Cultura?

Cinema e teatri in sciopero, festival ed eventi drasticamente ridimensionati, addirittura lavoratori di Enti Lirici in cassa integrazione o in contratti di solidarietà, come al Carlo Felice di Genova. Dall'altra parte, e di fronte a tutto ciò, scuole e università in subbuglio per il prossimo taglio di una buona parte della cosiddetta 'offerta formativa' che, tradotta, significa un drastico ridimensionamento delle opportunità per una intera generazione di giovani, già colpita da una precarietà ed una disoccupazione senza precedenti. Questa sembra essere la prospettiva che le politiche restrittive del governo, pedissequamente e servilmente attuate dal Ministero della cultura che pur 'comprende', offrono alla cultura italiana, ai suoi fermenti, alla sua capacità di porsi e proporsi a livello internazionale; ma del resto, si sa, la “cultura non si mangia”. Certamente non si mangia, ma è a tutti noto, non solo a chi vi opera, che la cultura produce ricchezza e non solo intellettuale, per cui “dà da mangiare” alla mente e allo spirito ma anche al corpo. Che le due situazioni, quella della cultura e quella della scuola e dell'università, si tengano è diventato consapevolezza sia negli intellettuali ed artisti sia negli studenti e in parte dei docenti, così che finalmente le due 'resistenze' cominciano a saldarsi e a produrre una forza ed un impatto man mano e fortunatamente crescente, giovando l'una alla visibilità e alla capacità propositiva dell'altra. Ne è, se vogliamo, un esempio quanto successo a Torino con l'occupazione del Museo del Cinema, alla Mole Antonelliana, da parte degli studenti e successivamente con la gestione congiunta della occupazione dei tetti di Palazzo Nuovo, durante la quale i cineasti hanno proiettato sulla Mole stessa le immagini da loro filmate di quella occupazione. E la resistenza di entrambi man mano va a saldarsi con quella del lavoro sotto pesante attacco, dopo decenni di progressivo svilimento anche di visibilità, come dimostra la variegata partecipazione del mondo della cultura e dello studio alle principali manifestazioni sindacali con un effetto di eco che moltiplica le occasioni di reciproco sostegno e rafforzamento. Una volta un noto Procuratore della Repubblica proclamò tre volte la necessità di Resistere al decadimento delle istituzioni, e credo che oggi il mondo della cultura e quello del teatro, cui appartengo, si trovino nella necessità di resistere, pena l'esaurimento e la definitiva marginalizzazione rispetto al pensiero unico “televisivo”, ma anche nella necessità di farlo con le qualità che sono ad esso intrinseche, cioè l'innovazione e la capacità critica, unica in grado di smascherare l'ipocrisia del luogo comune cui si aggrappa il potere a partire dallo stesso ministro della cultura, il primo ad essere disattento rispetto alla propria funzione. Può farlo dunque producendo più cultura e migliore, a scapito delle risorse che vengono sottratte, perchè la Società italiana ha ancora anticorpi per contrastare l'ignoranza e la subordinazione, e quando, come per il passato, è stata offerta l'occasione per dimostrarlo lo ha fatto con forza e con successo.

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