta. Gli accenti e le forti cadenze linguistiche ci informano subito della loro provenienza ma la forma di socializzazione che ci viene imposta sul palco conferma l’idea anche agli altri spettatori: <<piacere io sono Giuseppe e vengo da Palermo, e tu?E i tuoi genitori?>>. Avete mai provato a presentarvi così a sconosciuti? E invece, se riflettiamo un attimo, è la forma più semplice di socializzazione e contatto che conosciamo e  che oggi nessuno usa più. È impossibile descrivere nei minimi particolari questo spettacolo, perché sarebbe ingiusto nei confronti del progetto e del lavoro del gruppo. Bisogna vivere realmente questa esperienza che inevitabilmente è differente e personale per ogni spettatore.  Piedi scalzi e foto antiche ci immettono su un palco nero e chiuso. Un universo parallelo in cui ci ritroviamo catapultati, invitati ad interagire e a comunicare. Molto più complesso per un attore è trovarsi davanti diverse tipologie di persone, piuttosto che un pubblico informe seduto in platea: bisogna plasmare ogni volta la performance in base agli spettatori e alle loro reazioni. Molto più difficile per gli spettatori che, nella loro diversità, devono interagire con estranei, con attori ( ai quali si affidano), con se stessi. Il percorso sensoriale a cui ci avevano abituati in passato anche gli attori del gruppo “Rosa Pristina”, qui ha una base simile ma un esito completamente differente. Il fulcro e centro motore di tutte le sensazioni, tattili, sonore, epidermiche e psicologiche, è la piazza, intesa come “agorà” ru sud, così come dice il titolo. In siciliano “ru Sud” significa “del Sud”, ma sarebbe più opportuno dire “ dal Sud”: provenienza specifica e generica allo stesso tempo. Il Sud mediterraneo e italiano è comune. La piazza è luogo di aggregazione e disgregazione, ma anche luogo di esibizione e di esternazione di idee. Quando ci aggiriamo sul palco bendati, quando ci scontriamo con gli altri spettatori, quando gli attori ci prendono per mano o ci abbracciano sussurrando piccole frasi, riviviamo la stessa socializzazione che può accadere in una piazza. Ma qui il meccanismo è molto più intimo e meno chiassoso. La piazza di un quartiere di una grande città, o la piazza di un piccolo paese è comunque un  microcosmo reale e metaforico allo stesso tempo.  La piazza è luogo differente: la mattina è mobile ed eterogenea, ma  di notte vive di una comunità invisibile. Gli odori identificano i nostri ricordi, le voci dialettali  ( in questo caso palermitane) ci riportano ai quartieri delle grandi città siciliane, ma anche a quelli napoletani, la gestualità e la ritualità sono quelle di tutto l’intero Sud, i suoni, la musica dal vivo, il rumore del mare fanno il resto. Due donne, “il curtigghio” ( pettegolezzo)  in cui vite e parole si sovrappongono e sta a noi decidere a chi credere, i panni stesi, l’odore del sapone di Marsiglia a scaglie, il caffè, l’origano strofinato sotto i nostri nasi, tutto questo fa parte della vita “ru sud”. Al di là del semplice campanilismo folklorico, in realtà lo studio sociale e psicologico di questo percorso in fieri arriva ad esiti più elevati. Bisogna essere “propensi” e pronti ad assorbire e a condividere emozioni fisiche e mentali, attraverso  un percorso artistico in cui recitazione, canto antico e ritualità si mescolano. Essere siciliana trapiantata a Napoli mi spinge a cogliere dei gesti e dei linguaggi specifici, ma la mia “collega” di palco, una donna spagnola, rivive la sua “piazza” personale: questo è il senso profondo. E alla fine morte e rinascita si mescolano attraverso il cibo e il vino, elementi offerti ai commensali, mangiati e assaggiati rigorosamente con le mani. Sensualità profonda insita nei riti antichi che uniscono una comunità passeggera proveniente da diversi luoghi e da diverse vite. Esperienza assolutamente da vivere, nel senso più profondo della parola.

EDIPO A TERZIGNO.
Il nostro viaggio all’intero del NTFI 2013 continua e il Fringe Festival rimane ancora al Sud. Stavolta non ci spostiamo da Napoli, con specificazione geografica, da Terzigno, paese della zona vesuviana, in provincia di Napoli.  Luogo noto  sfortunatamente anche ai non campani per eventi camorristici e per la questione “ rifiuti”. L’idea dello spettacolo, prodotto da Hermit Crab, Rossosimona e Fortunato Cerlino, nasce dalla drammaturgia dello stesso Cerlino, che ne è anche regista. Liberamente ispirato a Sofocle e ai fatti contemporanei, EDIPO A TERZIGNO  va in scena il 16 e 17 giugno alla Sala Assoli.  Un giovane camorrista, abbandonato dalla madre, vive tutta la sua vita all’interno di una discarica. Il punto di vista di questo Edipo contemporaneo, interpretato da Lino Musella, è completamente ribaltato: ciò che colpisce all’interno di un discorso non nuovo, né sorprendente, è proprio questo. Insomma, tra camorra e rifiuti, ciò che emerge è proprio questo Edipo, personaggio cieco e cinico, che in realtà ha dentro di sé una sua poesia. Al buio le eco-balle possono diventare personaggi fantastici, scorci di dipinti, immagini famose; il suono, che giunge alla discarica, di un pianoforte lontano, ispira il protagonista sul futuro della giovane pianista. L’amara verità, conosciuta e riconosciuta, è proposta in chiave ironica e drammatica allo stesso tempo, attraverso un Lino Musella che sorprende e attrae gli spettatori. Il punto di vista ribaltato, che sfiora alcune caratterizzazioni tipiche della società partenopea, dal cantante neomelodico al calcio, alla camorra, all’inquinamento, tocca anche la religione. L’elemento sacro-profano, profondamente insito nella cultura napoletana, qui arriva a livelli grotteschi e impensabili: la statua della Madonna di Lourdes, interpretata dall’italo- belga Emanuela Ponzano, si innamora del calciatore Cavani, idolo delle masse napoletane. La statua amata e desiderata dal boss, tanto da rubarla e portarla con sé, diventa immagine reale di una donna contemporanea, e partenopea, con tutte le sue debolezze, i suoi modi dire, la musica che ascolta, la gestualità. Fino alla telefonata e alla richieste alla radio, di memoria lievemente ruccelliana.  Il ribaltamento, quindi, prosegue, poiché “munnezza” non è sinonimo solo di rifiuti e discariche, ma è simbolo metaforico di una società putrida, corrotta, sporca, malata. Questo compromette anche ciò che di più sacro possa esistere: la Madonna. Le teorie sull’omologazione e de- evoluzione della cultura della classe media proseguono anche in questo testo, comprensibile ad un pubblico prettamente napoletano, non tanto per la lingua, ma proprio per gli specifici riferimenti ad una cultura complessa e contorta legata alla città e al suo entroterra.  Riferimenti che, a tratti, non appaiono originali né innovativi. Lunghe attese durante gli “show” canori della statua della Madonna, rigorosamente intonati su basi di musica neomelodica; momenti che  forse sarebbe giusto ridurre.  Accanto ai due attori compare anche Massimo Zordan che, giacca e fazzoletto verde padano, rappresenta il politico del Nord, o lo Stato forse, cioè quella politica altrettanto corrotta che specula sul Sud. Due facce di una stessa medaglia, perché per una volta il Sud martoriato dal Nord, qui appare soprattutto  terra che accetta e non si ribella. L’accettazione e il ribaltamento della visione esprimono l’assuefazione del Mezzogiorno italiano. Ed Edipo? La cecità del personaggio sofocleo qui si trasforma in poesia, pur di non vedere ciò che realmente è. Ma noi di edipico abbiamo colto piuttosto il rapporto con la madre, che è “zoccola” come tutte le donne, così come il boss ripete. Anche il rapporto con la Madonna potrebbe essere interpretato in maniera edipica, ma non vogliamo addentrarci in percorsi forse non previsti dalla drammaturgia originale. Il nostro plauso va agli attori, ma stavolta ne preferiamo uno in particolare: Lino Musella.

AUGMENTED PINOCCHIO.
Ancora tre spettacoli su cui soffermarci, prima della conclusione del nostro diario 2013. Quest’anno è la volta di Pinocchio, presente in diversi spettacoli del cartellone parallelo
E45 Fringe Festival. Galleria Toledo ospita il 19 e 20 giugno AUGMENTED PINOCCHIO, interpretato da Michele Cremaschi, attraverso una performance digitale in cui l’attore in carne ed ossa viene “aumentato”, duplicato, triplicato, con una particolare tecnica. Cremaschi si occupa non solo dell’interpretazione ma anche della regia e dell’interaction design, lavorando sull’ideazione scenografica di Silvio Motta.  Il cinquanta per centro del pubblico all’ingresso è costituito da bambini: Pinocchio attira ancora e anche a teatro. Ma restiamo perplessi. In effetti è piacevole vedere intere famiglie con bambini, dai 3 agli  8 anni, entrare a teatro, ma la sensazione è che questi piccoli spettatori siano abituati al cinema, o al massimo ai musical. Siamo fiduciosi ma pronti a tutto! L’idea iniziale è che forse questo pubblico abbia “sbagliato” tipologia di spettacolo, credendo si tratti di un lavoro adatto anche ai bambini. Ci rendiamo conto che invece i genitori hanno fatto centro! L’errore di valutazione però non è da sottovalutare. In effetti AUGMENTED PINOCCHIO  racconta la storia del noto burattino in maniera veloce e contemporanea, utilizzando delle tecniche in cui all’attore in carne ed ossa  si alternano personaggi virtuali ( interpretati dallo stesso Cremaschi), in una faticosissima messinscena. La bravura dell’attore sta nel calcolare i tempi, gli incastri tra apparizioni reali e virtuali, tra sparizioni che si contrappongono a simultanee apparizioni di immagini. La scelta di un leitmotiv, la carta, fornisce riferimenti alle pagine dei libri, alle parole che scorrono sui giornali e che sono riproposte sugli abiti di scena, sulle figure dei video-fondali. Figurine ritagliate che sembrano uscire dai libri animati, che forse oggi non si leggono più. Una particolare pellicola viene “stesa” sul proscenio e questo permette una proiezione virtuale che si mescola con il fondo reale, su cui poggia e agisce l’attore in carne ed ossa. Il risultato per il pubblico è una visione su un unico piano che permette l’utilizzo di molteplici personaggi, pur non avendoli realmente a disposizione.  Gli oggetti di scena sono stati creati attraverso il lavoro degli studenti della Libera Accademia di Belle Arti di Brescia. Ma ci chiediamo, perché questo spettacolo all’interno del Fringe? Probabilmente selezionato per il grande e innovativo lavoro scenico e per l’ottima interpretazione di Cremaschi, non riesce a convincerci. Fino alla fine cerchiamo di capire se la favola possa dare un’informazione innovativa e  se il testo possa comunicare fortemente con il pubblico bambino. Non riusciamo a cogliere, inoltre, un legame tra testo e pubblico adulto, quindi abbiamo la conferma che lo spettacolo sia unicamente rivolto ai più piccoli. Aprire il Festival anche ad un pubblico diverso, come quello dei bambini, non è una cattiva idea, anzi. Ma forse sarebbe stato  opportuno dedicare una specifica sezione del cartellone Fringe proprio agli spettacoli rivolti  ad un pubblico di giovanissimi. Occasione perduta per questo Pinocchio, in cui i bambini hanno riconosciuto subito i personaggi ma hanno perso il filo tematico della storia. Ecco quindi la duplicità di uno spettacolo che, da un lato, attrae i bambini attraverso le immagini facilmente riconoscibili, dall’altro spinge il pubblico adulto a ricostruire  la trama conosciutissima, descritta attraverso immagini sintetiche e momenti velocissimi. Il tutto, però, non si lega e la sensazione è che questo sia un lavoro “in fieri”, quindi di buona sperimentazione, ma in attesa di ulteriori rifacimenti specifici.

LA IATTA MAMMONA.
Cerchiamo una gatta nera e per trovarla scendiamo a quaranta metri nel sottosuolo della città di Napoli. Le viscere partenopee ci accolgono tra polvere, detriti, frescura e la storia di questa città. Uno dei siti, utilizzato anche durante le edizioni precedenti del NTFI, è il Tunnel Borbonico, luogo che collega due zone della città, passando sotto la nota Piazza del Plebiscito. L’associazione “Borbonica Sotterranea”, che si è occupata di recuperare ogni tipo di oggetto sotto le macerie e di rendere fruibile al pubblico questo percorso sotterraneo, lavora da anni all’interno di questo sito archeologico. E anche in occasione del NTFI 2013 ci accompagna attraverso questo luogo magico. Il 19 e 20 giugno va in scena nel mondo sotterraneo napoletano, tra frescura e suggestione, LA IATTA MAMMONA, spettacolo inserito nel cartellone del Fringe Festival, scritto e diretto da Terry Paternoster. Numerosi gli interpreti, membri del Collettivo InternoEnki: Teresa Campus, Valentina Cocco, Irma Carolina di Monte, Ramona Fiorini, Terry Paternoster, Gianni D’Addario, Salvatore Langella, Urbano Lione, Angelo Lorusso, Ezio Spezzacatena.  Abbiamo voluto citare tutti i giovani attori, rigorosamente in ordine alfabetico, proprio per rendere merito a questa compagnia che ha realizzato un ottimo, originale e culturalmente valido lavoro. Il testo naviga tra tradizioni, sacro e profano, notizie d’attualità e tantissima antropologia, quest’ultima elemento fondamentale della cultura non solo campana, ma dell’intero Sud Italia. La Iatta mammona ( gatta mammona) è  un personaggio presente in numerose favole meridionali e in gran parte della letteratura del Mezzogiorno, nonostante sia poi chiamata o definita anche con altri termini e identificata attraverso diverse iconografie popolari. L’alter ego dell’uomo nero, la gatta nera è elemento negativo, simbolo del peccato e del diabolico. Ricordiamola ne La Gatta Cenerentola di Basiliana derivazione, poi ripresa dall’elevata opera di Roberto De Simone. Il Cristianesimo identifica il gatto nero, portatore anche di sfortuna,  come simbolo del demoniaco, proprio per contrastare la divinazione felina sorta con il paganesimo e soprattutto diffusasi nelle religioni orientali ed egizia. Il gatto nero poi diventerà, infatti, simbolo legato alle streghe, con tutto quello che ne conseguirà durante l’Italia borbonica e la Santa Inquisizione. Storia a parte, la profondità culturale di questo testo è notevole, non solo per i riferimenti antropologici, ma perché l’intera compagnia  è portatrice di una comunicazione sofisticata, dimostrando un’ampia conoscenza della cultura meridionale, rappresentata in maniera innovativa e non attraverso luoghi comuni. Si parte dal passato medievale per arrivare alla contemporaneità d’oltreoceano. La gatta mammona è una gatta nera incinta: in realtà rappresenta una ragazza che vive nella dissolutezza, forse spinta dalla povertà e dall’ignoranza, e che viene ingravidata da un prete. La trama fondamentalmente è questa, ma il senso profondo viene ispirato anche da notizie riportate dal National Catholic Reporter e mai rese pubbliche dal Vaticano: in 23 Paesi del mondo è praticato l’aborto ad opera di medici cattolici che vengono commissionati da preti. Tra i cunicoli polverosi del Tunnel Borbonico ci ritroviamo nelle vie più povere di un paese o di una qualsiasi località, per poi sederci tra le navate di una chiesa o ritrovarci ad origliare tra le mura di un convento, illuminate da candele. La compagnia porta avanti un lavoro coeso, compatto, in cui ogni momento viene scandito da una ritmica serrata. Ogni componente del gruppo fa parte della storia, e nonostante la ragazza ingravidata sia  la protagonista, è il branco il personaggio principale. Questo è composto dalle giovanette, dai monaci, dal prete peccatore, dalla gente del paese, dalle donne che spettegolano, dall’indifferenza, dall’omertà. Forse proprio quest’ultima è il senso profondo di tutto il lavoro, in cui i movimenti perfetti, gli incastri fisici e di voci, rendono lo spettacolo pregnante non solo dal punto di vista testuale ma anche fisico e attoriale. Tutte le componenti dell’arte vengono esplicitate, compresa la musica, con una commovente e tecnicamente perfetta intonazione corale dell’antica canzone siciliana “Mi votu e mi rivotu”, splendido tributo alla tradizione musicale della poesia d’amore dell’isola, ma qui utilizzata nel momento drammatico dell’aborto. Mentre la donna abortisce, la gatta partorisce.  La Iatta mammone fugge e si infila in ogni angolo di questi cunicoli e le donne stringono le gambe, perché il peccato è sempre in agguato: sembra quasi che gli spettatori possano “sentire” il suo movimento e percepire la sua ombra nera. Eccellente la scelta di affidare “la voce pettegola” del popolo ad attori ibridi, volutamente effeminati. Le scelte registiche costruiscono l’ottimo lavoro con ulteriori elementi: dalla simbologia del velo nero dell’omertà, al lenzuolo bianco macchiato di sangue attraverso un drappo rosso, all’aborto simulato con il cucchiaio che squarcia la polpa di una mela. Allegorie tratte dalla cultura religiosa e da quella popolare: basti pensare al monaco- martire-Cristo-demonio e alla ragazza- gatta-peccatrice-vergine-Maria, fino alla terribile cronaca contemporanea, in un turbinio di emozioni e suggestioni contornato dai diversi dialetti meridionali pronunciati dagli attori. Con questo spettacolo il nostro viaggio all’interno del NTFI 2013 è quasi concluso. Ci resta il gran finale con CIRCO EQUESTRE SGUEGLIA e il tripudio del pubblico. Ma il nostro viaggio all’interno dell’ottimo cartellone del Fringe Festival 2013 si conclude, quest’anno, proprio con LA IATTA MAMMONA; ringraziamo l’ Ufficio Stampa del Fringe Festival  per la continua e proficua collaborazione e il  giovane gruppo INTERNO 5 che si è occupato dell’intera organizzazione dell’E45 Fringe Festival 2013, oltre ad altre numerose iniziative visibili sul sito www.interno5teatro.it.
Ci accingiamo, quindi, alla nostra conclusione.

CIRCO EQUESTRE SGUEGLIA.
Perché un regista argentino decide di mettere in scena un testo di Raffaele Viviani? Questo NTFI 2013 si conclude all’insegna della magia. Dopo tante polemiche e delusioni anche il nostro Festival si conclude positivamente. Il 21, 22 e 23 giugno l’edizione 2013 chiude i battenti al San Ferdinando di Napoli. In scena CIRCO EQUESTRE SGUEGLIA, opera preziosa di Raffaele Viviani. Una compagnia straordinaria, coordinata dal lavoro impeccabile di Alfredo Arias.  Un mese fa, prima del debutto ufficiale, anche per questo spettacolo si diede la possibilità di assistere alle “prove aperte”. In realtà la reazione del regista, infastidito dalla presenza di spettatori curiosi all’interno del suo piccolo capolavoro, ci deluse. Ci chiese di non effettuare riprese, né foto e ci permise di assistere solo a 30 minuti di scena già costruita. Arias insisteva sul concetto di magia, sui segreti, sulla particolarità del lavoro che nasce e si evolve dietro le quinte e che forse, ingiustamente, stavamo “contaminando”. In effetti la magia è apparsa davvero sul palcoscenico dello storico teatro napoletano: tre giorni in cui il tripudio del pubblico è stato clamoroso. Il cast composto da giovani e non, rivela grande professionalità, ma soprattutto dimostra una naturale simbiosi tra attori e personaggi, un’osmosi di difficile realizzazione e da tempo introvabile, a questi livelli, sui palcoscenici contemporanei. Il testo e le musiche di Viviani vengono riportati sulla scena, quasi in maniera originale e fedele: il regista sceglie di eliminare alcuni personaggi, che non possiamo di certo considerare minori ( la guardia, gli artisti di piazza Mercato), focalizzando l’attenzione sui personaggi portatori di valori e significato. La lettura di questo spettacolo è complessa; però, come afferma lo stesso Arias, è molteplice e multi-piano, per questo piace ad un pubblico multi- culturale. Oltre all’elemento meta- teatrale che compare ripetutamente attraverso diversi espedienti, come la realizzazione di una pista da circo al centro della scena, oltre alle carovane laterali che servono da “smistamento” per le entrate e le uscite di alcuni personaggi, sostanzialmente  la scenografia originale viene in gran parte rispettata. Gli attori, tra cui il protagonista Samuele, utilizzano il proscenio e parte della platea per interagire con il pubblico, procedendo verso una conclusione poetica, profonda, commovente, intensa, dell’intero lavoro. L’accuratezza nella scelta degli abiti, del make-up, delle pettinature, di ogni singolo elemento, di ogni movimento, di ogni accento, contribuisce alla specifica caratterizzazione di ogni personaggio. Nel miscuglio inziale di nomi e ruoli, la forte caratterizzazione  permette al pubblico una  facile identificazione dei nomi e degli elementi specifici di ogni artista che lavora in questo circo. Metafora della vita e del dolore, della povertà materiale ma soprattutto dell’animo, ogni personaggio di questo misero circo è simbolo del mondo. Viviani imparava e assorbiva dalla realtà per poi dare una connotazione vera e specifica ai suoi personaggi, trasformandoli in portavoce di storie profonde, amare, in cui il sorriso si spegne sempre sotto un velo amaro. Le storie d’amore, i tradimenti, i rapporti familiari, il mancato rispetto tra coniugi, la povertà, il senso di una vita in cui “the show must go on” ad ogni costo, l’apice e la caduta, questi sono tutti elementi che in scena assumono un profondo senso didascalico. Il circo è elemento fondamentale dell’infanzia del regista: il padre di Arias lavorava per un’industria tessile che, oltre alla famose espadrillas, produceva i tessuti per i tendoni da circo. Viviani, nella sua prima didascalia di Circo Equestre Squeglia, lo chiama “sciapittò”, il tessuto di copertura dei circhi.  L’attenzione, volutamente esagerata,  ai colori, ai decori e alle rifiniture delle preziose vesti di questo spettacolo,  si collega probabilmente all’esperienza e alla visione del circo creolo che Arias assunse nella sua memoria da bambino. Forse, invece dei colori sgargianti, ci saremmo aspettati un circo dalle vesti rammendate, nonostante Samuele si lamenti continuamente del suo vestiario bucato e sporco. Ma qui la “rammendatura” del buco è simbolica: si possono ricucire un’intera vita e un rapporto ormai consumati? Si può vivere “rammendando” le giornate? Si può sperare sempre che lo strappo non si scucia più? Grande testo, interessante dal punto di vista storico e sociale, ci mostra la complessa storia del lavoro delle compagnie italiane tra fine Ottocento e primi anni del Novecento, in cui il Circo si inserisce in un contesto eterogeneo e disordinato di spettacoli dalle molteplici tipologie. Anche il Cafè-Chantant rientra all’interno del progetto Viviani-Arias, poiché vengono riportate sulla scena non  solo  macchiette e intermezzi comici previsti nel testo originale, ma il regista argentino sceglie di inserire anche musiche non previste nell’opera, ma comunque conosciutissime all’interno del repertorio del più famoso Viviani. Basti pensare al pezzo interpretato dall’ottimo Tonino Taiuti, “Titillo”, “sbirciato” anche all’interno di uno dei giornali napoletani di inizio secolo,  dedicati ai repertori del Cafè-Chantant  e delle feste di Piedigrotta: tra le pagine datate “1911” questo pezzo appare come uno dei grandi successi dell’epoca. La musica, rigorosamente suonata dal vivo, attraverso i musicisti  Giuseppe Burgarella, Gianni Minale, Claudio Romano, Flavio Tanzi, inseriti in una sorta di “golfo mistico”  di sapore “varietè”, completano il cast di un lavoro che segna parte della storia del teatro vivianeo sulla scena internazionale contemporanea. Mauro Gioia viene utilizzato per dar voce alle didascalie, espediente che durante la visione della prova non aveva dato notevole spessore alla scelta, né ci era sembrato pertinente. A lavoro completo, invece, ci accorgiamo della genialità dell’utilizzo di questo elemento, che fa da collante e da collegamento tra i vari piani dello spettacolo: aiuta gli spettatori meno esperienti a comprendere i collegamenti, elimina la divisione in atti ( che comunque si coglie all’interno della struttura), assume il ruolo di “coro greco” nel comunicare il senso di alcuni passaggi. Credo sia giunta l’ora di chiudere questa lunga recensione, che potrebbe correre il rischio di diventare un piccolo saggio sull’opera vivianea. Come si fa in tutti gli spettacoli, ecco gli applausi finali rivolti a tutti gli ottimi attori di CIRCO EQUESTRE SGUEGLIA: Massimiliano Gallo, Monica Nappo, Francesco di Leva, Tonino Taiuti, Gennaro Di Biase, Giovanna Giuliani, Carmine Borrino, Autilia Ranieri, Lorena Cacciatore, Marco Palumbo. Il nostro plauso “speciale”, e soprattutto un sentito ringraziamento per le emozioni e le reazioni innescate nel pubblico, proprio a conclusione di questo faticosissimo NTFI 2013, va a Massimiliano Gallo nei panni di Samuele e a Monica Nappo nei panni di Zenobia. Per chi ha amato Arias e il suo lavoro, per chi vuole rivederlo, per chi ancora non ha visto, il CIRCO EQUESTRE SGUEGLIA ritornerà a Napoli, in occasione della stagione 2013/ 2014. Venghino signori, venghino!

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