Vorrei fare il postino

Stagione teatrale agli sgoccioli, cartelloni conclusi. Arrivano le compagnie emergenti. In realtà il teatro START, che per i napoletani è sinonimo del progetto INTERNO5, ha accolto, durante tutta la stagione, giovani autori, giovani attori, provenienti da tutte le regioni d’Italia, evitando quindi la connotazione specificatamente partenopea. Giovani anche gli ideatori, collaboratori ed infaticabili proponitori e sostenitori di questo progetto, ormai famoso in tutta la città. Pur ammettendo la nostra involontaria assenza, durante la stagione 2013/2014, presso la piccola sala dello START, nell’ oscura e storica via San Biagio dei Librai, nervatura del famoso “Ventre di Napoli” della Serao,  crediamo sia interessante seguire gli spettacoli de “Nun M’AGGIO scurdat’ ‘e te”, rassegna/osservatorio sulle nuove produzioni delle compagnie campane, in scena dal 9 al 31 maggio. Primo spettacolo è VORREI FARE IL POSTINO, di Federico Longo, con Giulio Barbato e Fulvio Gombos, adattamento e regia Giulio Barbato. La storia di Carlo: trentenne laureato e disoccupato. Come tanti. Tema narrativo non inedito ma, purtroppo, conosciuto, vissuto realmente da molti giovani Italiani, sfruttato all’interno della drammaturgia, delle sceneggiature filmiche, della letteratura contemporanea, fino ai testi musicali. Insomma, la generazione italiana “born in the 80’s” è ormai identificata  con la stasi lavorativa. Elemento, quindi, fondamentale dello spettacolo: fissità, nessuna evoluzione, l’incancrenirsi, l’improvvisa accelerazione e il decadimento repentino. La scena, angusta ed oscura, polverosa e caratterizzata dall’odore (immaginario) di urina di gatto, è il microcosmo serrato in cui vivono due giovani- non più giovani. Due coinquilini, in una casa per studenti, ma adulti ormai per vivere anche in una casa del genere, l’unica che si possano permettere. Carlo, il disoccupato, e il suo amico musicista. L’idea di raccontare lo svolgimento di un’apatica “ giornata tipo” di un trentenne disoccupato, che cerca in tutti i modi di impiegare il suo tempo attraverso attività ben lontane da quella principale, cioè la ricerca del lavoro, è tema conosciuto.  Scopo ed obiettivo diventa vincere un concorso: lavorare per pochi mesi come postino. Immagine di una società che non riesce ad avere confronto e quindi aspirazione. Ciò che  arricchisce il lavoro e lo caratterizza in maniera differente, è l’utilizzo della musica dal vivo. Fulvio Gombos suona il suo contrabbasso, che diventa, dunque, personaggio scenico vero e proprio, creando una conversazione sonora attraverso le corde e la cassa acustica. Non è la prima volta, inoltre, che la sperimentazione musicale entra nella scena teatrale. Il musicista, infatti, registra rumori, suoni, note, riproducendo poi il tutto in  composizioni elettroniche dal ritmo ossessivo, descrivendo sonoramente lo svolgimento altrettanto ossessivo di una giornata involutiva. Gli oggetti della quotidianità cominciano a parlare, suonano e riempiono i vuoti, ricordando le immagini delle pubblicità che scorrono su un televisore sempre acceso, simbolo della routine. L’utilizzo del carrello-cubo-contenitore di oggetti di scena sembra essere una scelta low cost di particolare intelligenza artistica. Ambiente serrato, televisore, telefono e routine: accenni al Ruccello campano ma purtroppo in assenza della stessa profondità testuale. La sensazione percepita dal pubblico è quella di un’assenza di drammaturgia di fondo, di un testo scritto, di un copione. Questo giudizio non vuole affermare che ciò sia vero: tanto che VORREI FARE IL POSTINO è anche un libro, pubblicato a marzo 2013. Il nostro giudizio mette bensì in evidenza la scelta, forse involontaria e ancora acerba, di portare in scena una sorta di diario, interpretato sotto forma di balbettante ed angosciante discorso intimo, attraverso pensieri travagliati, a tratti sconnessi, zigzaganti, galoppanti. Ci si chiede, dunque, se tutto questo corrisponda ad una scelta voluta. Se l’incespicare delle parole, i profondi e a volte imbarazzanti vuoi recitativi, la poca fluidità dei gesti, il difficile rapporto con la scena e la mancata simbiosi tra i due attori, siano elementi voluti. Per questo motivo possiamo e dobbiamo parlare di spettacolo acerbo, in cui gli elementi che riempiono la scena, sia gli oggetti che gli attori, sembrano essere pedine non ancorate e collocate su una solida scacchiera. È dunque necessaria una revisione approfondita sia della scrittura che dell’interpretazione per un lavoro che, nonostante sia testimonianza di una tematica contemporanea, purtroppo eccessivamente sfruttata, potrebbe comunque trarre a proprio vantaggio la sperimentazione musicale integrata all’azione scenica, oltre all’utilizzo di particolari oggetti di scena e alla ricerca di un’approfondita osmosi tra i due attori, all’interno di un lavoro  necessariamente bisognoso di una profonda maturazione.

VORREI FARE IL POSTINO
START Napoli
9-10 maggio 2014
di Federico Longo con Giulio Barbato e Fulvio Gombos adattamento e regia Giulio Barbato, musica dal vivo Fulvio Gombos arrangiamenti musicali Fulvio Gombos disegno luci Claudio Benegas produzione Ramblas a.p.s.

Email