Cante e schiante

Il reticolo di leggende, chiese e vicoli è direttamente proporzionale alla complessa storia e fisionomia della città di Napoli. Uno dei luoghi più suggestivi di questo misterioso ed oscuro labirinto sotterraneo è il Complesso Museale di Santa Maria del Purgatorio ad Arco. Via dei Tribunali. Chiesa barocca. Teschi ed ossa. Marmi Policromi. Una scala angusta e stretta, vicino all’ingresso. L’afflusso di gente sorprende tutti. La location sorprende ancora di più. La scala stretta ed angusta conduce all’ipogeo sottostante, caratterizzato da teschi ed ossa con i quali  i Napoletani, da sempre, hanno instaurato un profondo legame, non solo religioso, ma soprattutto affettivo: confidenze, nomi e lettere. Questo luogo ameno accoglie un percorso caratterizzato da reading e spettacoli teatrali, svoltosi da novembre 2013 all’11 aprile 2014, all’interno della rassegna ANIME IN TRANSIZIONE. Un venerdì sera piovoso, il 4 aprile,  in cui la famosa e scura via dei Tribunali diventa lucida di pioggia: Mimmo Borrelli va in scena con CANTE E SCHIANTE, performance in lettura tratta da “ ’A SCIAVECA”, testo  in endecasillabi, in cui l’azione si mescola al suono, il suono diventa azione, il racconto si trasforma in performance. Mentre lo scroscio della pioggia si inerpica tra le pareti umide del luogo sotterraneo, il pubblico numeroso si accomoda sia in una platea di sedie, sotto il livello della strada, sia sulla scala che, da piccola ed angusta, si divide in due rampe trionfali, non appena si scende sotto la navata superiore. Nelle pareti emergono, tra l’oscurità umida, piccole edicole votive da cui sbirciano occhi cavi di teschi antichi, custodi sotterranei. Inevitabile, dunque, introdurre il discorso sulla performance con un’accurata descrizione del luogo, poiché questa è l’impressione assorbita dagli occhi e dalla pelle, dalle narici che captano l’odore di muffa e di antico, in un approccio visivo e sensoriale unico. Del resto  il testo del giovane Borrelli, autore e attore di grande e lunga esperienza, ha bisogno che i sensi dello spettatore siano assolutamente attivi, accesi, svegli. Il testo di ’A Sciaveca è complesso sia per struttura che per comprensione linguistica: questo non toglie una specifica caratterizzazione delle sonorità, quelle del dialetto di Bacoli, zona a nord ovest della Penisola Flegrea, sul golfo di Pozzuoli, che fa da sostegno ai personaggi, alle tematiche, ai racconti, al movimento del mare. Infatti, proprio il mare diventa protagonista e narratore, come il coro della tragedia greca, perché tragedia popolare e familiare è quella raccontata dal Borrelli, nonostante il substrato narrativo sia denso di elementi derivanti dalla tradizione locale, dalla storia, dall’evoluzione linguistica, dall’antropologia. Il reading-spettacolo viene strutturato attraverso una costruzione fruibile da tutto il pubblico: da una parte un’introduzione storico-linguistica in cui l’intera trama, la stesura e le motivazioni di alcune scelte vengono descritte  dall’autore con dovizia di particolari. In secondo luogo, invece, l’estrapolazione di brani dal testo, attraverso una vera e propria performance teatrale, che mette in evidenza alcuni passaggi emotivamente e teatralmente più significativi. La storia di tre fratelli: Tonino il Barbone innamorato di Angela, Peppe Schiumetta il prete, e Cinque Seppie, il fratellastro sfortunato, nato da una relazione segreta ed extraconiugale del padre dei tre. I due “non innamorati” di Angela, violentano la ragazza destinata al fratello e il mare riporta sulla spiaggia, metaforicamente, gli effetti dell’atto empio: Angela si trasforma in delfino, animale “psicopompo” traghettatore di anime, e Tonino, ucciso dai fratelli, riemerge in groppa al delfino, attraverso una nuova epifania punitrice e rigeneratrice. Lo stesso Borrelli afferma la sua vicinanza alla letteratura dantesca e virgiliana, ai personaggi di Dostoevskij, ma inevitabile è il riferimento alla descrizione verghiana della tempesta in mare, del naufragio della Provvidenza ne I Malavoglia, oltre alla scelta dei soprannomi che descrivono le malformazioni e deformazioni, fisiche e caratteriali, dei personaggi, degli umili, dei “vinti”, perché inevitabilmente vinti sono anche  questi protagonisti flegrei. La ricerca di Borrelli parte dalle esperienze reali, dall’incontro con personaggi che vivono nella zona flegrea e soprattutto a Bacoli, Cuma e Pozzuoli, le cui storie non diventano biografie, bensì spunto per caratterizzare il personaggio all’interno di un racconto inedito. L’introduzione alla performance permette all’autore di spiegare accuratamente al pubblico la scelta di alcune terminologie tratte dal dialetto bacolese, proprio per creare, attraverso metrica e sonorità dialettali, l’immagine sonora e visiva da regalare al pubblico: la risacca, le onde che si infrangono sulla baia, la calma piatta che trasforma il mare in maleodorante palude piena di alghe, la cui colorazione cangiante, durante il fenomeno di decomposizione, dona un tocco di poesia decadente. Eros e thanatos sono topos incessantemente presenti, perché inevitabilmente alla base non solo dell’arte ma della storia stessa dell’umanità, sia essa collocata in un microcosmo e all’interno di una comunità, sia essa letta attraverso le pagine universali. Il discorso storico-linguistico si incastra con l’esilio degli Ebrei e degli Arabi dalla Spagna cattolicissima, rifugiatisi in area flegrea, a partire dalla fine del XV secolo: ecco spiegati i cognomi bacolesi, i modi di dire, le differenze di pronuncia rispetto alla città e alla provincia napoletana. Mito, storia, religione, antropologia e tradizione, si mescolano in  un testo e in una performance visiva e sonora in cui Borrelli interpreta i diversi personaggi, modificando gestualità, mimica facciale ma soprattutto intonazione e timbrica vocale, continuando a costruire e a caratterizzare l’azione scenica attraverso il suono. Il fascino del luogo e l’uso delle luci permette delle proiezioni di grandi ombre sulle pareti bianche dell’ipogeo. Borrelli si erge su una sedia, brandendo il suo bastone-remo-bacchetta magica di un Prospero che getta il velo della magia mitologica sulle brutture della vita, diventando ora marinaio, ora maschera diabolica, ora mare-narratore, ora personaggio monco e deformato ma portatore di verità fondamentali. E anche la croce dipinta, in affresco, sul fondo, quinta “naturale” di questo spettacolo-non spettacolo, diventa parte integrante della scena: incombe sul narratore e assorbe l’ombra proiettata. Immagine sacro-profana di una proiezione, forse fortuita, che slitta tra realtà e irrealtà, riproducendo il “Gesù-gelsomino”, di cui parla l’autore nel testo: splendida immagine decadente di un corpo che si accascia verso il basso ma è pur sempre bianco ed odoroso come un gelsomino delicato. Cos’è la “sciaveca”? È la rete utilizzata per la pesca a strascico, ma è anche un suono – sciaaav,sciaaav- che ricorda l’infrangersi del mare sulla riva. E tanti altri suoni che è impossibile riprodurre qui ma che bisognerebbe “ascoltare” vedendo.

foto di Gennaro Cimmino

CANTE E SCHIANTE
Complesso Museale di Santa Maria del Purgatorio ad Arco, Napoli
Ipogeo
Rassegna  ANIME IN TRANSIZIONE
4 Aprile 2014
CANTE E SCHIANTE
performance in lettura tratta da 'A Sciaveca
di Mimmo Borrelli
con Mimmo Borrelli

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