Giduglia

Un'altra serata (a) FuoriLuogo, ieri 8 marzo, a La Spezia trasportati oltre la scena dalla vorticosa spirale patafisica che dà il titolo a questa drammaturgia della brava Patrizia Aroldi, che la firma in collaborazione con Danio Manfredini, attore e regista recente vincitore di un premio UBU per l'insieme della sua attività artistica.
La Aroldi è una clownessa alle prese con una improbabile terapia psicoanalitica a base di ipnosi, nella quale il primo assente è la terapeuta, voce lontana anch'essa fuori scena che diventa infine eco speculare, indistinta e indistinguibile del personaggio.
Peripezia femminile, del femminile e nel femminile cui l'alienazione ipnotica, evidente metafora di quella artistica e drammatica, offre insieme il veicolo e lo schermo per tollerare nell'ironia distaccata e metafisica l'ansia della solitudine.
È infatti una peripezia in solitaria quella della Aroldi, nelle tre tappe essenziali dell'esistenza (la nascita, la crescita e l'amore, infine la morte), nella quale gli “altri” non sono che specchi, burattini cui si cerca disperatamente di dare vita, la propria vita, oppure sacchetti colorati che volano per un tempo troppo breve.
È un viaggio come detto segnato dal moto perpetuo della giduglia che allontanando il mondo ci precipita in esso, ribaltando in patafisica la sofferenza dell'esistere, alleggerendo il peso della nostra incomunicabilità ma non nascondendo la tristezza della nostra solitudine.
La vita finalmente compresa attraverso il sogno, grottesco ribaltamento delle sue verità, riacquista così il senso di un racconto che non smettiamo mai di raccontarci, e attraverso di quello infine, grazie anche all'arte ed al teatro, apriamo uno spiraglio verso gli altri, dal proscenio e oltre la bocca del palcoscenico.
Molto brava, come detto, la Aroldi nella gestione della recitazione in uno spazio scenico modulato per proiettarsi in continuazione verso l'altrove, e brava a recuperare nella sua maschera il senso talora perduto di una clowneria come fedele interprete del nostro girovagare esistenziale, e brava a farlo anche oltre le più immediate e semplici corrispondenze felliniane.
Spettacolo leggero e a tratti comico ma dalla sostanza tragica, cui credo non sia estranea la sensibilità e la storia artistica di Danio Manfredini, nella constatazione della insuperabilità della solitudine del nostro essere nel mondo, solitudine enfatizzata in un femminile che rivendica la propria presenza, non tanto per sé stesso quanto per tutti oltre il genere e la contingenza di genere.
Hanno collaborato Davide Cavandoli per le luci, Marco Olivieri per la registrazione sonora e Marco Ripoldi e Johnny Gable per il progetto complessivo.
Una occasione, un'altra delle opportunità offerte dal festival FuoriLuogo a eventi che talora faticano a farsi strada in un teatro ancora dominato da apparati. Merita l'attenzione della critica e degli studiosi questo sforzo che viene dalla provincia teatrale.
Grande l'empatia con il pubblico che ha ripagato con il suo entusiasmo e con un “tutto esaurito”.

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