Francamente me ne infischio

Un festival teatrale, quando è veramente tale, è un segno, una sintassi significativa che somma più degli spettacoli proposti. Il Festival delle Colline Torinesi diretto da Sergio Ariotti, che si è aperto ieri 1° giugno, sceglie io credo il dialogo con il femminile, nella tragedia contemporanea del “femminicidio” ma anche, al di là della tragedia, in direzione della percezione di una relazione oltre la storia perché in fondo in parte metafisica e a-storica.
Apre significativamente questa drammaturgia a “stazioni” di Federico Bellini, Linda Dalisi e Antonio Latella, quest'ultimo premio UBU 2013 proprio per la regia, che guarda a Rossella O'Hara, la capricciosa e arrivista (?) Rossella che più che una icona o metafora del femminile o del femminismo appare soprattutto, credo, una domanda posta dal femminile a tutti noi.
Margaret Mitchell e anche Fleming, la cui trasposizione cinematografica costituisce certamente il più conosciuto riferimento estetico, costruiscono un poderoso apparato epico, incentrato sul topos principe dell'immaginario maschile, la guerra, che nasconde, ovvero custodisce e protegge, il filo delicato del sentimento nella sua declinazione femminile, quella per la quale, mentre gli uomini/maschi amano e desiderano “solo” qualcuno e qualcosa, le donne talora amano e desiderano senza oggetto specifico.
Così rispetto a un tale sentimento che vive di per sé, senza voglia di potere o denaro, gli uomini che incrociano Rossella appaiono in fondo simulacri, la cui utilità è solo quella di dare profondità narrativa alla sua consapevolezza e alla sua gelosa difesa.
Nelle innumerevoli corrispondenze che una narrazione insieme così concreta e così universale suscita, spicca io credo la lezione dolorosa di Virginia Woolf che nella contrapposizione talora irresolubile tra potere maschile, fatto di denaro e guerra, e sentimento femminile, anti-economico in essenza, percepisce la tragedia di una modernità in divenire e dei suoi nodi ancora non sciolti.
Le donne, scrive la Woolf hanno bisogno di una stanza tutta per sé per scrivere, hanno bisogno cioè di staccarsi dalla guerra giornaliera dei maschi, perché non costruiscono imperi e trust ma costruiscono e educano umanità, mentre gli uomini hanno certamente denaro e potere “ma in cambio debbono dare alloggio nel loro petto a un'aquila, a un avvoltoio, che continuamente rode fegato e polmoni: cioè l'istinto del possesso, il furore di acquistare, che li porta a desiderare le terre e i penny degli altri, perpetuamente: a inventare frontiere e bandiere; a creare le corazzate e il gas velenoso; a offrire le loro vite e quelle dei figli.”
Contro una macchina così poderosa, forse, Rossella anche oltre la sua consapevolezza difende il filo delicato del suo sentimento, del sentimento a costo anche della propria immagine, anche a costo di apparire “assetata di potere”, a tutti i costi.
Antonio Latella e i drammaturghi qui smontano, pervicacemente, quel poderoso apparato epico, lo sezionano per mostrare proprio quel filo rosso, per tentare di dialogare con lui nella consapevolezza che non tutto, del sentire femminile, è “interpretabile” e “motivabile”, cioè è traducibile al maschile, qualcosa o molto può essere, se in grado, solo “ascoltato”.
Per fare questo non è loro sufficiente una sola Rossella, ne cercano tre, una per ciascuna delle prime tre stazioni di questo dramma che man mano tenta di oltrepassare vincoli, convenzioni e luoghi comuni verso l'essenzialità di una relazione “possibile”, nella sua contemporanea inattualità, tra  due mondi di cui quello maschile, oltre la maschera della custodia e protezione, opprime e continua ad opprimere quello femminile.
È un viaggio verso il fondo ed il profondo quello che Latella compie, talora con qualche ingenuità estetica e simbolica consapevole però ed in fondo coerente, un fondo che mostra come il rapporto squilibrato maschile femminile si ribalta in un generale rapporto di oppressione e di guerra con l'altro, il diverso che sia un indiano o un nero, per sottrargli spazio e vita, una guerra che porta, come ricorda Woolf, la morte per tutti. E l'altro e il diverso sono, qui, significativamente sempre femminili.
Una grammatica narrativa, tanto nota da non dovere nemmeno essere direttamente citata, e una sintassi drammaturgica al femminile dunque, declinata dalle tre attrici sole in scena, che infine mostra la persistente difficoltà del maschile di articolare una diversa e ancora sconosciuta relazione con l'altra parte del mondo, oltre la custodia che oppone alla sempre più pervicace indisponibilità di una Rossella o di una Nora una guerra sempre più sanguinosa, come purtroppo ogni giorno dettano le cronache.
Difficoltà che già il titolo attesta, utilizzando icasticamente la frase più famosa di un personaggio maschile, quel “francamente me ne infischio” che Rhett Butler pronuncia abbandonando una forse vittoriosa Rossella sulle soglie di Tara, ma che è alla fine approfondita nella quarta stazione durante la quale i simulacri maschili che hanno intercettato il suo sentimento, ancora una volta coi volti trasfigurati delle tre Rossella, nel corso di un match senza gloria non sanno di quella donna, di cui hanno preteso e pretendono la conoscenza ed il possesso, articolare altro giudizio che: “era bella”.
Con efficacia infine la drammaturgia trasla e rappresenta questo maschile fatto di potere e denaro, di conquista e guerra che non fa differenza tra terre ed individui, nella metafora forte degli Stati Uniti e della loro storia, che di quell'apparato epico cui accennavamo in premessa sono il fulcro e le cui bandiere segnano ogni movimento scenico mutandosi spesso in strumenti di violenza anche fisica e sempre destinati a coprire e rinchiudere.
Così nella quinta ed ultima stazione quel potere si mostra esplicitamente per quello che è una casa-gabbia per custodire e rinchiudere il canto del femminile, una casa prigione in cui la nudità del suo sentimento, forza e delicatezza insieme della natura che lo alimenta, è coperta di bandiere e rivestita del colore preferito da Rossella, si mostra infine una casa di bambole da cui Nora non è ancora fuggita. Una conclusione però che nella sua assenza di speranza appare piena di aspettative.
Drammaturgia complessa, dunque, ricca di suggestioni e di stratificazioni, culturali e sentimentali, che mostrando i limiti di una relazione irrisolta, enfatizza la forza di un femminile che ha radici più profonde di ogni potere e di ogni guerra, che appare spesso sconfitto e ora sanguinante, ma forse perché la sua forza cresce, una relazione di cui la regia multi-segnica di Antonio Latella ricostruisce spessori, sovrapposizioni e pure contraddizioni, riconoscendone anche con onestà la parziale insondabilità che reclama attenzione e quindi rispetto.
La struttura multi-mediale dello spettacolo poi sottolinea la coerenza narrativa di un testo che destruttura per decodificare e ricostruire un senso, con modalità che a volte ricordano la intensità estetica e drammaturgica di Edoardo Sanguineti.
Caterina Carpio, Candida Nieri e Valentina Vacca che sono le tre Rossella, e poi, Melania, Butler, Mami, mamma e papà ecc., e che per questo hanno vinto il premio Ubu 2013, credo collettivo, per la miglior interpretazione femminile, lo meritano per la capacità mimica, l'uso della voce anche abilmente microfonata, la fusione coreografica e l'intensità della comunicazione, che conserva uno spazio di distacco significativo.
Scene e costumi sono di Marco Di Napoli e Graziella Pepe, le luci di Simone De Angelis gestite da Roberto Gelmetti. Le musiche di Franco Visioli, belle, coordinano i  movimenti coreografici di Francesco Manetti. Fonico Giuseppe Stellato, costumi Cinzia Verguti e, infine, assistente alla regia Francesca Giolivo. La continuità è tessuta da un ispido scimmione, già dentro la drammaturgia forse a rappresentare la natura profonda di una umanità che stenta a riconoscersi.
Le cinque stazioni che compongono lo spettacolo, Twins, Atlanta, Black, Match e Tara, costruiscono coerentemente una narrazione di oltre quattro ore e mezza, di grande intensità e capace, come capita di rado, di suscitare forti sentimenti.
Un successo che premia e arricchisce l'esordio di questo tradizionalmente interessante festival di prima estate.

Foto Brunella Giolivo

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