La bella addormentata

Dal particolare al generale. Dalla visione di uno spettacolo procedo per significati metaforici di rimbalzo alla ricerca teorica del teatro addormentato nel bosco, senza avere l'aspetto del rospo vagabondo e il potere di ridestarlo.

Lo spettacolo è Ciao bella, di Elvira Frosini, vestita di biancospino, con borsetta, guanti e scarpe di color rosso, e un piccolo dinosauro che alla fine trascina con passettini incerti verso un ignoto futuro. Artista impegnata nel teatro-danza, la Frosini ha il merito di fare discorsi politici con leggerezza, ironia e competenza. Brava e convincente, anche perché convinta del fatto che un artista non debba mai spiegare e risolvere nel processo di formalizzazione i conflitti sociali, politici o culturali. La tesi, che risale a Engels, è ora largamente condivisa. Rimanda a quella opposta e contraria di Lenin, il quale riteneva che l’arte dovesse essere al servizio dell’ideologia rivoluzionaria comunista.

Bella ciao: ciao bella. La Frosini inverte le parole per cambiare il significato della combinazione e lavora sulla metafora. Bella ciao è il saluto di chi si oppone, resiste, lascia la casa per andare a combattere contro “l’invasore”. Ciao bella, è invece il saluto di un maschio che abborda una ragazza all’angolo della strada, oppure, se la vogliamo metterla in modo romantico, che si china dolcemente su di lei mentre dorme. Perché la ragazza è bella e addormentata. Sta soprattutto in posizione orizzontale, simulando anche un improbabile nuoto/volo. E quando si tira su appare in posizione precaria. Dunque: bella, addormentata e precaria. Precaria come migliaia di ragazze dei call center, dei premi di bellezza, della pubblicità ingannevole, dei concorsi per “veline” o per indossatrici, delle liste di collocamento al lavoro o per l’assegnazione di una casa. Precaria e soporifera come la droga mediatica. Precaria e ambigua come la politica che insegue i problemi invece di prevenirli, senza etica, coerenza, fattualità riformatrice, utopia concreta.

Il sonno della ragione è quello dell’uomo che utilizza metà delle energie e delle risorse disponibili per fare distruzioni materiali e immateriali, e l’altra metà per razionalizzare, curare, ricreare quello che ha in precedenza distrutto. Sembra essere questo il destino dell’uomo. Il sonno ovviamente non si addice alla razza inestinguibile dei mafiosi, sfruttatori, ladri, corrotti e corruttori vari, praticanti della competitività violenta, dell’arrivismo, della brama di accumulo, del desiderio di sperpero, perché costoro sono sempre svegli o in vigile dormiveglia (così me li immagino).

E il teatro sfugge a questa condizione di precarietà e di sopore diurno? No. E’ un tassello della grande macchina dello Stato. La morte apparente nasconde forme di vita, ma quella sostanza non conforta più di tanto. In tempi così difficili – non per tutti, sia ben chiaro, ma per alcuni; per la maggioranza degli abitanti della polis che non c’è –, la bella addormentata trasmigra, lascia la favola e si annida nella realtà quotidiana. Quindi anche nel teatro. Da verbo si fa carne, si fa vissuto, si fa presente che ipoteca il futuro. Oggi, nel bailamme della quantità di uomini pavidi, servili, proni di fronte all’autorità del “capocomico” o del politico di turno (la cultura è subordinata alla politica della benevolenza), molti lavoratori non sempre vedono riconosciuto il loro merito artistico e professionale. Quanti cedono a compromessi? Quanti cercano coperture politiche o il suffragio di un critico per poter lavorare? E il bisogno, si sa, genera paura, assuefazione, rinuncia, silenzio. Fatti che ammorbano corpo e mente. Che si diffondono. Che generano il torpore della coscienza. L’uomo, allora, si adatta, si accovaccia, si accontenta di quello che ha e tira avanti. Difende, se ce l’ha, la rendita di posizione, piccola o grande che sia. Difende lo status quo sotto un manto di dichiarazioni edificanti non suffragate da fatti. Crede di essere sveglio, fortunato o tremendamente disgraziato a seconda dei casi, e non si accorge di essere caduto in catalessi. Così la tradizione somiglia all’innovazione, la stasi al movimento, lo sviluppo al progresso reale, la vita alla morte. Così la formazione non forma gli uomini e diventa un’attività fine a se stessa, in alcuni casi un business fondato sul riciclaggio di professionalità ambigue. Così la critica non critica, non crede in se stessa e si limita a fare raccontini o cronache cultural-mondane. Insomma, la cultura delle lobby, della protezione politica, della organizzazione del consenso detta le regole e produce un mercato che non è libero. Altro che meritocrazia!

Il sonno dell’addormentata bella e precaria è quello della drammaturgia esangue, sociologica, ideologica e materialistica, che descrive, che agisce mimeticamente, che copia, sostanzialmente ferma al postmoderno. E’ quello della scrittura scenica che non sa entrare nella mente dello spettatore: scuoterlo, provocarlo, indurlo all’attività. E’ quello che scaturisce da privilegi, paure, fortune improvvisate, clientele, riforme a dritta e a manca annunciate e mai realizzate, mali che appaiono inguaribili: insicurezza e perdita di dignità. Scuole e manualetti, ecco la grande offerta nel mercato fittizio del lavoro: strapieno di disoccupati che sognano di esprimersi, non risponde ad alcuna legge economica, ma a pratiche seduttive e corrosive, quando bisognerebbe avere il tempo e la possibilità d’imparare a disimparare e la lucidità per cercare la realizzazione in direzioni non precarie. Meglio un giardiniere realizzato che un attore alienato. Foraggiato con l’illusione di essere un individuo realizzato, il giovane è spinto ad inseguire il successo fino dentro l’inferno della dismisura catalettica che impone, tra l’altro, bilanci impietosi quando non ci sono più condizioni sociali, energie fisiche e psicologiche per trovare una alternativa. La chiacchiera è assordante, il silenzio è vuoto, il vuoto è amnesia, l’amnesia è morte (apparente).

Anche il morto, l’uomo morto, nasconde fermenti di vita: quelli relativi alla decomposizione del corpo. Se ci sono fermenti nel morto, figuriamoci nella “bella” che é soltanto addormentata! Ne consegue, in questo caso, che il processo degenerativo possa portare con sé il dono di un possibile processo rigenerativo. Coltiviamo, dunque, la speranza. Alcune domande tuttavia restano. Come potrà risvegliarsi la bella addormentata del teatro? E l’alienazione, e la dipendenza di un soggetto da un altro soggetto, e l’eterna precarietà a chi possono essere affidate? C’è qualcuno capace di fare la prima mossa? Di certo non sarà un principe a risvegliare la bella addormentata. Se verrà, con la lingua di fuori le dirà Ciao bella. I fermenti ci sono e alcuni sono anche importanti, ma potranno durare nel tempo soltanto se saranno suffragati dal credito sociale.

Quale mondo ha preso il sopravvento dentro di noi? Quale mondo possiamo rappresentare artisticamente, se nutriamo un mondo di morte? Quale energia siamo in grado di bruciare, quale scintilla possiamo generare, se il nostro corpo-mente è apparentemente vivo? Come sarà possibile andare al di là dei propri limiti e delle proprie idee, pensare altro altrove altrimenti, attraversare con paura e coraggio allo stesso tempo i luoghi di senso? Come sarà possibile coltivare la follia luminosa e barbarica che mette insieme sapere e non-sapere a fondamento della creazione artistica? Come sarà possibile dimenticare questo mondo, quando sarà necessario dimenticarlo, e versare lacrime dopo averlo dimenticato? Vuoto, silenzio e deriva sono sensazioni ricorrenti. Un sola cosa è chiara. Nessun principe potrà salvarci. Non c’è bisogno d’interposta persona, tanto meno di maghi, per ridare concretezza all’utopia mancante e per salvarci dalla vita. Niente lacrime. Niente tristezza. Qualunque perdita è buona per ricominciare daccapo, meno la perdita della parola. Ad essa sono affidate dignità, sicurezza e integrità. Solo in condizione di non precarietà si può ascoltare la vita. Sogni, sacrifici, deliri, dunque, e impudicizie ci vogliono. Purché siano incontenibili.

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