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Drammaturgie italiane dal Giardino delle Esperidi

NON VOLTARTI INDIETRO, il recente “Dramma del mese” pubblicato su questa testata con l’arrivo dell’autunno, dà pertinente occasione di completare la disamina dei restanti otto spettacoli da me visti al Giardino delle Esperidi Festival. L’essenziale e accorto uno-contro-uno della coppia di trentenni (circa) scritto da Chiara Boscaro, infatti, ha vissuto il suo debutto scenico assoluto giusto alla manifestazione organizzata dalla compagnia ScarlattineTeatro, intervenuta a sostegno del corrispondente progetto prodotto dai giovani della Confraternita del Chianti. Uno spettacolo che come altri rappresentati in tale rassegna, in prima nazionale (ma anche no), sarà quindi possibile vederlo in giro durante la nuova stagione italiana di prosa a cui s’è appena dato il via in numerose località. Pertanto, riveste un certo interesse – ponendosi altresì alla stregua di un’incalzante e diversiva anticipazione e/o ricognizione analitica – questa mia seconda parte d’indagine su quanto andato in scena, allora, sugli indiziati palchi allestiti entro un’amena costellazione di cittadine e spazi ad hoc del Monte Brianza. Luoghi, aree ed eventi gratificati da una densa partecipazione di spettatori (come s’è riferito nell’inerente brano pubblicato in precedenza) e articolati lungo traiettorie di senso intente a protrarsi drammaturgicamente nell’attuale smarrita congiuntura nazionale. Tremenda fase pervasa di confusione, perdita, scollamento interpersonale, sogni traditi e nondimeno, però, di intrepidi scintillii d’immortale Rinascita nel buio circostante: “A riveder le stelle” e altro ancora di degno.

– DRAMMATURGIE DELLO SMARRIMENTO –

Smarrita, innanzitutto, nel caso della messinscena di FAMEDARIA, testo e regia di Antonio Calone, è la produzione da parte del Teatro Stabile di Napoli: inadempiente rispetto agli accordi stretti coi coproduttori di ScarlattineTeatro, i quali hanno avviato un’azione legale in merito. Così, sulle assi del palco di Palazzo Gambassi in quel di Campsirago (la bella frazione, capitale della rassegna), s’assiste a un prologo di sette lettori in fila frontale che espongono sorridenti la querelle come un brutto affare da sempiterno paesucolo della peggiore e deteriore Commediaccia dell’Arte. Scenografie bloccate in magazzino, indisponibili i costumi, spettacolo produttivamente stoppato, Calone e i suoi sodali si consolano frattanto citando pubblicamente le battute simpaticone del direttore artistico dell’ente napoletano e del relativo amministratore. Tuttavia, riguardo direttivi del genere, davvero una risata li seppellirà? Probabilmente è ora di scatenare dinamiche e contegni di inusitata radicalità e concezione rispetto al solito, perché una risata non seppellirà affatto personaggi siffatti della corrente Italietta teatrale e non. E lo spettacolo, invece? Private degli elementi scenografici e d’indumenti previsti, le quattro interpreti si cimentano con l’anomala situazione in maniera di per sé ammirevole, peraltro affrontando un copione in cui si richiede che sostengano ognuna un ruolo ambientato nel tempo presente e uno – o addirittura più di uno – in quello passato. Una costruzione a scatole cinesi e per flash-back dentro cui si sviluppa una storia incardinata sull’arduo ritrovarsi di due sorelle adulte: separate da anni di lacerata lontananza; da una dissimile condizione lavorativa e di sussistenza; da una netta, conflittuale diversità d’approccio all’esistenza. Un divario, quest’ultimo, radicato – tra gli altri – nell’humus familiare dell’infanzia dov’è cresciuto il rovo pungente della separazione stessa dei loro genitori, entrambi denotanti discrepanze di consimile specie. Le attrici s’impegnano con rigore e professionalità, tuttavia la difficile e improvvida condizione in cui si ritrovano a recitare – denudata ancor più, oltretutto, dal prodursi en plein air – le fa apparire spaesate a fronte di una drammaturgia che, dal canto suo, procede semmai per incastri e nessi puntuali nel viavai tra l’oggi e lo ieri dei personaggi (quasi tutti femminili), il loro divenire odierno e la memoria che li conduce. Sospendere il giudizio, ritengo sia necessario per una prova i cui movimenti spaziali appaiono dimidiati espressivamente senza i debiti appigli scenografici atti a coadiuvarli e a ispessirli, affinché convoglino con nitidezza e pregnanza plastica le delicate tessiture dei particolari mutamenti temporali inscritte nel testo; le quali, altresì, tracciano i destini e tramano le interiorità delle tormentate donne in questione.
Tormentato quanto basta e fitto d’interrogativi sul proprio Io, sul complicato tempo attuale e sulla sfuggente realtà dintorno, è pure il Teatro-Concerto proposto da Marcello Gori con l’ausilio di Matteo Poli agli spettatori convenuti ancora a Campsirago. Sotto il titolo perciò di MI SONO PERSO A MILANO (foto di Paola Pansini), Gori dà voce a un memorandum intimo legato assieme da una cinquina di canzoni che interpreta accompagnato dalla chitarra, dai cori e dalle basi beat ed elettro-pop del succitato partner. Parole e canzoni di un giovane genovese che, inseguendo i suoi sogni nell’abnorme e industriosa città lombarda, disegnano quadri e scorci di grandi speranze artistiche ed esistenziali oltre ad attese frustrate d’ordine affine, fervidi entusiasmi disperati e milanesi depressioni isolanti; fra solitarie ambizioni d’appagante successo e slanci d’amore verso quanto comunque si vive ogni santo e maledetto giorno. V’è anche l’incontro onirico col maestro Leonard Cohen (reso via voce da Poli), apparizione ironica di una coscienza critica che fa da guida nel ripigliare le fila scompigliate dell’imperterrito desiderio di condividere la festa della vita con le persone che s’incontrano: immergendosi cioè in bagni d’affettiva e intrinseca umanità, da estrapolare e contrapporre quindi al muro di incomprensione e solitudine che la cruda metropoli dispersiva può recare. Senonché, non è soltanto la “Gran Milàn” – la città ostile, frenetica e aridamente utilitarista – il problema. E neanche si tratta di cantare la conclamata provvisorietà economica e precarietà complessiva di un’intera e vagolante Generazione di Mezzo. Il tour discorsivo e musicale dell’affiatato duo sconfina, a mio avviso, nell’amara constatazione (quantunque disinvolta di gag e humor, soffusa di partecipe sensibilità) di com’è mostruosamente difficile, oggigiorno, restare aggrappati ai propri sogni di degna realizzazione personale. E questo perché, al di là di limiti e difetti che ognuno ha, si è circondati da un contesto globale – da una dannatissima polis contemporanea – che (specie in Italia) impedisce, frena e smonta tale tipo di istanza. Di questi tempi difatti, Sognare e legittimamente Desiderare, Volere, è prassi pressoché sovversiva e ritenuta pericolosa – da proibire – in un Paese (e in un Pianeta) dove semmai si amplia l’infinita maggioranza di gente alla quale è concesso poco, nulla, niente; mentre a un novero strumentalmente selettivo di privilegiati del sistema economico e politico, è concesso e ha accesso a tutto o persino a più del consentito.
Di sicuro una riconciliazione alternativa col mondo avviene, pacificando un minimo l’animo, con il pellegrinaggio nella natura dovuto all’itinerante IN-BOSCATI. IL CAMMINO DELLO SGUARDO #4. IKARIOTICO, ideato e composto da Michele Losi nel paesaggio agreste e boschivo della localita di Figina. Guidati da un ensemble (in leggeri costumi vagamente pastorali) di attori-cantori e performer danzanti, sotto l’egida di ScarlattineTeatro, una sessantina di spettatori vengono condotti per sentieri biforcati, paesaggi campestri e tratti di bosco, a rivisitare il mito antico del labirinto imprigionante il Minotauro divoratore di giovani. Durante i momenti di silenziose camminate in fila binaria, da lungi si vedono apparire personaggi topici della vicenda quali Arianna e Teseo unitamente a figure, oggetti e materiali evocativi quali un filo rosso, un dorato grosso gong, echi di suoni e canti a venire, più altro ancora. Ci si ferma ad ascoltare le rispettive versioni dei fatti della coppia, fra poetici timbri e disquisizioni a latere, finché s’approda in un campo inquadrando dentro due ali di persone lo scontro vittorioso dell’eroe ateniese con il mitico mostro di cui liberarsi. Strumenti e percussioni risuonano, idem canti di arcaica memoria e lingua, giovani danzatrici si scatenano come menadi esternando una fisicità implicita nella stilizzata battaglia. Raggiunto in seguito un verde camminamento rettilineo, vi appare in mezzo Dedalo a ricordare la sua stessa reclusione nella labirintica costruzione – di cui è stato l’artefice – e il tragico tentativo di fuggirne grazie alle ali attaccate al figlio Icaro che, causa la fragilità di esse e la sua smania di solare libertà, morirà. Libertà che arride agli amanti Arianna e Teseo: festeggiati a passo di condivisa danza da ciascun astante, in un’ultima radura da cui la coppia se ne andrà correndo verso un altrove miniato da altre e successive storie riguardanti i loro destini diversamente orditi. Si finisce, infatti, con la donna abbandonata – ma non abbattuta né doma nella sua fierezza – e sul canto d’epilogo alla tenuta agricola di partenza, laddove gli spettatori formano un conclusivo cerchio per potersi guardare in volto. Immagine d’assieme rivolta a dirci che, in fin dei conti, le Storie siamo Noi: camminanti alla volta di vie e direzioni ove poterne vivere e raccontare nuovamente, in una continua trasmigrazione inventiva di Sé; lasciando indietro innaturali sovrastrutture svianti, e spauriti meandri illusivi (l’architettura dedalea, la divorante bestia, le artificiose ali), per condursi piuttosto più liberi ad intensificate presenze di sguardi, gesti, corpi ed essenze, attese al mistero di un rivelarsi del vero Esistere senza tempo.
Una contestualizzazione d’astratta contemporaneità sospesa e occlusiva rispetto ai soggetti lì immessi, è l’ambito in cui (di nuovo a Palazzo Gambassi) si rappresenta I.P.: ovvero le “Identità Precarie” drammatizzate da Armanda Spernicelli per la compagnia ilinx. Dietro una grata di ferro delimitante l’intera larghezza della ribalta, un ragazzo e un paio di ragazze colorati dal giallo, dal viola e dal rosa dei rispettivi abiti, si muovono e s’atteggiano alla stregua di cursori impazziti d’uno strambo videogame assurdista: inseguendosi, girando, ondeggiando, ostentandosi in pose sexy, incrociandosi freneticamente e facendo battute, al suono alternato di musiche disparate e sparate come i luminosi faretti che trafiggono dabbasso e di traverso l’area scenica. Una camera a scoppio, dove s’accavallano momenti di domande e commenti (non scevri di umorismo) sulla propria consistenza identitaria, su quello che (forse) si vuole e si cerca, gettandolo volentieri a ridosso del pubblico con la bocca urlante sulle sbarre. Sulle cui griglie, gli attori appendono progressivamente dei fogli presi da cumuli di giornali in disparte durante break, simili a spot, posti a intermezzo delle varie azioni rappresentative. Difatti, ciascuno dei tre va avanti e indietro a turno per pigliare pagine da appendere, fino a formare un muro di carta, urlando le notizie scottanti all’ordine dei giorni con il tono e il piglio dello strillone. E giusto in questi passaggi qua, il sottofondo musicale ha un’impennata di volume spropositata che rende complicato ascoltare cosa gridano e dicono gli interpreti: un effetto magari voluto per indicare la confusione assordante che circonda la sfera dell’informazione; però pure molto impreciso e incerto negli attacchi e negli stacchi tra una sequenza e l’altra, tanto da vanificare il gioco scattante di ritmi e innesti rapidi richiesto dalla drammaturgia fatta per spezzoni, intesi a comunicare icasticamente il loop alienante di coattiva frenesia in cui ci si ritrova oggi a vivere. Così la costruzione complessiva traballa e fatica a proporsi con nettezza comunicativa; debole oltretutto nell’omogeneità recitativa degli interpreti, tarati su livelli discontinui e scostanti di un’inespressività espressiva che smaglia – in luogo di riuscire a trasmetterla, in forza di una recitazione esposta su crismi di vigorosa uniformità allusiva, magari da automi – la pregnanza di un discorso sull’azzerante omologazione invadente i nostri comportamenti sociali da auto-reclusi emotivi (o potenziali tali). Lavoro da rivedere in quanto, trattandosi di una prima assoluta, può avere patito tutte le evenienze che un debutto rischia di comportare: dall’idoneo settaggio delle sue varie componenti al mancato rodaggio globale assicurati dalle repliche.
Distante da un simile universo concentrazionario e aprendosi a un coro di “cittadini-allievi” di un “Laboratorio vocale per la messa in scena”, Nudoecrudo Teatro teatralizza un’indagine dagli accenti popolareschi intitolata MÒRIRI, presentandone i “Riti di passaggio” nel venusto cortile di Casa Gola a Olgiate Molgora. La massa corale, comprensiva di musicisti dal vivo a sinistra, abbraccia il palco dalle retrovie riversandovi i suoi canti e sottolineature riecheggianti parole, gemiti, risate, sussurri e grida attinenti il tema universale della morte. Argomento che trova trattazione e sviluppo nelle riflessioni e storie ora rievocative, ora dai tratti poetici, svolte da Alessandra Pasi accanto a un amato defunto vagante ancora nei pressi, perlopiù in silenzio, mentre una roca Morte dal trucco bianconero – con lindi frac, cilindro e bastone – compare ripetutamente a chiamarlo per un definitivo addio. Separarsi è duro, ostico, specie se oltretutto l’idea del trapasso si cerca di trasformarla e diramarla in altro da quel che addita, come a volerla deviare per non affrontarla davvero mai. Di qui, si snodano elenchi verbali di giochi, cibo, ricette, proverbi, canzoni, frasi risapute per stereotipi e luoghi comuni: rosario sgranato in un ricorrente rimpallo fra gli attori e il complesso vociante di metaforici spiriti partecipi, stanti sul fondo a rifrangere il tutto con varietà di contro-voci, reazioni e suoni. Ad un certo punto pure il caro estinto esala da terra parole ed espressioni diffuse sul tema, fino ad alzarsi per convolare a dolci nozze con l’amata, per poi partirsene finalmente via condotto dall’elegante e sarcastico emissario dell’aldilà. Sullo spegnersi conclusivo di una “breve candela” (per citare Macbeth), alla protagonista resta allora il sorriso lieto d’avere in realtà compiuto un suo peculiare percorso conoscitivo nella misteriosa dimensione della mortalità umana: e questo, anche grazie agli apporti di un modo collettivo di sentirla ed elaborarla tramite forme di percettiva immediatezza e pulsante restituzione, di cui una comunità può farsi verace portatrice costruttiva allorché ne coagula le sparse cognizioni nel tessuto interrelato della condivisione fra individui. Ciononostante, l’operazione risente di una tendenziale staticità scenica inadatta a convertire agli occhi della mente il tumulto e il groviglio di problematiche, riflessioni e domande tra loro connesse, che l’ardente tematica comporta e che non per niente il testo enuncia. Si ascolta e si assiste, senza che si smuova invero una contemplazione sospinta a profondarsi in un lucido appassionarsi che fonda insieme il corollario di eterogenee suggestioni e motivi implicati. Impasse favorita per giunta dalla recitazione accorata, sommessa e vibratile della Pasi che – pur nella sua complessiva validità – per paradosso ne scapita allorché, ad esempio, incoccia il granito monocolore effuso dai toni parlati e rigidamente mortali dell’uomo defunto; mentre la sfrontatezza ridanciana e alla mano della Morte ben vestita vorrebbe, sì, sdrammatizzare e concedere respiro avvicinando, però – così facendo ed esternandosi – ci priva del suo buco nero d’inconoscibile che attrae e cattura gli aneliti del pensiero e dell’animo, lasciandoci davanti semmai a una liscia superficie di faceta disinvoltura smussante ogni tratto di asperità e scontrosa accettazione di un inevitabile fato.

– MONOLOGHI PER RITROVARSI –

L’attraversamento dello spettro della morte o di una fine, ridà – per contrasto – nuovi motivi di senso e spinta alle ragioni della Vitalità. Aspetti di rilancio, ravvisabili in gradi e modi differenti nelle ultime tre messinscene che restano da ragguagliare.
La Compagnia Bresciani - Di Bello li trova in primis nel “mondo cercato dai ragazzi”, in quanto “molto più bello di quello materiale proposto dagli adulti”. E inoltrandosi per un chilometro almeno dentro il bosco del diserto paese di Consonno, si giunge alle gradinate in legno e terra battuta di un silvestre agone scenico realizzato – ripulendo sentieri e selve – da un gruppo di adolescenti iscritti a un campo estivo di educazione ambientale. Mirabile opera per ospitare la scatenata verve interpretativa di Stefano Bresciani nelle vesti soliste di Lapo in SENTIMÈ, divertente epopea teatrale di un papà artista alle prese con le irrequietudini e gli slanci adolescienziali di uno dei due figli: il maggiore detto “Coso” (il minore “Zuccherino” è il “cocco di papà”), portatore sano di “Ormoni!” da domare o variamente addomesticare (“Si salvi chi può!”) ai fini di un quieto vivere famigliare. E cogliamo, perciò, tale padre occhialuto a sbozzare una testa di Pinocchio nel suo laboratorio di teatrante – falegname artigiano di sogni e favole – fra qualche accessorio e un tavolo al centro, con sedia e rampa dietro, sulle quali potersi ogni tanto issare o divagare lanciando la propria sfida agli ingovernabili ardori ed eccentricità della giovinezza in sboccio. La quale, in verità, diventa per lui subito oggetto di una personale risalita a tempi andati di ragazzo, quando stupori e fantasie animavano spontaneamente di avventure e scoperte arricchenti la sua memoranda impresa della crescita. Bresciani va da una parte all’altra del palco simile a un folletto un poco indemoniato, snocciolando la sua aneddottica su cadenze di lieve inflessione lombarda che non disturbano affatto chi ascolta poiché, anzi, avvicinano e conferiscono autenticità al suo racconto esistenziale. Finché, eccolo rammentare i suoi favolosi anni ’70 esibendosi in uno sfrenato assolo rock su chitarra invisibile (l’“Air Guitar”, composta di sola aria) che fa da cesura alla sua spaziante narrazione pronta, tuttavia, per venire ancorata maggiormente alle vicende di presunta ribellione del temutissimo Coso. Del quale, si evocano le porte sbattute in faccia al cospetto delle mattane educative del genitore, i litigi epici per la musica tenuta altissima in camera, lo stoicismo giocoforza superiore a fronte del babbo nascosto che – in casa – lo scruta col binocolo poiché (stando alle dritte dello psicologo) ha da osservarlo “senza interferire in ogni momento”. La gamma mobile delle espressioni facciali, gli appostamenti da cartoon del corpo fremente dell’attore generano risa, e il testo ottimo di Giuseppe Di Bello lo trasporta fluido alle battute finali dove il climax – cagionato da una rocambolesca vacanza nella libertaria Amsterdam – scioglie le perplessità paterne sulla maturità intrinseca del figliolo, colmo di una freschezza di sentimenti e ricco di tali potenzialità da potersi addirittura mettere sulle spalle il padre nel proseguire il proprio viaggio verso il futuro.
Un grato domani di vertiginosa Felicità, a cui guardare bruciando d’attesa, aleggia febbrile pure negli occhioni luccicanti della neoscolaretta impersonata da Serena Balivo nel suo L’INFERNO E LA FANCIULLA (Foto Luca D'Agostino-Phocus Agency). Opera tuttora in fase di studio (è di questi giorni l’ultimazione della messinscena), presentata in anteprima per la regia di Mariano Dammacco. Il quale sceglie di collocare le immaginose peripezie scolastiche della “Bambina filosofica”, inventata dalla Balivo (chissà se pensando al fumetto appena virgolettato di Vanna Vinci?), sopra uno scurissimo velluto che ricopre il palcoscenico di Campsirago. Intorno a lei giace qualche trascelto ninnolo a punteggiare d’echi un’obbligata uscita dall’Eden dell’infanzia, per il “debutto in società” nell’inferno istituzionale della scuola. Luogo di forzato esilio e di promesse tradite, in cui la spassosa bimba ravvisa senza meno l’influenza corruttrice di Satana: visti e considerati i giochi e le compagnie imposti coercitivamente dall’istituzione; le naturali voglie d’intemerata libertà, represse da punitive maestre; la presenza spaventevole del grasso e grosso dirigente scolastico, tutore della legge e dell’ordine. Ma troppa è l’ansia vivace d’elevarsi a una autentica comprensione e di Vivere, con intensità di splendenti ardori emancipanti, da parte di questa fanciulla ribelle. Alla quale, la giovane attrice-autrice mette sulla lingua e fra le labbra una specie di deformato accento British a cui l’uditorio s’attracca senza opporre resistenze, poiché porta subito via verso ingegnose discettazioni stranianti e fantastiche, di sagace effetto comico. E tale immediata stravaganza s’aggancia a degli equivalenti corporei articolati su movenze a scatti, pose e figure da semi-zombie, passetti spezzettati girellando qua e là, spontanei balli ondivaghi su motivetti inneggianti alla gioia. I tagli laterali e diagonali di squadrata luce – inferti da Dammacco su tinte violacee, bluastre, verdi e rosseggianti – segmentano gli snodi recitativi dell’interprete, impastandone di calore centrale i momenti di assorto lirismo in cui ella assume toni d’incanto e timbri da donna adulta, intenta a trarre motivi di pregnante lucidità e scavo dalle scorribande dissenzienti della trascinante bimba. Per cui, alla fine, unitamente al riso ci si ritrova coinvolti e presi altresì da un sorprendente afflato di commozione rischiarante allorché, dalla talentuosa protagonista, balenano accensioni rivolte a incredibili (e incalcolabili) Altezze a cui si chiede la possibilità di ascendere per sacrosanto diritto naturale: in quanto si è certamente Creature della Terra, ma altrettanto dell’avvolgente e aerea Infinità. Cosicché, viene fatto di pensarsi e viversi non più come malnati angeli caduti da chissà quale divina volta superiore, bensì come fiammeggianti demòni alati degni di assurgere al più alto dei cieli. Emozionante prova drammaturgico-scenica di tenore, altresì, clamorosamente politico; la quale stacca di già (ad onta del suo stadio parziale) una fitta schiera di spettacoli e spettacolini nostrani – fatti, finiti e finanche distribuiti – che niente hanno di parimenti originale e ficcante a livello di idee ed efficacia d’esecuzione, di contenuti e linguaggio. S’aspetta con curiosità la realizzazione finale.
Anche l’ultimo spettacolo rimasto da esaminare, I MONOLOGHI DEL CAXXO (Foto Federica Lissoni), attende dense rifiniture e sistemazioni dalle brave entertainers Carolina De La Calle Casanova e Valentina Scuderi della Compagnia b a b y g a n g, secondo la regia di Lucia Vasini. Lavoro che, comunque, se la cava già bene grazie all’abilità dell’accoppiata nel prodursi in dialoghi estemporanei e siparietti improvvisati con gli spettatori (radunatisi ancora a Campsirago), inanellandovi progressivamente attorno un mosaico di sketch, numeri, duetti, letture ed esibizioni canore, da cui sortisce un ritratto composito del pene maschile visto da una prospettiva (nella fattispecie) femminile. Ed esperienze personali a parte, il paio di donne prende le mosse da sondaggi, domande, indagini e test sottoposti a una moltitudine di soggetti, per dare corso drammaturgico all’immaginario e alla cultura diffusa, nonché al senso comune e alle pratiche (risapute o meno, tra cui quelle mediche e didattiche), generati dall’organo genitale in causa. L’uditorio si diverte con gusto e viene coinvolto con ammirevole immediatezza dal brioso duo; le battute e i doppi sensi si tengono discosti con intelligenza da uno sbracare invano, tanto che non stona neanche il canto a squarciagola di “Se io avessi un cazzo!”. La coppia si compenetra nel condurre la serata fra le luci piene e rosse, i bui e le attornianti mezzelune rosate e aranciate, date dall’addetto “Lucifero”; col “Musico” invece a lanciare motivi di tastiere monocorde o percussioni di xilofono e batterie elettroniche, oltre ad altro. Da un lato, la Casanova s’atteggia e parla con modi un poco ansiosi sino a perdere, ogni tanto, la padronanza della lingua italiana per tracimare buffamente in quella nativa spagnola; al lato opposto, la Scuderi mostra sicurezza e baldanza sciorinando volentieri frasari e dichiarazioni in fluentissimo inglese. Gli stessi personaggi che vanno a incarnare durante dei frangenti della recita rispondono a una simile biunivocità, sebbene appaia ribaltata nelle interpreti: difatti, Ciullo da Roma è invero un papà di conclamata provenienza modenese (dall’elegante vestito grigio su camicia nera), che addensa le sue preoccupazioni sull’educazione sessuale del figlioletto in un mulinare di braccia alla Dario Fo e in un’ansia facciale d’occhi che Valentina Scuderi fa sorgere da un spasmodico aggirarsi per la scena; mentre la Marilyn – anch’ella da Roma – è una ‘vecia’ gobba e guercia dalle cadenze lombarde, sessualmente assai brillante e attiva, a cui la Calle Casanova conferisce una spiccata vigoria dinamica nei movimenti tesi a inchiodare “il pistola” (che “c’ha una testa tutta sua…”) alle sue piacenti responsabilità e funzioni erettili. Risalta e s’afferma meglio la raffigurazione del concitato padre piuttosto che quella della risoluta vecchia, perché forse questa s’inciderebbe più a fondo e farebbe persino più ridere se si rendesse maggiormente incartapecorita, sbrindellandone l’aitante fisicità e facendo dunque sbalzare per contrasto la sua speciale esuberanza sessuale. Eppure non consiste in ciò il difetto attuale di questo spettacolo in progress, capace di divertire in guisa bien faite (risultato non da poco, sia chiaro) e intrattenere con sostanziale garbo nonostante l’argomento. Quello che giustappunto manca al momento è la corrosione, l’acidità penetrante, la viscerale carica di emotività anche violenta e incontrollata che il Kaosmos uterino del beneamato Cazzo reca con sé: con tutte le sue implicazioni, tra le altre, quindi di natura politica e polemica – applicabili alla maschia società presente – come il finale dello spettacolo vorrebbe fare emergere. Sicché, la tirata conclusiva sull’Italia in quanto paese che “viene” poco e male, troppo o troppo presto oppure per niente, e comunque “sempre in ritardo”, suona posticcia e persino abbastanza artificiosa: quasi fosse una sorta di inserimento che non poteva mancare, obbligatorio per non apparire oltremodo leggeri come la vituperata TV (a cui lo spettacolo è ben adattabile), in virtù del periodo del cacchio che sta vivendo la nazione. Soltanto che, in precedenza, nello show sono prevalsi discorsi pertinenti semmai l’arte masturbatoria per adolescenti e la corretta igiene per adulti, l’indagine anagrafica sul pubblico e le sue fantasie d’estroso eros, le domande scherzose su misure e ulteriori facezie attinenti il sesso, tanto da lasciare perciò piuttosto defilati e mai veramente declinati dei riferimenti incisivi e puntuti ad aspetti di interiore “verticalità” problematica (citando un critico napoletano sbeffeggiato nella rappresentazione) che vivono, attualmente, milioni d’individui nella sociale “orizzontalità” allo sbando della nostra sterile Penisola di Cazzari al potere. Difetti di scavo (verticalità, di nuovo) e di corrispondente esposizione (l’orizzontalità) che potevano essere utili per dare profondità e spessore, portata e volume, bilanciamenti di sostanza tematica ed equilibri dinamici, a un’operazione attestata per adesso su dominanti univoche di leggerezza ed effimero intrattenimento: per cui, finita la piacevole oretta di recita e le relative risate, resta un senso di impalpabilità. Altroché CAXXO! Si tratta di vedere ora come decideranno di ultimare e sistemare il lavoro (secondo quale decisa impronta) le agguerrite e, ad ogni buon conto, valenti ragazze di b a b y g a n g. Ma un primo esito collaterale – e forse a loro insaputa – pare esserci già, poiché scopro frattanto che il gruppo Ferai Teatro sta lavorando ai propri imminenti MONOLOGHI DEL PENE sulla base di procedimenti similari di ricerca informativa e scrittura… Ovvero, i primogeniti di una specie d’Immacolata Concezione?

NON VOLTARTI INDIETRO
di Chiara Boscaro.
Regia: Marco Di Stefano.
Interpreti: Valeria Sara Costantin e Diego Runko.
Produzione: La confraternita del Chianti.
Prima assoluta: Colle Brianza (LC), frazione di Campsirago, Palazzo Gambassi, 23 giugno 2013.

FAMEDARIA
Drammaturgia e regia: Antonio Calone.
Collaborazione alla drammaturgia: Stefania Nardone.
Interpreti: Martina Antonelli, Caterina Carpio, Viola Forestiero, Aglaia Mora.
Produzione: ScarlattineTeatro.
Colle Brianza (LC), frazione di Campsirago, Palazzo Gambassi, 22 giugno 2013.

MI SONO PERSO A MILANO
di e con Marcello Gori e Matteo Poli.
Produzione: Sanpapié.
Colle Brianza (LC), frazione di Campsirago, Palazzo Gambassi, 22 giugno 2013.

IN-BOSCATI. IL CAMMINO DELLO SGUARDO #4. IKARIOTICO
Ideazione e composizione nel paesaggio: Michele Losi.
Drammaturgia: Michele Losi e Barbara Pizzo.
Musiche: Miriam Gotti.
Installazioni nel paesaggio: Anna Turina.
Puppet: David Zuazola.
Interpreti: Noemi Bresciani, Francesca Cecala, Vito De Lorenzi, Giulietta Debernardi, Maura Di Vietri, Anna Fascendini, Miriam Gotti, Lara Guidetti, Ruth Janssen, Marco Mazza, Barbara Pizzo, Joseph Scicluna.
Produzione: ScarlattineTeatro.
Prima assoluta: Galbiate (LC), frazione di Figina, spettacolo site specific e itinerante per boschi, 21-24 giugno 2013.

I.P.
Dramaturg: Armanda Spernicelli.
Regia: Nicolas Ceruti.
Interpreti: Mariarosa Criniti, Giulia Lombezzi, Luca Marchiori.
Produzione: ilinx.
Prima assoluta: Colle Brianza (LC), frazione di Campsirago, Palazzo Gambassi, 24 giugno 2013.

MÒRIRI
Drammaturgia: Franz Casanova.
Composizione registica: Alessandra Pasi.
Scene: Marco Preatoni.
Musiche (eseguite dal vivo): Guido Baldoni e Graziano Gatti.
Suono: Mauro Maccarini.
Supervisione: Luigi Caramia.
Interpreti: Franz Casanova, Mauro Cecchin, Alessandra Pasi e il coro di cittadini – allievi del Laboratorio “Verso un coro” – Monica Alongi, Judith Annoni, Angela Baccaro, Silvia Caldarulo, Angela Cuccu, Bianca De Marco, Alice Guerrieri, Cristina Liva, Simona Marcora, Silvia Nesi, Martina Pasquali, Sara Puricelli, Raja Rygaada, Marcella Salvoldini, Emilia Tacconi, Ornella Torresani, Loredana Mazzola e Diego Palladino (corifei).
Produzione: Nudoecrudo Teatro.
Olgiate Molgora (LC), Casa Gola, 28 giugno 2103.

SENTIMÈ
Testo: Giuseppe Di Bello.
Regia: Davide Marranchelli.
Interprete: Stefano Bresciani.
Produzione: Compagnia Bresciani - Di Bello.
Prima nazionale: Olginate (LC), frazione di Consonno, 29 giugno 2013.

L’INFERNO E LA FANCIULLA [Studio]
di e con Serena Balivo.
Drammaturgia: Serena Balivo e Mariano Dammacco.
Regia: Mariano Dammacco.
Costumi: Luigi Spezzacatene.
Collaborazione artistica: Marco Mazza.
Produzione: Piccola Compagnia Dammacco.
Anteprima: Colle Brianza (LC), frazione di Campsirago, Palazzo Gambassi, 29 giugno 2013.

I MONOLOGHI DEL CAXXO
di e con Carolina De La Calle Casanova e Valentina Scuderi.
Regia: Lucia Vasini.
Costumi: Luigi Spezzacatene.
Musiche: Marcello Gori.
Produzione: Compagnia b a b y g a n g.
Colle Brianza (LC), frazione di Campsirago, Palazzo Gambassi, 29 giugno 2013.

Links:
www.scarlattineteatro.it
www.brianzainscena.it
www.laconfraternitadelchianti.eu
www.cnac.it/scheda/antonio-calone
www.teatrostabilenapoli.it
www.sanpapie.com
www.ilinx.org
www.nudoecrudoteatro.org
www.liberisogni.wordpress.com
www.piccoladammacco.wix.com/teatro
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