Teatro della dimenticanza

Nel corso di questa torrida estate ho letto o riletto alcuni libri. Una estate da ricordare e da dimenticare, come i libri.

Nella vita è importante ricordare. A volte è necessario. Conservare la memoria degli orrori del fascismo e del nazismo, tanto per fare un esempio, e quindi dei campi di concentramento, come di tanti altri fatti storici legati agli orrori e agli errori dell’uomo, è un dovere di tutti i cittadini del mondo che hanno radicati nel cuore e nella mente i valori fondamentali della libertà, della democrazia, della diversità nella pluralità delle razze e delle culture. Quando una comunità, nazionale o internazionale, vuole conservare la memoria di determinati fatti storici, anche per definire una identità culturale e politica condivisa, usa tutto quello che serve per comunicare e per rendere testimonianza: parole, immagini, monumenti, rituali, manifestazioni, leggi, iniziative concrete di solidarietà e di vicinanza ideale. In questi casi ricordare basta.

Ricordare non basta più quando entriamo nel campo della creazione artistica. Nell’arte bisogna saper ricordare e poi dimenticare. Dimenticare non per rimuovere o buttar via per impazienza, rimozione, peso eccessivo o sciatteria, ma per ritrovare i fatti macerati nel tempo, trasformati, sapienti e profumati. Dimenticare è un’arte che ha bisogno di pazienza: la pazienza di aspettare che i fatti, dopo un tempo imprecisato, ritornino.

Il ritorno dei fatti contribuisce a determinare la necessità della creazione artistica, l’improrogabile urgenza del fare artistico. E solo allora, nel tempo e nel luogo del ritorno dei fatti vissuti/conosciuti e poi dimenticati, il nostro corpo diventa lo spazio scenico che, senza nome, li accoglie. Non li riporta come supporto oggettivo di una tesi, non li elenca corredandoli con la descrizione di sentimenti e di buone intenzioni, non li descrive, ma li ri-crea per quello che significano o che vogliono significare. I fatti dimenticati che ritornano determinano non solo il sopraggiungere della necessità a cui ho fatto cenno, ma definiscono la natura della creazione artistica come ri-creazione della realtà in forma poetica originale. Rilke diceva che i ricordi devono farsi sangue, devono cioè divenire “inscindibili da noi”. Se questo accade, il sangue (come ho scritto altrove) si trasforma in pensiero e il pensiero si trasforma in sangue, generando un valore aggiunto poetico che sta nel cuore dell’oggetto artistico, che ne è il cuore pulsante.

Tale metodica, quella della dimenticanza, esclude dunque il protagonismo violento del dato. La bellezza del ricordo ritrovato consiste nel superamento del dato stesso e della natura che - per dirla con Rella che parla di Benjamin -, unisce “la fugacità con l’eterno dell’idea”, aprendo così “una finestra sull’infinito”. Si tratta di una bellezza come teoria della forma che porta con sé la differenza: buio e luce, presenza e assenza, memoria e dimenticanza, appunto. Una bellezza come crocevia del bene e del male; come atto distruttivo che cancella il male, ma che implica anche un sorta di “cura” del male stesso.

In alternativa alla pratica diffusa del teatro della memoria, propongo allora il teatro della dimenticanza, perché non ignora l’uomo nella sua interezza (materiale e immateriale); perché non punta sul dato storico, sulla descrizione di fatti idee e sentimenti, sulla ideologia del bene contro i male, dell’uomo buono (in cui si identifica lo scrittore) che elimina l’uomo cattivo, sull’azione imitativa della realtà che finisce per accumulare linee tese a presentare la vita in una superficie inerte e paludosa, dove affondano tensione, movimento e poesia. Il teatro della dimenticanza pone al centro della scrittura drammaturgica la teoria e la prassi del frammento. Secondo le parole di Orfeo, scopre la luce nel cuore della notte, e nella falsità “scopre l’incognito di una verità bella e terribile”. Si tratta, secondo Citati di una “dimenticanza creatrice” (come è la Recherche). Citando un passo del suo libro L’armonia del mondo, penso che il teatro della dimenticanza sia un’arte che “non conosce leggi o principi generali; non possiede zodiaci, costellazioni, lune o edifici sontuosi; non si affida alla nostra volontà né alla nostra intelligenza. L’unica raccomandazione che ci fa è quella di guardare attentamente tutte le cose, e di distoglierne l’occhio. Confida soprattutto nel caso, nel tempo, nella maturazione e nella sapienza della vita inconscia”.

Stampa Email