Coltelli nelle galline

Come quadri galleggianti nello spazio scenico, scorrono le vite dei personaggi, fra una didascalia e l’altra. Anche le lampade galleggiano, una azzurra, una rossa e l’altra verde e illuminano in modo soffuso la casa, il campo, la stalla, di una giovane donna e di suo marito, William, detto anche Pony William;  illuminano anche la casa di un uomo misterioso, il mugnaio, che aiuterà la giovane donna in un percorso di conoscenza e consapevolezza alla scoperta del suo nome, di se stessa, della potenza della scrittura. La trama non è complessa, la ricchezza è nella bellezza delle espressioni, nelle immagini evocative. Una giovane donna e suo marito William vivono in un villaggio e in un tempo imprecisati. Sono agricoltori e allevatori di cavalli, conducono una vita semplice, rozza, la donna si interroga sulla loro vita ma il marito non è in grado o non vuole seguirla nei suoi ragionamenti. Ha una relazione con un'altra donna e dorme nella stalla con i cavalli. L’intreccio si complica quando la donna si reca da Gilbert, il mugnaio del villaggio che ha la fama di uomo diabolico e maledetto. Una commedia unica e originale, in grado di sprigionare un fascino erotico e poetico. La parola scenica di David Harrower, (promettente drammaturgo scozzese) è poetica e carnale nel senso puro del termine, vicina alla terra, alla natura, agli elementi essenziali della vita. Il testo sottolinea il potere evocativo della scrittura che permette di nominare gli oggetti. Come diceva Albert Camus, il primo passo che si deve fare per mettere un po’ di ordine nel mondo è imparare a “nominare” bene le cose. Soltanto successivamente si potranno trovare soluzioni adeguate ai problemi. Solo dopo si potrà avere di nuovo fiducia nell’avvenire…La giovane protagonista, metterà ordine nella sua vita e comprenderà meglio quello che le accade intorno (compresa l’infedeltà del marito) proprio grazie alla scrittura. Il testo si chiude con un’immagine di speranza, la giovane donna camminerà da sola verso il suo futuro. Nella scena finale lei è sicura, sola, con lo sguardo oltre la scena. Marianna De Pinto, ben interpreta questa figura contradditoria e sognante. Marco Grossi, Giuseppe Pestillo passano da una didascalia all’altra, con disinvoltura scenica, incarnando prototipi maschili per niente rassicuranti. Antonio Sixty continua il suo percorso di ricerca nel panorama della drammaturgia inglese, centellinando gli autori più anomali, più sottili, più capaci di esprimere con sfumature e ambiguità il degrado e la crudeltà della società contemporanea. In una nota sullo spettacolo scrive: “quando meno te l’aspetti succede qualcosa. E allora sei in grado di vedere quello che non riuscivi a vedere prima. A me è successo quando ho letto il testo di Harrower...l’avevo già letto anni prima ma non ero riuscito a vedere quello che sono riuscito a vedere anni dopo una seconda lettura E’ stato come se il testo mi avesse aspettato.” Sixty si ispira al cinema di Joseph Beuys (Like America and America Like Me) e a David Lynch (La signora ceppo) dando origine ad effetti di sorpresa e di attesa in un percorso che, attraverso una scelta musicale molto eterogenea, esplora le possibilità del testo disegnando spazi diversi di interpretazione, con un linguaggio scenico misterioso e primitivo. Tuttavia i numerosi riferimenti cinematografici e musicali rallentano il tempo teatrale, impediscono di raggiungere una fluidità, quell’incontro collettivo e plurimo di energie, invenzioni, simbologie; le forze espressive in campo restano disarticolate, non decollano completamente. Ma la risposta a questa mia impressione viene proprio da Alessandra Serra che ha tradotto il testo conservandone la poetica e la psicologia, in una nota scrive “magnifica e poco compiacente opera che sembra tener conto più delle esigenze dei suoi personaggi che non quelle di un eventuale pubblico”.

Milano, Teatro Litta, 2 Febbraio 2014

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