La torre d’avorio

Wilhelm Furtwängler fu l’Arturo Toscanini della Germania nazista, le sue note risuonarono in vita e in morte di Hitler, osannato come grande artista pur non avendo mai preso la tessera del Partito. All’avvio della Soluzione Finale a spese degli ebrei, non se ne andò dalla Germania e rimase a ricoprire le sue prestigiose cariche. A processo di denazificazione avviato, un caparbio ufficiale americano, il maggiore Arnold, si accanisce sulla celebrità della musica tedesca per cercare di dimostrarne a tutti i costi la connivenza col regime e la colpevolezza.
Massimo De Francovich e Luca Zingaretti, rispettivamente nei panni del carismatico Furtwängler e del rustico inquisitore americano, danno vita a un gioco delle parti. Dove sta davvero la verità? Essa si incarna in opposti punti di vista sulle cose, il bene e il male si mescolano e si confondono, nessuno pare prevalere definitivamente. Così i modi spicci dell’investigatore paiono necessità drammatica di fronte a tanto male compiuto dalla mano tedesca, paiono indispensabile ritorno alla moralità al cospetto dell’orrore delle camere a gas e della guerra.
D’altro canto c’è l’arte pura e disincarnata, impersonata dal maestro d’orchestra Furtwängler, vate di una sorta di religione mistica che si confonde con il quotidiano solo per riceverne le acclamazioni e i privilegi.
Zingaretti, che è anche regista dello spettacolo, sceglie un taglio rapido, con il susseguirsi delle battute come in un interrogatorio. Il confronto tra i due simboli di opposte visioni del mondo rivela molti punti in comune, mostra come l’uomo sia uguale a se stesso di fronte all’ideologia.
L’altero Furtwängler carico della sua fama e il diretto Arnold che dà del tu a tutti. Ronald Harwood, autore del testo e Premio Oscar 1983 per Servo di Scena, costruisce un contrappunto continuo tra i due personaggi che si dipana in una partitura a due velocità. Il primo tempo pare languire nella definizione dei caratteri dei personaggi, ma tutto si ribalta nel secondo tempo, quando la natura umana mostra la sua complessità allorché si interseca con i meccanismi dell’hic et nunc storico.
E dell’arte che ne è? Come ha scritto Masolino D’Amico, «proponendo di rendere il titolo in italiano come “La torre d’avorio” si è voluto alludere alla condizione di orgoglioso isolamento che l’artista crede, forse a torto, di potersi permettere sempre».

Fino all'8 dicembre 2013 al Piccolo Teatro Strehler di Milano

Foto Federico Buscarino

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