Diario Roma Fringe 2013

Nel 1947 otto compagnie teatrali furono scartate dal Festival internazionale di Edimburgo e decisero di autoprodursi e autofinanziarsi. Costituirono la Festival Fringe Society e realizzarono un evento teatrale indipendente. Nacque, dunque, il Fringe Festival. Dagli anni settanta il Fringe si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa sulla scia del progenitore.

Dal 2012 anche in Italia il Festival di Teatro off genera consensi e conquista il pubblico capitolino. La seconda edizione romana, di cui è direttore artistico Davide Ambrogi, vede coinvolte 72 compagnie provenienti da tutta Italia e ospiti internazionali con proposte eterogenee che spaziano dalla danza, al teatro civile, dal teatro canzone al teatro di ricerca.
Villa Mercede, cuore verde del quartiere San Lorenzo di Roma, diventa fulcro nevralgico di cultura, aggregazione sociale, artigianato italiano ed etnico, workshop ed eventi.  Il tutto è consolidato da una politica eco-sostenibile. Tutti i prodotti esposti, lungo la via principale della villa, compresi gli stand adibiti al ristoro, sono rigorosamente biologici e a km zero.
Lungo il percorso sono dislocate le tre aree palco, dove ogni sera, dal 15 giungo al 14 luglio, si esibiscono, alternandosi, 72 compagnie, offrendo 9 spettacoli a sera e circa 230 repliche totali. Una Festa del Teatro in cui si mescolano pratiche artistiche, tradizioni e mestieri restituendo una dimensione in cui alterità e memoria, storia e innovazione rinnovano il senso di comunità. La prima compagnia a esibirsi è Cascina Barà con #Tessuto.

#Tessuto
Di Alessandra De Luca, Daniela Zambon Scarpari e Alessio Trillini e con Daniela Zambon Scarpari racconta di un percorso visionario alla ricerca delle proprie origini. Le interazioni tra diverse forme, recitazione, disegno dal vivo (Alessio Trillini) e musica live (Lorf, Alessandra De Luca) restituiscono una dimensione astratta.
Sulla scena una sedia e una valigia sono gli elementi scenografici.
Teresinha, un’immigrata e giovane sarta che vive in Italia, è costretta ad abbandonare la figlia.
Mia intraprende un viaggio alla ricerca della madre. Un viaggio alla scoperta di sé, in cui s’intrecciano le dinamiche socio-politiche, le credenze popolari, i desideri, le relazioni. Un racconto rarefatto si dispiega attraverso l’immaginario della protagonista che narra una madre quasi irreale, evocando la dimensione del sogno. Una figura misteriosa che diviene gradualmente reale, concreta.  Dove prima vi era il vuoto, ora c’è un viaggio, ostinato e dolce. Mia è alla ricerca di una prova d’amore e la trova. Scova un diario di tessuto su cui la madre intrecciava i fili del loro legame profondo. L’abbandono, pertanto, non è un castigo, ma una necessità. L’abbandono di Mia è un atto d’amore e libertà.

The Oyster Boy
Liberamente tratto da The Melancholy Death of Oyster Boy di Tim Burton, narra la storia di un bambino nato con la testa a forma di ostrica e dei suoi genitori impegnati ad affrontare le difficoltà di crescere un figlio ripudiato dalla società.
The Oyster boy narra della diversità, del timore che essa genera nell’altro, dell’incapacità di accettare tutto ciò che non rientra nell’ordinario e conduce, pertanto, verso sentimenti di rifiuto fino alla definitiva dissoluzione dell’individuo. La compagnia Haste, composta totalmente da donne, mette in scena una commedia macabra e divertente, mostruosa e sentimentale. 
Il testo è divertente, scritto e interpretato in inglese.
Sei attrici e un pupazzo sono i protagonisti della dark commedy musicale. La performance è nel complesso organica, intensificata da spazi corali e musicali vivaci. Il ritmo, sostenuto e coinvolgente, rende lo spettacolo nel complesso molto piacevole.

Il tempo e la stanza
Sul fondo del palcoscenico nove cubi praticabili sono disposti in fila. Su ognuno di essi sono immobili nove figure smarrite e solitarie. L’uomo senza orologio, La impaziente, Il perfetto sconosciuto, L’Addormentata, Frank Arnold, L’uomo in cappotto, Olaf, Julius e infine Marie Steuber sono individui estraniati e irrequieti di una odierna metropoli.
Si aggirano come fantasmi, strisciano, sgusciano, si nascondono. Sono alla ricerca di qualcosa o  qualcuno che possa placare il vuoto generato dalla solitudine. Sono brandelli e lacerazioni dell’animo sofferente di Marie. La tormentano, la spiano attraverso la grande finestra, un cannocchiale posto al centro del palcoscenico. Significativa è la scelta dello strumento ottico, unico mezzo di contatto con l’esterno, permette l’osservazione ravvicinata del malessere individuale, proiettando all’interno della stanza una sofferenza collettiva.
I momenti improvvisi, in cui tutti irrompono sulla scena in un delirio di voci, movimenti, lamenti e sospiri, spezzano il ritmo cadenzato. L’isolamento e la ricerca del sé sono fili conduttori, alimentano Marie e le sue ansimanti figure. Un mondo frantumato, una dimensione pallida e sfuggente in cui tormento e incertezza disgregano l’essenza. Un luogo asettico in cui il tempo è sospeso.  Uno spettacolo fluido, corporeo in cui danza e recitazione sono elementi di un’unione suggestiva. Il tempo e la stanza, lavoro coraggioso e impegnativo, denuncia una società fondata su paranoia, ossessione e terrore. Arcadia delle 18 lune interpreta brillantemente l’opera di Botho Strauss, meritandosi il posto in finale.

La serata di sabato si apre con l’esibizione delle due compagnie finaliste della settimana, ovvero le più gradite al pubblico, unico giudice. Il biglietto per gli spettacoli è diviso in due sezioni: una con il nome della compagnia e il titolo dello spettacolo; l’altra è composta da quattro rettangoli, singolarmente rimovibili, disposti in ordine numerico da uno a quattro. In base al proprio gradimento, lo spettatore deve esprimere un voto (tra i valori di uno per il minimo e quattro per il massimo) strappando via i rettangoli e deve riporre il biglietto dentro l’urna posta sul palcoscenico.
Ad aggiudicarsi il primo posto in finale è la compagnia Arcadia delle 18 lune con ”Il tempo e la stanza”, come dicevo sopra. A seguire, il programma prevede la partecipazione di ospiti nazionali e internazionali.

Sabato 22 è la volta di “Nuclear love affair “ prodotto da Built for Collapse che mette in scena una slapstick comedy, lavoro multidisciplinare in cui le differenti forme d’arte esplodono in una performance multimediale che denuncia la veemenza e la psicosi del sogno Americano. Sul palco B si esibisce Johnny Palomba con “Recinzioni”.
Tra i tanti spettacoli in competizione nella seconda settimana del contest si attende con trepidazione “Schizzata”.

Schizzata
Di Leonardo Jatterelli (autore) e Carlo Oldani (regista), musiche di Francesco Curia, in arte Saga.
Notevole l’interpretazione di Valeria Zazzaretta nei panni di Chiara, una donna vittima di violenza e abusi sessuali.
La giovane senzatetto rivela di essere una killer. Racconta di aver ucciso l’uomo che amava, di aver assassinato il padre del figlio, abortito dopo un violento pestaggio. Racconta di una gravidanza desiderata e interrotta, di un uomo brutale che dopo averla sedotta, abusa di lei insieme ai suoi “compari” e la coinvolge in un giro di droga e prostituzione.
Chiara si trascina a fatica lungo le spiagge del litorale laziale, senza fissa dimora. Custodisce un sacco pieno di ricordi e oggetti raccattati per strada, tra cui una bambola che accudisce come fosse il figlio mai nato. Un abisso della memoria, un pozzo torbido e amaro. Chiara è una donna mutilata nell’animo e nel corpo, colpevole di aver ceduto all’amore due volte, e due volte esser morta. “Schizzata” è un monologo intenso, una parola ossessivamente sussurrata, una deriva esistenziale, un residuo animico.

Cose di questo mondo
“L'ultimo secolo della nostra esistenza si è lasciato dietro più immondizia di quanta ne avevamo prodotta in diversi milioni di anni” (Ronald Wright, “A Scientific Romance”, 1977).
Tale considerazione è il punto di partenza dell’impegnativa commedia prodotta da La compagnia delle Rose.
"Cose di questo mondo" è una piccola fabbrica di oggetti inutili in cui lavorano il rassegnato Fugaci (Alessandro Waldergan) e Marchetti (Francesco Pompilio), inventore brillante.
I due collaborano insieme alla realizzazione del progetto SUGO: Solo Un Giorno Oggetto. La politica aziendale prevede la produzione di oggetti inutili e non durevoli, secondo la pura logica consumistica.
Entrambi sono obbligati a vivere nella mediocrità, continuamente vessati da un capo onnisciente e onnipresente, simboleggiato da un totem multicolor gigantesco, posto al centro del palco.
I due protagonisti sono personaggi in antitesi: il primo, Fugaci, intrappolato in un’esistenza claustrofobica in cui il lavoro sostituisce casa, amici e famiglia, è vittima di un ingranaggio che vuole tutti individui fedeli e timorati, pedine di un sistema finanziario immorale; il secondo, Marchetti, baldanzoso e sagace, segnato da un passato di attivismo ambientalista, trascorre il tempo a escogitare un modo per mantenere il suo posto di lavoro, senza rinunciare alla propria etica.
I due protagonisti condividono esperienze, paure, emozioni e intenzioni. Scoprono quanto lo scambio di differenti opinioni e credenze possa essere uno stimolo al miglioramento personale. Inconsapevolmente saranno artefici, l’uno per l’altro, della ritrovata felicità.
”Cose di questo mondo” è promotore di senso etico e risveglio sociale, determinato a insinuare nelle coscienze, quantomeno, un interrogativo sui meccanismi che regolano le nostre vite.
Waldegran e Pompilio, autori della commedia, insieme al regista Angelo Libri elaborano una messinscena dal sapore surreale costruita su tempi comici vivaci e battute acute, affiancando all’efficacia interpretativa una scenografia in stile comics e un velato rimando orwelliano.

Io sono la luna
Due amici, Sergio (Savino Genovese) e Melania (Viren Beltramo), lui obeso in infanzia e lei in età adulta, raccontano due prospettive differenti di un male comune.
Un atto di denuncia che ricerca le cause più profonde nelle dinamiche familiari, relazionali e nei meccanismi economico-finanziari.  Le loro fragili prospettive sono punto di partenza di un più complesso sviluppo drammaturgico incentrato su testimonianze, dati e studi. Il duo Genovese-Beltramo denuncia una ferita che ha radici tutte italiane, con tanto di statistiche alla mano (per esempio, 44 italiani su 100 sono affetti da obesità e gravano sulla spesa sanitaria nazionale).
Il retaggio del dopoguerra e il conseguente “boom economico” sono fattori edificanti del radicarsi di questa piaga sociale. L’abbondanza assume toni imperativi e determina status sociali. La rivalsa rispetto allo stato di povertà si trasforma in una condizione di sudditanza al consumismo. L’artefice del processo persuasivo è la televisione, la scatola subdola che agisce sull’inconscio dell’adulto e sul desiderio del bambino.
Sulla base di tali congetture, i due brillanti interpreti, tra momenti di effervescente comicità e frangenti di amara consapevolezza, catturano totalmente lo spettatore.
Obesità è una parola “ingombrante”, svela sovrabbondanze emotive e sociali.
Romantico, malinconico, divertente, toccante e forse inaspettato, ”Io sono la luna”, scritto e diretto da Savino Genovese, è un percorso dentro e fuori l’obesità.

Ancora una volta un tema sociale è protagonista al Roma Fringe Festival.
Vucciria Teatro, esordiente compagnia catanese, mette in scena uno spaccato della Sicilia anni 80’.
“Io mai niente con nessuno avevo fatto” è patrocinato dalla LILA (Lega Italiana contro l’AIDS), Roma Capitale, Arci Gay, Andos, Dì Gay Project, Circolo Mario Mieli, Gay center e Stonewall.  Non a caso, il “primo studio”, l’omonimo monologo, è vincitore del concorso “I monologhi dell’Ambra” e finalista nelle seguenti manifestazioni: “Autori nel cassetto, attori sul comò”, “Festival Potenza Teatro”, “Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro”.
Lo spettacolo segna l’esordio del drammaturgo e regista Joele Anastasi.

Io mai niente con nessuno avevo fatto
Una pièce ricca di espressività popolare, brillante scorcio antropologico che scava nelle profondità dell’entroterra siciliano. Cruda e priva di retorica, la storia di Giovanni (Joele Anastasi), Giuseppe (Enrico Sortino) e Rosaria (Federica Carruba Toscano) racconta di violenza, malattia, omosessualità, relazioni promiscue, discriminazioni e ignoranza.
Tre luci sono puntate su i tre attori disposti a formare un triangolo equilatero, di cui l’apice è Giovanni, incarnazione d’ingenuità e spensieratezza. Tre storie, profondamente legate tra loro da un sentimento autentico come l’amore, emergono sullo sfondo di un’amara Palermo.
L’autore predilige l’uso diretto del linguaggio. Il dialetto siciliano intensifica, ulteriormente, le performance carnali e brutali che, senza sottintesi, rievocano gli episodi di violenza subita. Le logiche del patriarcato generano discriminazioni sessuali, abusi, violenze legittimandole come consuete manifestazioni di un’arcaica autorità maschilista.
Una realtà retrograda e feroce, rasente la barbarie umana. 
Giovanni e Rosaria sono cugini, cresciuti in una famiglia tutta al femminile. L’assenza di una figura maschile è decisiva quando Rosaria viene aggredita e stuprata. Giovanni nel tentativo di riscattare l’onore della cugina va incontro a un pestaggio violento e viene umiliato per via della sua dichiarata omosessualità. 
Giuseppe, anch’egli vittima di abusi durante l’infanzia, seduce Giovanni. I due iniziano una relazione clandestina. Giuseppe trasmette il virus dell’HIV al giovane. Quest’ultimo, saputo della malattia, decide di informare l’amante.
La reazione di Giuseppe è violenta. Giovanni viene accusato e ripudiato dall’unico e solo amore della sua vita: “Mi ha detto che ero un frocio di merda, che dovevo morire presto e che a ballare facevo schifo”.
“Io mai niente con nessuno avevo fatto” è una confessione d’innocenza.
Il grido d’amore di Giovanni si scaglia disperato nelle distese aride e secche del più profondo sud Italiano.
Una performance coinvolgente e vibrante, sostenuta efficacemente dalle esemplari interpretazioni dei tre esordienti attori.

“Tutto esaurito” per l’ultima domenica del Roma Fringe Festival. La giornata conclusiva del 14 luglio ha reso onore ai quattro spettacoli finalisti del contest: “Il tempo e la stanza” di Arcadia delle 18 lune, “Cose di questo mondo” della Compagnia delle Rose, “The white room” di e con Caterina Gramaglia, “Io mai niente con nessuno avevo fatto” di Vucciria Teatro.
Il premio maggiormente ambito è il Premio Produzione e Miglior Spettacolo, che prevede la partecipazione della compagnia vincitrice al New York Fringe Festival 2014 come rappresentante del Teatro Off italiano.
Diciannove giurati e un pubblico numeroso per una serata dall’atmosfera festosa e frizzante. Le compagnie si esibiscono in successione per l’ultima replica che decreterà il vincitore assoluto. Il gran finale riesce discretamente. Sul palco A il direttore artistico, Davide Ambrogi, insieme a tutto lo staff dà inizio alla cerimonia di conclusione.
La Compagnia Vuccirìa Teatro fa incetta di premi e viene decretato vincitore assoluto del Roma Fringe Festival, aggiudicandosi l‘accesso e il finanziamento al New York Fringe Festival. Le altre tre compagnie in gara hanno ottenuto, esclusivamente, l’accesso diretto ai Fringe internazionali di Stoccolma, San Diego e Saint Louis.
Il Premio Miglior Regia è destinato a Roberto di Maio per lo spettacolo “Ri-Evolution” (Compagnia Demix); Miglior Drammaturgia va a Joele Anastasi per lo spettacolo “Io mai niente con nessuno avevo fatto” (Vuccirìa Teatro); Miglior Attrice è Caroline Pagani per lo spettacolo “Hamletelia” e infine Miglior Attore Enrico Sortino per lo spettacolo “Io mai niente con nessuno avevo fatto”.
Una lode va a Davide Ambrogi e al suo staff per aver realizzato un festival di tale portata (30 giorni di teatro, 250 repliche, 75 compagnie, 35.000 presenze).
Il Roma Fringe festival seleziona le compagnie partecipanti attraverso l’esclusiva analisi della sinossi. Una scelta programmatica. L’obiettivo, infatti, è offrire la possibilità a tutte le compagnie di ottenere visibilità e promuovere un circuito ricco di arte, artigianato e cultura partendo dal “basso”.
Vi è, dunque, il pericolo di assistere a spettacoli poco meritevoli, finalizzati al mero intrattenimento. Il teatro dovrebbe affondare le radici nell’inconscio dello spettatore, generando un flusso emotivo, profondo e partecipativo che accresce ed esalta la natura dell’uomo. Promuovere cultura è un atto sempre degno di valore, sebbene nel corso di un evento che ha caratteristiche quantitative piuttosto che qualitative, il teatro indipendente rischia di perdere efficacia.  Seppur con qualche riserva, nel complesso un festival interessante e ben riuscito. Auspicando più grande successo e un miglioramento, attendiamo l’edizione Roma Fringe 2014.

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