Il tiglio. Foto di famiglia senza madre

La vita quotidiana come esercizio di sopravvivenza. Come pratica di relazioni dominate dal consumo, dal disimpegno emotivo e affettivo, dalla banalizzazione della moralità. Tutto questo, senza madre. La madre, come figura in grado di accogliere, mediare, sostenere, gli uomini: l’assenza della madre, metafora del disamore. Lo spettacolo “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, di Tommaso Urselli, affronta il tema difficile della disabilità e lo fa con ironia, dialoghi surreali molto lucidi e intensi C’è una separazione in atto: in seguito a una reazione violenta, un padre avvia le pratiche per l’inserimento del figlio, presso una struttura per disabili psichici. Una volta avvenuto il faticoso inserimento, presso la comunità “Il Tiglio”, la relazione padre-figlio si mostrerà in tutta la sua precarietà, patologia; una relazione carica di incomprensioni, silenzi e dialoghi aridi. Il tutto sotto gli occhi di una sorta di “convitato di pietra”: la dottoressa della comunità, la madre assente, le istituzioni incapaci di accogliere realmente. Il testo di Tommaso Urselli, in grado di regalare riflessioni lucide e prive di qualsiasi inutile retorica su un tema scottante; con una scrittura veloce e tagliente, dai risvolti metaforici e sognanti. Si potrebbe, tuttavia, rendere più costante questa velocità, questa fluidità della scrittura, rinunciando ad alcuni momenti scenici ripetitivi. Un ulteriore sfida per l’autore che vive (mi confida alla fine della rappresentazione) il ruolo del drammaturgo come continua ricerca sul testo. La regia di Massimiliano Speziani, impegnato anche nella parte del padre, è fluida e essenziale, creativa, all’interno di un contesto povero e minimalista. Armoniosa in tutti gli elementi, luci e musiche comprese. Filippo Gessi, nella difficile parte del figlio disabile, preciso nella mimica e nei toni; Francesca Perilli che assume il punto di vista delle istituzioni assenti, lontane, incapaci di reale aiuto, recita con poetico distacco e straniamento, un ruolo in cui la parola e quasi assente del tutto. Massimiliano Speziani, risorsa preziosa del teatro contemporaneo, perfetto nel ruolo del padre in grado di assumere tutti i toni e le sfumature di un figura contradditoria, in grado di fotografare nei toni, nelle sfumature del volto, nella gestualità, una difficile condizione: la solitudine l’incapacità di esercitare il ruolo del padre fatto di amore e autorevolezza. Male oscuro della nostra società. Il teatro come si sa è materia viva e ogni allestimento offre nuove opportunità. Quarta stagione di replica per un testo che ha ancor molto da dire. Alla fine, nel clima accogliente e caloroso del Teatro Officina, un buon bicchiere di vino per tutti, offerto con generosità d’altri tempi. Massimo de Vita, direttore artistico del Teatro Officina, è un uomo all’antica, nel senso più prezioso del termine.

Milano, teatro Officina, 11 Aprile 2014

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