Gaber se fosse Gaber

Tre date estive “speciali” riportano sulla scena l’incontro-spettacolo GABER SE FOSSE GABER, scritto e interpretato dal versatile e noto giornalista Andrea Scanzi. Tra queste, vi è stata quella all’interno degli ameni Orti del complesso monastico di San Giovanni Evangelista in quel di Parma,

per il neonato Festival della Parola organizzato dall’associazione culturale Rinascimento 2.0.
Parecchi gli spettatori al cospetto del piccolo palcoscenico con schermo centrale sul fondo e con una sedia sgombra sulla sinistra, vicina ad un cappello nero giacente a terra. La voce off del compianto Giorgio Gaber sorge, allora, dalle STORIE DEL SIGNOR G. e dal sopraggiunto buio per introdurre l’ingresso dello Storyteller aretino che, a partire dall’ultima posizione assunta dell’artista milanese su un palcoscenico, comincia a snodare la propria spigliata parlantina per ripercorrerne la vita artistica con qualche minutissimo détour nella sfera privata e necessari agganci alla storia politica, sociale e culturale del nostro paese.
Dalla fine perciò si risale agli inizi di carriera dell’allampanato showman – jazzista negli anni ’50 e tra i fautori dello sviluppo del rock ’n’ roll in Italia – che poi riscuote successi televisivi e discografici finché, nel 1970, decide di abbandonare l’ambigua seduttività della comunicazione catodica (e magari mainstream) per dedicarsi all’incontro con la gente, attraverso un’arte – qual è il Teatro – che glielo permettesse in maniera più ravvicinata, diretta e con maggiore libertà discorsiva, senza peraltro rinunciare all’immediatezza emozionale e d’espressione della stessa Musica. Da comunicatore consapevole e abile a sua volta, Scanzi dribbla il rischio della verbosità oratoria – giacché tante sarebbero le tematiche ed implicazioni di cui disquisire sul sommo Gaberščik (suo vero nome) – per intervallare piuttosto i propri scattanti interventi espositivi con degli spezzoni in cui lascia il palco alla sola visualizzazione su schermo di filmati inediti di trascelte esibizioni live del personaggio in causa (con pezzi quali IL TIC, L’ODORE, L’AMERICA, IL DILEMMA e QUALCUNO ERA COMUNISTA), oppure di simboliche fotografie e anche scritte (vedi il brano QUANDO È MODA È MODA) ad accompagnare intere canzoni di questo, selezionate come esemplificazione di certi suoi temi chiave. Figura scomoda e mai rassicurante, quella di Gaber, in grado sempre di instillare la luce del dubbio intorno alla criptica realtà dell’esistenza, specie se s’intende viverla senza l’adulterazione di alcun sminuente compromesso. Difatti il narratore – allorché appunto enuncia, puntualizza e spiega – non si siede quasi mai su quella sedia lì accanto a dare requie alla marcia del suo eloquio esplicativo che, piuttosto, si protende agile e ficcante verso l’uditorio concatenando resoconti e complementari ragionamenti in piedi, lungo un flusso di parole volto a fare emergere l’irrequieto oltranzismo contenutistico del suo signor G. Un uomo di acuminato pensiero e spettacolo scomparso nel 2003 similmente a un “gabbiano ipotetico”, e che a questa nazione priva di slanci e voli alti, levati, ha lasciato quindi un grosso buco nero di mancanza. Per questo anche la detta sedia, nel corso della performance, è e rimane perlopiù vuota, non utilizzata: ad indicare un’incolmabile assenza, un’insostituibilità a cui fa eco pure il solitario cappello nero che si è visto spesso indossare al Giorgio in oggetto. Manca la sua presenza fisica (altresì scenica, magnetica e conturbante) e il suo ironico interventismo artistico, manca la sua testa colma di pensieri mobili e impopolari: tesi, giusto in virtù di ciò, a spostare l’orizzonte del risaputo al di là di un comodo già dato e consolidato una volta per tutte, sottraendolo all’evenienza che diventi viatico di conformismi chiusi e – a lungo andare – semplificanti. Spiace pertanto, ad un tratto, riscontrare nel testo di Scanzi un confronto oltremodo dicotomico tra il teatrante del dubbio da lui omaggiato e il Dario Fo degli anni ’70, trattato invece un po’ troppo sbrigativamente alla stregua di colui che si poneva piuttosto da una parte auto-eletta come giusta, rispetto alle frange verso cui scagliava l’ardore sarcastico e immaginifico del suo teatro di allora. Chiaro che aprire nel monologo anche solo una breve parentesi su quel periodo di Fo diventava una complicazione a livello drammaturgico e di scansione incalzante dei ritmi; la stessa storiografia teatrale per anni s’è impantanata a sciogliere gli ulceranti argomenti che l’arte del nostro ultimo Premio Nobel per la Letteratura esprimeva in quel decennio difficile e di piombo, da cui il ricorrere di analisti e studiosi a etichette interpretative di comodo quando non tendenziose e superficialmente ideologiche. Però lo spettacolo indiziato, suo malgrado, si mostra per un momento un poco manicheo: facendo perciò incespicare il proprio incedere, semmai, di piccolo apologo e sentito canto (nel nome di G.) alla mutante e viva complessità del Reale ed, al contempo, dell’altrettale sguardo che serve per provare a vederne meglio l’intricato mistero, così da affrontarlo con superiori cognizioni e coordinate. Poiché, d’altro canto, l’essere umano odierno si è perso e annullato dentro i totalitarismi del Mercato e nei meandri delle mutazioni antropologiche degli ultimi decenni, come opportunamente Scanzi dice affiancando le visioni gaberiane a quelle del profetico Pier Paolo Pasolini degli SCRITTI CORSARI e delle LETTERE LUTERANE. Ed è tra l’altro proprio il riferimento a quest’ultimo a rivelare il nucleo potente della messinscena che, per forza di comparazione e raddoppiamento, più emoziona e le conferisce peculiare incisività: in particolare, devo dire, quando il giornalista attore lo esplicita ulteriormente dopo il termine dello spettacolo, già salutato da molti applausi, tra cui quelli per la sua dedica a Paolo Borsellino a 22 anni precisi dalla morte per mani mafiose. Sicché, vediamo allungarsi il volto dell’interprete sotto luci che ne mostrano il partecipe arrossarsi, mentre recita dei passaggi di un brano in cui Pasolini scriveva a Italo Calvino circa il ruolo che un intellettuale artista ha da avere al giorno d’oggi affinché abbia un degno senso e valore. Ossia quello di chi non teme di sporcarsi con l’Alterità; e interrogando l’inconosciuto, il diverso, il “Mr Hyde” di ognuno di noi, va così Oltre aprendo nuove direzioni alla conoscenza possibile di ciascuno: arricchendo le opzioni di auspicabile discernimento autentico e di ispirata vitalità.
Un discorso cioè sulla ritornante necessità del superamento di schematismi imposti e tramandati, a cui l’Ars di Giorgio Gaber ha dato voce e motivi come, per giunta, i video trasmessi e le canzoni diffuse nell’aria notturna hanno ben rimarcato in termini sensoriali durante la rappresentazione. Giacché, parafrasando il filosofo Gilles Deleuze, di per sé la registrazione video e – aggiungerei – quella sonora parlano non solo di quanto nei fatti mostrano e fanno sentire, ma inevitabilmente pure dell’Altrove da cui vengono e verso cui vanno: di dimensioni e contesti altri, essendo (per loro natura e statuto) accadute e prodotte via, in un altro tempo, con differenti spettatori e ascoltatori, lungo il divenire molteplice di altre storie e situazioni. Scelta di comunicazione teatrale di taglio semplice, dunque, da parte di Andrea Scanzi e tuttavia di efficace pregnanza nella fattispecie, capace di rendere il suo omaggio scenico un incontro di spessore e un garbato invito a praticare necessaria Eresia e virtuosa Disobbedienza.

GABER SE FOSSE GABER
Incontro-Spettacolo di e con Andrea Scanzi.
Produzione: Fondazione Giorgio Gaber.
Visto a Parma, Orti di San Giovanni, 19 luglio 2014.

Links per informazioni, aggiornamenti e/o altro:
www.andreascanzi.it
http://it-it.facebook.com/pages/Andrea-Scanzi/226105204072482
www.giorgiogaber.it
www.festivaldellaparola.it
www.rinascimento2zero.it

 

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