Cento anni di riflessione sulla drammaturgia antica

Che tipo di esperienza è quella del teatro antico sulla scena contemporanea? Si portano in scena vicende la cui formalizzazione mitica risale al secondo millennio a. C., le si rimettono in forma teatrale, si ascolta la voce di una tradizione che ha accompagnato il fulgore della vicenda ateniese nel V secolo.

Però parliamo di teatro e allora è necessario che quanto si porta in scena sia vivo e abbia a che fare con la contemporaneità: interpelli la nostra vita, la vicenda attuale delle nostre comunità, ci emozioni e, al contempo, ci solleciti intellettualmente. In via di principio non ci sono alternative: o così o nient’altro di artisticamente notevole. Ma il teatro è arte concreta, fatta di persone in carne e ossa, di tempi definiti, di contesti storico-politici, di tradizioni culturali, di progetti che solo nella realtà trovano espressione e attuazione. Quel che vale in linea di principio diventa processo e tensione, si stempera e si va avanti. Questo è quanto vien fatto di pensare nel raccontare dei tre spettacoli della cinquantesima edizione delle “Rappresentazioni classiche” di Siracusa, organizzata al Teatro Greco dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico giunto quest’anno al ragguardevole traguardo dei cento anni dalla sua fondazione. Gli spettacoli, che hanno debuttato il 9, 10 e 11 maggio scorso e resteranno in scena fino al 22 giugno, sono: Agamennone, per la regia di Luca De Fusco (il testo di Eschilo è tradotto da Monica Centanni), Coefore Eumenidi, regia di Daniele Salvo (traduzione ancora della Centanni), infine le Vespe di Aristofane, regia di Mauro Avogadro, traduzione e adattamento di Alessandro Grilli. La scenografia, unica ma variamente riattata, è del grande Arnaldo Pomodoro che ha curato anche il disegno dei costumi.

L’Agamennone di De Fusco è uno spettacolo solido: la sua costruzione predilige chiarezza e intelligibilità, non pone troppe domande né proietta troppe ombre sul presente, non sollecita emozioni estreme, non sviluppa fino in fondo motivi che pure individua (l’oppressione della donna nel mondo greco, il ristabilimento di giustizia e pace dopo una lunga catena di vendette, la presenza della morte come elemento della vita, la solidarietà verso gli stranieri), aggancia alla magistrale duttilità dell’interpretazione di Elisabetta Pozzi e alle musiche (di Antonio Di Pofi) la possibilità di una riproponibilità contemporanea del testo eschileo. Ma le musiche (un bel pianismo d’intonazione novecentesca) non conservano la rigorosa astrattezza iniziale e si stemperano in accenni narrativi che poco aggiungono allo spettacolo. Resta notevole l’immagine del coro dei vecchi argivi che entra in scena e si auto-seppelisce per riemergere non appena il dramma si avvia: quasi a dire che quanto accadrà nello spettacolo è conservato e continua a vivere nelle viscere della terra, della storia e della storia del teatro. Il resto è solido mestiere, comprese le prove di Mariano Rigillo (Araldo), di Massimo Venturiello (Agamennone), di Giovanna Di Rauso (una Cassandra straordinariamente intensa) e dei corifei (Francesco Biscione, Massimo Cimaglia, Piergiorgio Fasolo, Gianluca Musiu); grandissimo mestiere, e però da veri professionisti ovvero senza tracotanza, senza superficialità.

Ben più imponente e suggestiva è la prova di Daniele Salvo. Imponente perché fonde in un solo spettacolo due tragedie di Eschilo, Coefore ed Eumenidi, e affronta le due azioni che stanno al cuore dei testi eschilei, ovvero l’uccisione di Clitennestra (Elisabetta Pozzi) da parte del figlio Oreste (Francesco Scianna) e la fondazione del tribunale dell’Areopago attraverso l’assoluzione di Oreste, con un piglio ed un’assertività che nulla lasciano alla consapevolezza dell’alterità del mondo classico rispetto a noi. Ecco il punto: ciò che è in scena accade in quanto tale e nessuna domanda sembra porsi il regista sul senso di quella vicenda e sul senso stesso del riattivare dei testi antichi e capitali. Certo, la nascita politica della giustizia, il superamento delle faide tra clan, la feconda ritenzione nel contesto della polis dell’ancestrale elemento negativo delle erinni trasformate in benevole eumenidi: sono tutti elementi che Salvo mette in luce, con potenza e nettezza, ma manca lo spessore di chi dubita e si pone (e pone al pubblico) domande, lasciando aperta la porta a risposte più o meno univoche. Ad esempio: il demos, che avoca a sé la giurisdizione penale, è davvero sovrapponibile a ciò che definiamo popolo? Una giustizia fondata sul potere maschile e che rivendica questa cifra ideologica può davvero definirsi tale? Perché il regista sceglie di esporre l’uccisione della madre da parte di Oreste in piena scena, con un’infrazione evidente e notevolissima dell’antica prassi teatrale tragica? Evidentemente non scandalizza l’infrazione in sé, ma la sua gratuità. Insomma una messinscena colossal che rapisce il pubblico con la sua grandiosità, con la facilità della cifra iconica, con l’avvolgente colonna sonora di Marco Podda (anche qui il segno è più cinematografico che teatrale), con effetti di luci e fumi, con un ritmo scenico incalzante sin dalle prime battute di Elettra (Francesca Ciocchetti), col gran numero di presenze in scena, con la bravura (va da sé) di grandi attori come Ugo Pagliai (Apollo), Paola Gassman (profetessa), Antonietta Carbonetti (nutrice), Piera degli Esposti (interessantissima nel ruolo di un’ Atena più saggia e dubitante che guerriera), Graziano Piazza (Egisto), ma non scava né in direzione della comprensione dell’antico, né in direzione della problematicità del rapporto tra quel mondo e la nostra realtà.

La commedia, firmata da Mauro Avogadro, è uno spettacolo pulito e arguto per un testo, le Vespe di Aristofane, tra i più difficili da mettere in scena nell’ambito della commedia antica. Se nella prima parte della drammaturgia infatti il nodo comico è chiaro e ben definito, ovvero la passione/ossessione tipica del demos ateniese per processi e giurie popolari, nella seconda parte la trama si sfilaccia e perde tensione teatrale. Avogadro sceglie per il rapporto tra il vecchio padre (seguace di Cleone, appassionato, severissimo giudice popolare che non riesce a vivere senza qualcuno da inquisire e condannare) e il figlio (odiatore di Cleone e di quanto l’ideologia democratica impone) spazientito e preoccupato per il padre, il tono di tenerezza affettuosa dei figli che provano nel proteggere e accudire i genitori anziani. Un rapporto ben incarnato dall’interpretazione di Antonello Fassari (Vivacleone, il padre bisbetico, conosciuto dal grande pubblico come protagonista della serie televisiva dei Cesaroni) e di Martino D’Amico (Abbassocleone, il figlio). Intorno a questo nucleo affettivo e al contrasto politico tra i due, si dispiega quindi tutto il fervore della fantasia di Aristofane la cui cifra viene bellamente espressa non solo dall’intero ensemble degli attori (tra gli altri Sergio Martinelli, Sosia, e Enzo Curcurù, Santia) e del coro, quanto, soprattutto, dalle musiche quasi interamente suonate dal vivo della “Banda Osiris”. Musiche capaci d’interpretare le diverse fasi dello spettacolo e trascinare il pubblico in una percezione dell’arte aristofanesca che supera qualsiasi piccolo aggiornamento delle battute su questo o quel politico e va dritto al segno di ciò che questo grande poeta rappresenta per il teatro occidentale: ovvero una straordinaria, inesauribile enciclopedia della comicità.

foto Carnera, Centaro, Aureli

 

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