Quello in cui credo

Scelgo di avviare questa rubrica scrivendo alcune cose in cui credo. A cominciare da quelle di natura artistica e culturale.

Credo che esista l’impurezza della lingua e dell’opera d’arte, come esiste l’imperfezione del mondo, che è un impasto di cielo e di terra, con buoni e cattivi odori.
Credo che in questo mondo, da cui non posso sfuggire, sia impossibile per me abbandonare il trivium, eludendo il meticciato e sottraendomi al quel teatro che si pone al di fuori dei generi perché li comprende tutti.
Credo nella dualità della natura e della cultura umana.
Credo nella pluralità del linguaggio garantita dalle miscele linguistiche eterogenee.
Credo nell’intreccio tra spettacolo dal vivo e nuove arti visive.
Credo nella letteratura di Cervantes, Fuentes e Kundera.
Credo nell’arte intermediale e sinestetica, ma anche nell’insufficiente brutalità dei cinque sensi.
Credo nell’impegno sul versante dell’immaginario e della memoria.
Credo nei sogni come progetti e nei progetti suffragati dalla necessità artistica.
Credo nel rapporto interumano e in tutto quello in cui è difficile credere perché non si vede, non si può dire a parole, non si può toccare.
Credo nella forma come grandezza dell’opera.
Credo che non bisogna credere alle virtù miracolose dell’inconscio, come ha fatto Breton.
Credo come Leiris nella chimica piuttosto che nell’alchimia del verbo.
Credo, con Levinas che parla di Leiris, di dover “afferrare il pensiero nel momento privilegiato in cui si trasforma in qualcos’altro da sé”, sotto le cancellature (biffures) e nelle biforcazioni (bifurs).
Credo, con Trimarco che parla di Leiris e di Levinas, nel “pensiero che va al di là delle categorie classiche della rappresentazione e dell’identità”, radicando il mio lavoro di drammaturgo nei fatti di linguaggio che tratto “come lapsus, come inceppi e dimenticanze che fanno affiorare (e nascondono) altri materiali e altre emozioni: cancellature che spingono a leggere altre parole, piste sbiadite che conducono verso sentieri imprevisti”.
Credo nelle manovre delle scritture drammaturgiche, ma anche nei processi delle scritture sceniche che – in tutto o in parte – fanno a meno del testo scritto.
Credo nella prospettiva (lontana) di una polis fondata su valori condivisi e, nello specifico teatrale, in un patrimonio nazionale articolato in quattro grandi aree: teatro mimetico, teatro pirandelliano, teatro futurista e il teatro totale.
Credo nella Casa delle Drammaturgie come università aperta a tutte le drammaturgie possibili, riferite alle variegate forme dello spettacolo dal vivo, nel convincimento che il teatro è un’arte e che l’arte del teatro consista nel ri-creare la realtà.

Ma io credo anche in quello in cui non credo. Non fa parte delle mie predilezioni, ma è bello. E’ altro rispetto alle mie idee e alle mie esperienze, ma è parimenti interessante. E’ l’altro da me. E’ diverso da me e dalle pratiche del mio lavoro. Non lo prediligo, ma lo conosco. Non lo pratico, ma l’accetto. E’ parte dell’uomo totale che mi appartiene. Difendo le mie predilezioni, ma non cado prigioniero di me stesso. Un conto è difendere le mie idee e le mie predilezioni e un conto è non riuscire a mettermi in rapporto con l’altro. Un conto è avere un determinato punto di vista su una questione specifica e un conto è ignorare o disprezzare chi non la pensa come me.

Ho assistito molte volte alle diatribe tra artisti: tra coloro che si riconoscono nel teatro di tradizione e coloro che operano nel teatro di ricerca. Stanno l’uno contro l’altro armati. E non da oggi. Ciascuno ritiene di fare il teatro: quello vero, quello giusto, il migliore di tutti e che tutti gli altri artisti dovrebbero fare, ma che non fanno perché sono imbecilli o incapaci. E’ evidente che un sistema teatrale è sano e democratico, se è costituito da tanti modi di fare teatro, che sono finalizzati alla produzione di diversi oggetti artistici, che vengono offerti a pubblici diversi, differenziati dalle regole del gusto e delle oscillazioni del gusto. E in altri settori della vita sociale e politica accade la stessa cosa e vale lo stesso ragionamento. Un conto è affermare la propria diversità (colore della pelle, cultura, fede politica o religiosa…) e un conto è usarla come strumento di rifiuto preconcetto, di aggressione o di discriminazione sociale.

L’unità nella diversità (di segni, di codici espressivi, di cultura, di lingue, di dialetti…) è il cuore di ogni opera umana che pulsa, che vive, che diffonde buoni odori e benefici effetti.

Nel terzo millennio - è inutile negarlo -, il diverso mette ancora paura. Il nostro Paese non sarà razzista, ma la paura dell’altro è largamente diffusa in tutti gli strati sociali. La paura non è di solito verbalizzata e l’atteggiamento razzista è quasi sempre tenuto nascosto, ad eccezione di quando viene tradotto in atti di violenza fisica. Gli uomini sono uomini, sia che facciano i registi o gli attori, gli assessori alla cultura o gli impiegati, i segretari di partito o i presidenti del consiglio. E così, dalla cronaca teatrale alla cronaca nera, dalla cronaca sociale alla cronaca politica il passo è breve. La paura e i sintomi della paura si somigliano e il comportamento è sostanzialmente lo stesso: la negazione della differenza.

Sono pochi o sono tanti i cittadini del nostro Paese che non valutano la diversità come ricchezza? Le teorie rituali e consolatorie che contestualizzano l’errore dei pochi (non virtuosi) nel mare magnum dei tanti (virtuosi) - forse meno magnum di quanto si possa immaginare -, non mi convincono un granché. Anche se fossero una minoranza, il problema resterebbe lo stesso Chi non apprezza la differenza cerca di rendere riducibili i valori opposti e contrari. Il fine ultimo di quest’azione è la vittoria sull’altro, l’egemonia culturale, la difesa di privilegi, presunti o reali, che tengono conto solo degli interessi individuali o di casta. E allora, ecco i pestaggi e i morti sulle strade, ecco la contesa sui generi teatrali o sui contenuti culturali strategici, ecco i tagli alla cultura e i richiami alla fine della festa delle rendite di posizione, ecco l’abrogazione del Patto Stato/Regioni e la liquidazione della gestione del Teatro Ostia Lido (presunto covo di sinistra da trasformare in un presumibile covo di destra?), tanto per citare alcuni fatti concreti. Si tratta di avvenimenti recenti di cronaca nera, politica, culturale, diversi l’uno dall’altro ma allo stesso tempo simili, perché legati da un elemento comune: l’utopia astratta della riducibilità dei valori contrari.

Certo, ci sono teppisti, mafiosi, ladri e delinquenti e ci sono tante persone perbene in questo benedetto Paese. I comportamenti delittuosi non possono essere messi sullo stesso piano dei comportamenti d’indifferenza e di malcelata insofferenza verso un altro individuo. I primi si concretano in atti di violenza a danno delle persone e del patrimonio, i secondi in una violenza di natura culturale, qualitativamente diversa e diversamente riprovevole. Se i primi mi suscitano un sentimento di condanna, i secondi un senso d’indomabile stupore: perché inconfessati, sotterranei, e perciò impuniti, pur essendo nefasti per la polis in divenire. Paradossalmente l’azione di riducibilità degli opposti invece di livellare la differenza, l’accentua. Invece di unire i cittadini, li divide. Invece di livellare gli uomini, ne marca la diversità.

Non fanno di meglio gli uomini della politica, che dovrebbero invece dare l’esempio. Quando penso ad un grande progetto di riscatto morale e culturale per il divenire della polis, non lo vedo garantito dalla politica nazionale: non da questa classe politica. Esiste una sorta di canovaccio utilizzato da tutte le parti in campo: a) l’avversario ha sempre torto, b) va contrastato ad ogni piè sospinto, c) non ha mai idee giuste e non fa niente di socialmente buono; se lo fa, bisogna negarlo; se lo ha fatto, bisogna cancellarlo con una nuova legge. Così, come si sa, tutto cambia perché tutto resti com’era. Così l’avversario diventa un nemico da vincere o da ignorare benevolmente.

Possibile che l’avversario non ne azzecchi una? Possibile che non sia capace di fare una cosa buona, una sola, in un anno, tre anni, cinque anni? E’ davvero un fesso patentato? Se il provvedimento è saggio, se la decisione è opportuna, se il provvedimento risponde a criteri di giustizia sociale, devo dirlo, devo ammetterlo, devo manifestare apprezzamento. Così divento credibile. Divento credibile, se critico gli errori e se apprezzo le buone iniziative dell’avversario quando è necessario farlo. Ma la credibilità è merce rara in questa nostra epoca.

Pensieri e sentimenti buttati nel fuoco della contrapposizione frontale non favoriscono la trasformazione dello sviluppo in progresso sociale e, ancor meno, contribuiscono a fare un popolo: il popolo della polis in divenire. Producono invece un’immagine di frivolezza e di dipendenza dall’assoluto ideologico. “La luce è tenebra quando è solo luce”, scrive Rella. Chi si pone come luce non è luce. E’ tenebra. Non è credibile e non merita fiducia. Ma i politici danno l’impressione di non capire o di far finta di non capire. Non hanno la cultura umbratile necessaria? Che devo pensare, che i cittadini sono più intelligenti dei politici che li rappresenta? Di certo, sanno le cose fondamentali che vogliono. Vogliono la politica come servizio, non come esercizio di potere. Vogliono valori condivisi, un Paese unificato e pacificato, una classe politica che sa pensare altro, altrove, altrimenti. Bisogna crederci, però. Chi crede, vede il futuro e lavora per il bene di tutti. E, vedendo il futuro, diventa una visione. Cioè un punto di riferimento credibile.

Ma che società è questa? Che Paese è questo in cui viviamo? Un Paese di omertà diffusa, di edonismo dilagante, di materialismo sfrenato, di valori sovvertiti dall’ipocrisia, che creano - questi sì – i cattivi odori dello sgomento e della paura. Quanto tempo dovrà passare perché le cose cambino? Chi farà la prima mossa? Chi sarà il dissoluto che proseguirà nell’azione? Se è vero che non c’è dissolutezza più grande del pensare, pensare all’irriducibilità dei valori opposti e contrari significa assicurare – tornando al teatro e restando nella politica – la complessità benefica di ogni opera umana, la resistenza dei contenuti all’usura del tempo, il valore aggiunto poetico necessario al benessere materiale e immateriale della collettività nazionale che aspira a diventare una polis.

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