Detto Gospodin

Si apre in questi giorni alla Piccola Corte del Teatro Stabile di Genova la XIX Rassegna di drammaturgia contemporanea che, come ogni anno, propone in successione tre lavori di giovani drammaturghi europei. Ha iniziato questa drammaturgia del tedesco Philipp Lohle, autore molto giovane ma già  con una ampia esperienza come autore residente in alcuni dei principali teatri pubblici tedeschi, ultimo, nella stagione 2012/2013 allo Staatstheater di Magonza.
È il suo titolo più noto, più volte rappresentato in Germania ed in Europa, qui nella versione italiana di Umberto Gandini e per la regia di Mario Jorio.
Al centro l'esistenza individuale, di tal Gospodin (nelle lingue slave termine utilizzato nel significato di “sir”, “mister”, ovvero dell'italiano “signor”) una sorta di Idiota senza le tragiche profondità dostoievskiane, alle prese con i principi e le costrizioni del vivere “capitalistico” cui si oppone con l'ingenuità di chi è privo di mediazioni.
Il mondo di Gospodin è dunque altrove, nella corrispondenza immediata e diretta tra simboli e valori, tra principi e comportamenti direttamente conseguenti, ma è un mondo continuamente invaso e travolto e la sua guerra disarmata alla società sembra, e forse solo sembra, subitamente perduta.
Così se sceglie di vivere con un Lama per riconquistare l'immediatezza naturale, l'animale gli è sequestrato proprio da quelli (Greenpeace) che di tale principio avrebbero fatto una missione.
Tra surreale e grottesco, tra maschera sociale ed essenza individuale, un vero paradosso incarnato in chi non credendo nel denaro e nella proprietà subisce e soffre un continuo furto di senso e sentimento da parte dei molti che oggi non riescono più a percepire la differenza tra proprietà e soggettività.
Così lo abbandona la moglie Annette portandosi via i mobili, l'amico artista se ne va con il televisore e via dicendo fino a quando, venuto in possesso di molti denari “sporchi”, cerca inutilmente di spossessarsene ed è infine arrestato.
Testo complesso e stratificato in molteplici direzioni interpretative ed in un certo senso non pienamente risolto o risolvibile, se la conclusione è un ennesimo paradosso, il paradosso di chi incarcerato trova il filo della sua piena libertà, questo anche per le intrinseche difficoltà e i talvolta inevitabili slittamenti di senso insiti nel processo di traduzione.
Un testo peraltro che l'ottima regia di Mario Jorio, che cura anche la scenografia, sbroglia con pazienza e con sapienza capace di rendere trasparente nei movimenti scenici e nelle sovrapposizioni sintattiche lo sviluppo ed il ribaltamento in ironia del risvolto quasi claustrofobico della narrazione.
In scena un efficace e talora distaccato e freddo Marco Falcomatà insieme a Alice Giroldini e Giulio Della Monica bravi e funambolici nel roteare davanti a noi gli innumerevoli personaggi che arricchiscono, o forse sarebbe meglio dire impoveriscono, la vita del nostro Gospodin.
Un successo di pubblico, che ha a lungo applaudito, nel piccolo spazio ricavato come da tradizione sul palcoscenico del Teatro della Corte, in cartellone dal 13 al 17 maggio.

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