Le parole e la città

Una città prima ancora di essere e oltre ad essere una struttura urbanistica è una aspettativa impastata di sogni e alimentata quotidianamente dalle mille voci che custodisce ed in essa si esprimono più o meno spontaneamente, più o meno liberamente, sogni e voci che costruiscono parole, parole da ascoltare, parole da scrivere.
È un esperimento dunque alla ricerca di un suo volto e di un suo senso che solo noi possiamo elaborare donandoglielo, ma non da “soli” bensì “solo” insieme, in una azione collettiva in cui le singolarità si fanno reciprocamente partecipi.
Il Teatro dell'Argine di questo esperimento ha fatto la materia di una drammaturgia che ha raccolto le mille parole di una città che sembrava e sembra non esistere più, una città sottotraccia che si è espressa prima nelle 3.000 interviste raccolte dai drammaturghi e poi in questa azione collettiva trilingue a cento e più voci andata in scena tra ITC Teatro di San Lazzaro e il grande Parco della Resistenza sempre a San Lazzaro presso Bologna, dal 14 fino al 20 luglio.
Sono trascorsi vent'anni dalla fondazione del Teatro dell'Argine e questo spettacolo, oltre che una festa di compleanno, diventa quasi inevitabilmente un consuntivo parziale a mezzo di una via che crediamo ancora lunga.
Per condividere tutto ciò ci ha accompagnato e preparato per entrare in una città fantasiosa come non ci aspettavamo ma assolutamente “non” fantastica affondando, questa città, le sue radice nella concretezza innumerevole delle esistenze che la animano.
Trenta palcoscenici sparsi nella radura, ciascuno con la sua storia, ciascuno con la sua drammaturgia raccolta in una narrazione sempre inaspettatamente affascinante nella sua semplicità, e noi liberi di costruire la nostra peripezia singolare intercettandone di volta in volta e ricostruendo, e non solo per noi, senso e finalità.
Una città che non è più solo un luogo da abitare ma si trasforma in un luogo da condividere immaginando e da narrare recuperandone le parole nel farsi stesso della drammaturgia.
È infine, questo spettacolo, anche il segno dell'evento che in questa settimana il teatro dell'Argine ha voluto regalare a Bologna insieme al convegno di cui abbiamo altrove parlato, il segno di una pervicace ricerca e ricostruzione di una comunità che ne sia, del suo lavoro teatrale, insieme promotrice e riferimento di significato e finalità condivisi.
Una comunità come luogo, fisico e della mente, che sembra essere stata dimenticata sotto i colpi del “pensiero unico” economico, una comunità con cui costruire la ricerca e l'esplorazione delle nostre zone oscure anche per illuminarle, dove c'è  spazio per le emozioni e i sentimenti, una comunità che non ha bisogno di altre definizioni (accogliente, solidale, includente ecc. ecc.) perché si definisce nel suo farsi, nel suo essere qui ed ora, nella presenza e nella contingenza, come una drammaturgia appunto.
Così alla fine della nostra peripezia singolare e soggettiva conveniamo tutti insieme nello spazio centrale, più tradizionale, per confermare le parole narrate ed ascoltate e così trasmettercele e forse condividerle.
Ogni sera ospiti diversi se ne fanno testimoni, testimoni della loro esperienza e testimoni di quanto è quella sera accaduto.
Un evento intrigante, drammaturgicamente ineccepibile, nel corso del quale gli attori del Teatro dell'Argine hanno saputo diluire la loro abilità recitativa negli apporti degli allievi occasionali, insegnando certo ma forse anche molto imparando.
Un modo per non solo indagare il malessere che avvolge il teatro contemporaneo, ma soprattutto per cercare di leggerlo e così forse correggerlo.

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