Zombitudine

Nel contesto di “Cantiere Campana”, lo spazio che da qualche anno il Teatro della Tosse di Genova con la Fondazione Luzzati offre alla nuova drammaturgia, ha debuttato questa pièce che interpreta uno dei topos della nostra modernità, adattandolo in qualche modo al senso profondo che il teatro custodisce oltre la contemporaneità. Ideazione, scrittura, regia e interpretazione di Elvira Frosini e Daniele Timpano, è una coproduzione del Teatro della Tosse, di Fuori Luogo di La Spezia e del Teatro dell'Orologio di Roma per il progetto “Perdutamente” curato dal teatro di Roma.
In un teatro qualsiasi due attori ed il pubblico presente sono barricati perché, in una catastrofe universale, gli zombi stanno prendendo possesso dell'intero globo (ma soprattutto delle città perché a quanto pare amano le città affollate).
A partire da un condizione divenuta metafora integrale di una società che ha perduto riferimenti forti, quella della non-morte che è inevitabilmente specchio della non-vita che pare affiggerci e quasi domina le generazioni più giovani, i giovani drammaturghi però, utilizzando schemi ormai consueti in un fraseggio tra il cinematografico ed il fumettistico, con sapienza introducono quasi impercettibilmente intoppi di consapevolezza al meccanismo simbolico.
Giocano in fondo, sia nella drammaturgia che nella traslazione scenica, sulla sovrapposizione di identità e di identificazione, in un divenire di specchi in cui l'originale sembra perduto o forse non è mai esistito.
Gli zombi sono dunque fuori e ci accerchiano ovvero sono dentro di noi, siamo noi stessi che lottiamo per sopravvivere? Chi deve temere chi, sembrano domandarsi tentando di riconoscere gli a-spettatori e di riconoscersi in quelli.
Sentimenti claustrofobici si alternano a tentazioni di fuga sempre abortite e la mancanza di speranza si sovrappone, man mano coincidendo, ad una egolatria debordante.
Ma al confine di un mondo ormai quasi privo di luce, in quel teatro dato ormai da secoli come morto e che non muore mai, forse la consapevolezza di sé è ancora un medicamento efficace che trasformata riti e ritualità in forgiatori di conoscenza e dunque di salvezza.
Anche per una generazione che sembra crogiolarsi e nutrirsi di assenza, la morte torna ad essere un vero confine, un 'termine', una fine che ha senso perché dà senso al tempo della vita.
I drammaturghi attori sanno usare con ironia il linguaggio del cabaret, talora fino a suscitare la risata piena, per rivisitare miti e riti di una rivoluzione perduta (forse) che rileggono in una neo-lingua costruita sulla grammatica zombi.
Il pubblico ne è colpito e intravede un varco nella cupa omologazione della contemporaneità, un varco ed una speranza di cui ancora una volta il teatro sembra potersi far carico, e alla fine applaude ritrovando convinzione.
Le scene e i costumi sono di Alessandra Muschella , il disegno luci di Marco Fumarola e Daniele Passeri, l'aiuto regista è Francesca Blancato. Alla sala Dino Campana in Sant'Agostino a Genova dal 28 novembre all'8 dicembre.

foto Donato Acquaro

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