Comizi di Primavera

Vocazione dell'attività teatrale, in particolare nelle sue tradizionali e più conosciute articolazioni della “stagione” ovvero del “festival-rassegna”, dovrebbe essere, io credo, non solo quella di rappresentare ma anche, e soprattutto, quella di “suscitare”. Suscitare e stimolare relazioni, comunicazione e fusione intima,  infine desiderio creativo da rintracciare e riscoprire anche all'interno di quella comunità che il teatro sostiene e, in ultima istanza, produce.
Ecco che, dunque, a conclusione di una assai interessante stagione, Fuori Luogo propone a La Spezia l'esito dei suoi tradizionali laboratori “esponendo”, in molti sensi tra loro intrecciati, questa drammaturgia curata da Renato Bandoli, direttore artistico della rassegna, in collaborazione con Enrico Casale e Alessandro Ratti per la “Compagnia degli Scarti” composta da studenti di alcuni Istituti Superiori della città (tantissimi da non poter essere citati uno ad uno).
Wedekind è una sfida coraggiosa ed il suo “Risveglio di Primavera”, cui questo lavoro si ispira, lo è in particolare, a partire dal sottotitolo bruciante e senza possibilità di replica di “tragedia di bambini”, per i risvolti che affronta su una età di conflitti e insicurezze che gli attori chiamati alla prova sperimentano, data la giovane età, direttamente sullo loro pelle esistenziale.
D'altra parte questa incisione che fa Wedekind nella carne viva della sofferenza di una parte singolare dell'umanità, assume sempre un valore apodittico di universalità, nella sua ricerca incessante e sofferta di verità sulla struttura delle relazioni umane in generale e di quelle di genere in particolare.
È come se lui stesso, come drammaturgo, vivesse una adolescenza della storia e della cultura in quel periodo assai particolare tra fine ottocento e primi del novecento in cui la ricerca della liberazione interiore e, insieme, la scoperta dei suoi anche inattesi e quasi incontrollabili esiti sembravano produrre, nella cultura e soprattutto nella drammaturgia moderna, più spaventi che felicità.
Ne è topos il rapporto con il femminile che sotto l'apparenza “di una presa di coscienza di istanze egualitarie e progressiste” nascondeva “un ripiegamento verso forme spesso pericolose di regressione ad un'età tanto mitica quanto assolutamente astorica”, come scrive Sara Piagno in “Danze di morte”.
Ancor più coraggiosa, quindi, perché rivolta ad esistenze che un tale travaglio vivono nella singolarità del loro essere nel mondo, talora prive degli strumenti per comprenderlo.
Può essere questo un offrire uno strumento, pur nella consapevolezza che il teatro non salva di per sé, ed in questo Bandoli e Fuori Luogho rimandano, in parte, nel loro fare alla esperienza della non-scuola di Marco Martinelli e delle Albe, pur nella singolarità e nelle differenze, se vogliamo di metodo e finalità consapevole, che ha questo approccio vissuto in un ambiente di per sé “ordinario” nella sua supposta normalità.
Così, pur nella immatura ingenuità della recitazione, Bandoli, Casale e Ratti riescono, io credo, nel loro scopo di preservare lo spirito e la lezione, dolorosa spesso, di Wedekind nella complessa strumentazione della contemporanea identità giovanile, nel suo linguaggio talora contorto e sempre gridato quasi a farsi sentire, evitando cadute nei luoghi comuni ed utilizzando quella strumentazione per costruire una sintassi narrativa e scenica comunque interessante.
Rumore e spavento come atteggiamenti tipici di chi incontra ciò che, e non sempre per sua colpa o mancanza, gli è sconosciuto, alleggeriti da ironiche digressioni sintattiche quali la moltiplicazione dei personaggi, quasi segni per riportare un po' d'ordine.
Anche questo è teatro e serve per riaprire e riconoscere le sue fondamenta di impegno, entusiasmo e, perché no, di fame di applausi.

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