Il Pantano

Un parco giochi nel vuoto di una scena, due altalene, una piccola giostra e una donna al centro, Maddalena. Ci sarà un processo. Chi è Maddalena? Un ‘ignava, un’accidiosa, che assiste al suicidio della figlia Maria, senza fare nulla. Il testo ricorre al padre, Dio/ Dante, per dirci che Maddalena è colpevole di cattiva coscienza, perché non sceglie, non decide, è colpevole di assenza e immobilità. La figlia va verso la morte e lei resta a guardare. I segni della rappresentazione, sono chiari, non lasciano dubbi su questa novella Medea, bulimica, trasandata, sciatta, incapace di prendersi cura di sua figlia, incapace di scegliere, uccide sua figlia nel modo più contemporaneo possibile, stando a guardare. Sale sulla giostra della vita, senza vivere. “Sono solo un sasso nel pantano, sono solo peso, non ho anima” Maddalena è l’imputata di un processo immaginario e grottesco, per aver assistito inerte al suicidio della figlia.
In scena con lei, la buona e la cattiva coscienza, come avvocato difensore e pubblico ministero, la spingono a cancellare oppure a ricordare l'accaduto. La vicenda privata diventa metafora di un processo ad un'umanità incapace di distinguere il bene dal male, a una generazione politica che rimane continuamente in un zona lacunosa che non agisce, non sceglie, non decide e così facendo non lascia alcuna scelta alle nuove generazioni. L’immobilismo dei padri e delle madri ricade sui figli. Un pantano esistenziale, che fare per uscire? La risposta è sospesa nell’aria. Nei forse, nei probabilmente, rimane nel regno dell’incertezza. Come nel cortometraggio di Elio Piccon intitolato proprio IL PANTANO, all’umanità resta poca scelta. La drammaturgia di Domenico Pugliares non avanza come una corrente impetuosa, si sa già tutto fin dalle prime battute, è uno stagno calmo. Una serie di monologhi mostrano i diversi punti di vista, quello di Maddalena, quello del diavolo, quello di Dio e infine quello di Dante, il sommo poeta. La donna, con un passato alle spalle fatto di ricoveri e ansiolitici, forse sarà assolta in quanto pazza. Forse. Gianfranco Berardi, Daniele Timpano e Cecilia Vecchio si mettono in gioco con professionalità e carica emotiva.
La regia di Sarti, dinamica e briosa e la scenografia giocosa di Carlo Sala, sono in buona sintonia si arriva al finale tragico, come attratti da una calamita. Alle altalene in scena, corrispondono le altalene di giudizio dei due personaggi che accompagnano la donna; Dio e il Diavolo, la buona e la cattiva coscienza, ci mostrano le tesi contrapposte, vivacizzano i dialoghi di un testo che sottolinea l’incertezza del futuro e l’incapacità di saper scegliere. Si rompono gli elementi classici della struttura teatrale si va verso il minimalismo e l’antistruttura, e si cercano altre fonti di riferimento come le citazioni dantesche, i suoni e le luci (Carlo Boccadoro Claudio De Pace) per provare a districarsi, in qualche modo, nel pantano della realtà odierna, loro in scena e noi con loro.

Milano, 10 gennaio 2014, Teatro Grassi.

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