Lo spettacolo della vita

Scritto da Alfio Petrini.

Colpo di scena. “Il teatro allunga la vita”, dice la Presidenza del Consiglio. La discussione si accende. “Allunga la vita a chi?”, “Grazie per aver chiuso quegli anziani signori in appetitose cornici di legno”, “Con tutto l’acrilico che gira, dove si trova più tanto bel velluto, soffice e muffoso?”, “Anche il digiuno allunga la vita”, “Se questo teatro allunga la vita , era meglio morire da piccoli”, “Un uomo di spalle guarda dei ritratti, è la sua vita che si allunga? È la vita delle persone ritratte che è lunga? c’è un’ambiguità semantica, questo spot è fatto contro il teatro, immobilizza e nega il futuro”, “ sentirsi bersaglio della retorica è la cosa peggiore”: questi alcuni dei commenti che la solerzia di Benedetta Buccellato mi ha consentito di leggere sul sito dell’Associazione per il Teatro Italiano.

Siamo in piena museificazione. Ottima idea. Del resto il teatro di tradizione non esiste più. E non c’è più contesa tra le bande armate della “tradizione” e della “ricerca”. Tutto si trasforma in tutto. Tutto si accumula in un tutto più grande. E tutto nega la differenza. Come quella tra “prodotto” e “oggetto artistico”, tra “spettacolo” e “teatro”. Che fare? Tornare ai primordi. Tornare all’origine, riscrivendo le regole: ne bastano due. Collocare lo “spettacolo” nei musei, come si dovrebbe fare anche con l’opera lirica. E accogliere in luoghi non tradizionali il “teatro” che intende affrontare con crudele determinazione la teatralità del “teatro”, introdurre il “teatro” dalla parte del mondo, far entrare il “teatro” nella vita.

Nell’era delle grandi tragedie quotidiane non esiste più il tragico e nel trionfo dei comici è scomparso il teatro comico. Regna la farsa. L’eccesso. Nello spettacolo dei teatri e nello spettacolo della vita. Il troppo umano diventa disumano. E’ bello ciò che appare. E la Presidenza del Consiglio si candida al premio internazionale della sintesi pubblicitaria multimediale, dopo aver messo il fiore all’occhiello per andare al funerale del “teatro”.

Il “teatro” non serve. L’hanno capito anche i fessi. Il “teatro” è un lusso, mentre lo “spettacolo” è abbondante e a buon mercato. E se lo “spettacolo” allunga la vita, l’allunga a chi lo fa e ai benpensanti che ne usufruiscono, questo è certo. E’ giusto che i “santini” incorniciati dal Governo nel museo dello “spettacolo” abbiano a disposizione un mercato fatto apposta per loro e i contributi dello Stato? La vita, non soltanto non si allunga, ma si accorcia sempre di più per coloro che hanno scelto di fare “teatro” e che, per questo, si ritrovano a battere la testa contro un violento dirigismo distributivo, che – come si sa - sta in mano a non più di dieci persone nel nostro Paese.

Ma sì, diciamolo francamente, tutto sommato viviamo in un’epoca felice. Italo Svevo pensava che “poteva restare felice quell’epoca solo finché durava lo sforzo di uscirne”, ma la Presidenza del Consiglio, invece di allungare lo sforzo (vitale), sceglie di allungare l’epoca felice per la felicità dei pochi. E’ a vantaggio dei pochi, ma è pur sempre la felicità che rende felice un’epoca. Insomma, è una felicità epocale, oppure è una barbarie culturale? Penso che siamo usciti dall’alternativa tra autoritarismo e democrazia con la guerra di liberazione e con la carta costituzionale. Penso che siamo usciti anche dall’alternativa tra comunismo e capitalismo con il fallimento palese di tutti e due i sistemi, mentre non siamo usciti dalla barbarie culturale. Una barbarie che si ammanta di buone maniere, lancia sorrisi a dritta e a manca, semina speranze e fa benefiche elargizioni di buone notizie. La situazione felice, dunque, dura e perdura, e non sembra voler uscire da se stessa. Intende conservarsi, allungando i tempi della nostra (presunta) felicità. C’è poco da scherzare. Il mondo entra in se stesso, afferma l’angustia della propria totalità, spinge la dispotica economia di mercato verso la perpetuazione di se stessa. L’entropia esclude ogni possibilità di cercare (e di trovare) una “porta”. Una “porta” vera. Di uscita.

E i giovani? Lasciamo perdere le politiche giovanili. La retorica sui giovani è la sporcizia peggiore. Torniamo al “teatro”, cioè allo “spettacolo”. Produzione di spettacoli dal vivo in tempi brevi secondo modalità convalidate da modelli stereotipati e precostituiti, distribuzione controllata dagli amici degli amici, consumo immediato e veloce, poco da comprendere e molto da ridere. E ancora, complicità a diversi livelli istituzionali, difesa delle rendite di posizione, esaltazione del sistema delle stars, rovesciamento della stasi effettuale in movimento apparente, atteggiamenti mentali gattopardeschi, tensione verso il pensiero unico, libero sfogo ai mugugni periodici, riconferma dei vecchi modelli di riferimento, disattenzione sulla “necessità” del “teatro” e dell’arte, negazione del bisogno di nuovi sguardi, nuovi orizzonti, nuove politiche di progresso artistico, culturale, sociale: questa è la “felicità” a cui si vorrebbe dare lunga vita. Chi non ha, non mangia o mangia quello che trova. E chi ha, inghiotte, divora e diventa un perfetto ghiottone. Lunga vita a loro. Alla ideologia che muore e rinasce sotto nuova bandiera: lunga vita. Alle idee populiste che si condensano in nuove ideologie: lunga vita. In fondo è una fortuna che non si riesca a trovare la “porta” di uscita a causa della ressa in entrata, altrimenti si perderebbe una eccitante “felicità”.

E’ il sorriso sulle labbra che mi salva dalla vita.

La nostra epoca, oltre ad essere “felice”, è parodica. Lo è nell’ambito della teoria dei generi e dei codici della comunicazione (multimediale, come ho detto; la peggiore, essendo la sommatoria di elementi di natura linguistica che rimangono separati e distinti), mentre l’ironia si svolge nell’ambito della retorica. Ma la parodia può essere, per assurdo, l’effetto di ritorno di una idea seria che colpisce chi la manifesta. L’osservatore diventa osservato, e in questa nuova condizione potrebbe ridere di se stesso, ma di solito non lo fa, perché l’ironia non lo sostiene. Se ridesse, guarirebbe dal male della stupidità congenita o prodotta dalle cattive frequentazioni. Saltano i freni, lo stile, la ragione. Saltano i rapporti. Tutto prende a girare in modo caotico, producendo risultati moralmente indegni, ma drammaturgicamente pregevoli.

Tutti scrivono. Tutti hanno storie da raccontare. Alcuni, non sempre i migliori, hanno addirittura la possibilità di fare la storia, come è accaduto ad alcuni dirigenti dell’IMAIE. Mentre mi accingevo a raccontarvi la fabula di questa lotta per il potere, che - per intreccio e trama - non ritengo inferiore a quelle raccontate da Shakespeare, mi è arrivata la notizia che sono stati trasmessi una cinquantina di avvisi di garanzia a persone implicate a vario titolo nella vicenda, a seguito di una denuncia fatta nel 2007 dalla Direzione Generale dell’istituto per truffa aggravata. Brutta storia, anche perché comincia a diventare chiaro chi aveva ed ha ragione e chi aveva ed ha torto. Una brutta storia che io non utilizzerei per scrivere un testo teatrale perché non mi piace raccontare storie con personaggi che hanno ragione contro personaggi che hanno torto. Mi piacciono situazioni un po’ più complesse. Ma qui i fatti non sono destinati a fare “teatro”, ma ad alimentare lo spettacolo della vita, la sua spettacolarizzazione, e soprattutto a fare giustizia.

Anche la storia della Fondazione Villa Piccolomini ci porta nel mondo delle ombre. E devo confessare che anche questa mi sembra una brutta storia. Come drammaturgo alle ombre preferisco l’ombra. Ma qui la luce umbratile non c’entra per nulla. C’entra invece il giallo del genere teatrale e una certa dose di suspance che, se vi piace, potreste alimentare visitando il sito www.comitatogbianchi.it. A me, per il mio ragionamento, bastano poche tracce. Nel 1943 l’attore-conte Niccolò Piccolomini scrive nel testamento che la splendida Villa del Sole diventi una Casa di Riposo per attori drammatici. Il padre s’infuria. Seguono liti. Cause. Nel 1953 nasce la Fondazione. Ancora difficoltà, controversie, abbandono, rovine. Arrivano i tempi che corrono. La Regione ci butta un occhio, ma non nomina i suo rappresentante nel CDA. Il Comitato a difesa del progetto non molla la presa e chiede il rispetto del testamento Piccolomini. Quando sembra che il nodo si sciolga e la situazione entri in movimento, si verifica – come negli altri casi che ho raccontato - un colpo di scena. Il 15 febbraio u.s la Regione pubblica la notizia che la Conferenza delle regioni marittime periferiche (Crpm) d’Europa ha accolto la candidatura avanzata dal Presidente Marrazzo di stabilire a Roma, nella Villa Piccolomini, la sede della Commissione Intermediterranea della Crpm.

A volte, dopo il sorriso sulle labbra, coltivo un silenzio riempito.

Quando il confine dell’affidabilità si slabbra, quando si rompe l’argine della legittimità dilagano maree incontrollabili che portano con sé interessi e avvenimenti che dovrebbero restare invece entro margini precisi e rilevabili così da garantire la certezza del diritto. Storie vecchie quanto il mondo, che rivelano sempre cose inaudite e stupefacenti. Perché si sa, lo stupore è l’ultimo a morire. Comprendere è più difficile di capire. Ma qui non c’è niente da comprendere e poco da capire. Dopo molto tempo che mi seguo l’evolversi di queste storie, capisco quanta verità ci sia in una frase di Marx, che cito a memoria: ”Taluni eventi, quando accadono, sono delle tragedie, a distanza di tempo si presentano come farse”.

Questo, e ben altro, ci affre lo spettacolo del mondo. E, di rimbalzo, mi torna nella mente il poema “La tragedia dell’uomo” di Imre Madach (al quale ho lavorato molto, e che ho pubblicato a cura dell’ETI), in cui Adamo, accompagnato da Mefistofele, compie un viaggio nel tempo e assiste ad una serie innumerevole di fatti tragici che gli fanno passare la voglia di vivere. Ma appena Eva gli dice di essere in attesa di un bambino, Adamo comprende quanto sia importante la vita, e preziosa, e bella. Non può buttarla via Ma soprattutto comprende che la vita è lotta. Anche la scrittura è lotta. E la poesia della scrittura è lotta. E i viaggi della conoscenza e della creazione artistica sono sempre molto rischiosi. Ma i fatti che attraversano la vita quotidiana sono pericolosi, è ovvio, in altro modo e con altri effetti. Quante volte abbiamo detto: “Basta, non ne posso più”. E almeno una volta abbiamo pensato di offrirci alla morte come attori volontari, oppure siamo stati attraversati dal pensiero dell’assassinio. Il problema da risolvere è questo: ognuno deve stare al proprio posto. Il barbiere deve tagliare i capelli, l’attore deve recitare, il medico deve curare il malato, il sindacalista deve difendere gli interessi dei lavoratori e il legislatore deve fare le leggi a beneficio della comunità regionale o nazionale. Quando la politica, tutta la politica, invece di cambiare se stessa, pensa a cambiare i cittadini, dimostra di essere fuori posto. Per vivere meglio, molto meglio, di come viviamo oggi non ci dobbiamo inventare nulla. Basta che ciascuno stia al proprio posto e faccia quello che deve fare.

La golosità è una forma iperbolica del consumo alimentare e a volte produce l’effetto grottesco della crapula del potere che, sostenuto da un potente movimento del desiderio, genera di riflesso una connessione con la copula.

Secondo Jhon Donne, Cristo è stato un attore volontario. E anche Giuda è stato un attore volontario. Ritenne di essere indegno di vivere come uomo buono, restituì i trenta denari e s’impiccò.

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