Macbeth su Macbeth su Machbet

Il grande teatro vive, credo, nella sua capacità di realizzare, dal testo alla messa in scena, un mondo complesso, talora più complesso anche dell'intenzionalità razionale dei suoi facitori. Al contempo e quasi in direzione contraria si tende nel tempo a sezionare, selezionare e catalogare quel mondo ricostruendolo e limitandolo in interpretazione tradizionale, di più facile trasmissione e divulgazione. È questo, io credo, il caso del Macbeth shakespeariano divenuto man mano nella vulgata prevalente la tragedia del potere, anzi della brama del potere che conduce alla distruzione e autodistruzione, nonché in seconda ma spesso riproposta battuta, la tragedia della donna ambiziosa che sollecita oltre misura il suo compagno fino alla “dannazione” di entrambi.
Chiara Guidi dimostra ancora una volta, con questa trascrizione scenica, ricordiamo “uno studio per la mano sinistra” su cui ritornerò, la sua insofferenza rispetto ad un tale processo.
La sua accurata ed inesausta capacità di isolare nel testo suoni, e dunque significati nelle parole che, come confessa, si allontanano da lei (la prospettiva è sempre il primo segno di un senso complessivo) non è opera di selezione come potrebbe apparire, bensì di recupero di significazioni dimenticate o disperse, è quindi per lei un giudizio, è un suo posizionarsi rispetto a quel mondo che il testo, evocandolo poeticamente, porta con sé esteticamente.
Ed il primo punto significativo e significante, di questo suo posizionarsi, appare qui il “genere”, il volgere cioè al femminile, o al prevalentemente femminile, la rappresentazione ricostruendo quasi una trama che il testo shakespeariano cela e disperde nel sotto-testo.
Un volgere al genere che da una parte è disinnescare la vulgata appunto della dark lady che conduce alla morte e dall'altra è porre un nuovo interrogativo, quello della natura stessa di Macbeth che è lascito anche delle discussioni intorno al mistero di Shakespeare stesso.
Natura di Macbeth in senso ovviamente non ontologico ma drammaturgico, quasi che le due persone in scena fossero un unico personaggio, ovvero se vogliamo che i due personaggi (il re e la lady) in scena fossero un'unica persona, così da ricondurre il senso della brama e della contraddizione che agita Macbeth stesso non tanto “nella storia” quanto “nell'esserci” stesso dell'uomo e dell'umanità nata, come ben sapevano i filosofi antichi, da una frattura, da una lacerazione.
Ecco dunque che in questa drammaturgia il discorso del e sul potere si fa da “politico” a metafisico e ontologico, quale articolazione ineludibile dell'uomo e dell'umanità nata appunto da una lacerazione e posta di fronte al mistero del mondo, un mistero però e forse non “da scoprire” ma “da costruire”, perché “nulla è se non ciò che non è”.
Questo l'impatto della ricerca della Guidi sul testo, un impatto esplosivo che scompone sulla scena, come i lacerti sanguinanti di un corpo offeso da un delitto ingiusto, le parole di  Macbeth ma non le abbandona, in un faticoso tentativo di ricostruire il senso di un percorso che molto assomiglia al travaglio di una nascita e al lavoro di levatrice.
È un travaglio che parte direttamente, con accurata scelta drammaturgica, dalla semioscurità della platea ove le tre protagoniste, Chiara Guidi, Anna Lidia Molina e Agnese Scotti, si aggirano ad inizio spettacolo, come le tre streghe all'appuntamento inevitabile con Macbeth, prima di salire sul palcoscenico.
Scelta simbolica in cui però credo gli elementi numerici ed esoterici, pur presenti anche nel Bardo, sono subordinati agli elementi linguistici e metaforici ad indicare una articolazione relazionale che ha nel pubblico, cioè in noi, cioè nell'oscurità del nostro venire ed essere nel mondo, il suo principale referente.
La drammaturgia di Chiara Guidi in questo modo, dissolvendo gli elementi encomiastici e celebrativi della tragedia, la ripropone come enigma, un enigma che ha, credo, la sua unica risposta nella “ricerca” e non in una improbabile “epifania”.
Lo fa ribaltando il giudizio stesso sui protagonisti, e lo fa affrontando il tema del male non solo dal punto di vista per così dire etico, ma anche da quello estetico e linguistico come elemento ineludibile del processo di costruzione e conoscenza del mondo.
È la configurazione di un processo che precede lo scontro tra un mondo che elegge, cioè sceglie un potere “patriarcale” che informa l'etica, la politica e la stessa psicologia anche nella sua forma psicoanalitica, e sotto al quale il conflitto procede con le sue proprie logiche, talora palesandosi anche esteticamente.
Un male quindi relativo, cioè rispetto al potere come si è costituito nella storia, un punto di vista storico, icasticamente rappresentato dalla mano sinistra, simbolo del male e del diabolico, protagonista imprigionata, e dunque forse ribaltabile e se Lady Macbeth paga con la pazzia e la morte il suo tentativo di ribaltare un assetto che la subordina, nella Società, nel rapporto con il Re, nel rapporto stesso con l'immaginario diffuso, altre streghe e sirene riproveranno con maggior fortuna ad affrontare l'enigma della libertà comune.
Uno spettacolo intenso, ricco di suggestioni che forse è impossibile tutte riassumere, in cui la grande padronanza sul suono di Chiara Guidi ben si amalgama nella sua regia notturna in cui le immagini suggestionano i suoni e viceversa per trasformare i movimenti scenici, oltre qualche rigidità linguistica quasi a frenare una dolorosa empatia anche passionale, in straordinaria peripezia interiore.
Alla fine, al seguito della famosa battuta sull'attore che vive un giorno e scompare sulla scena, ci si domanda se il sia il teatro ad essere specchio della vita, o viceversa la vita ad essere specchio del teatro.
Oltre alle due co-protagoniste, già citate, hanno collaborato con Chiara Guidi, per le musiche Giuseppe Ielasi e Francesco Guerri, violoncello in scena, Giovanni Marocco per luci e scenotecnica e Stefano Cortesi alle molto ben congegnate, anche drammaturgicamente, macchine.
Visto a “Orizzonti festival delle nuove creazioni nella arti performative”, co-produttore con la Societas Raffaello Sanzio, a Chiusi il 2 agosto. Il festival, che si sta rivelando in crescita e assai interessante per proposte e organizzazione, prosegue fino al 10 agosto ed è da seguire con attenzione.

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