Il giocatore - canzone dei luoghi comuni

Marco Martinelli, con un certo coraggio ma con la consueta capacità di trasformare il testo scritto in una sorta di organismo vivente, sperimenta per così dire la tradizione con questa opera in dittico commissionata dal “Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto A.Belli”, nell'ambito del progetto OPERA NOVA.
Non è la prima volta che le Albe si impegnano in una drammaturgia in cui il rapporto con la musica è intrigante e profondo, basterà ricordare “LA MANO De Profundis Rock” oppure “Rumore di Acque”, ma stavolta, per la prima volta, il rapporto è diverso, come ribaltato, laddove il testo scritto è destinato e finalizzato a sostenere la creazione musicale e non viceversa.
Il segno di questa diversità sta proprio nella commissione che di per sé, come nella tradizione operistica, tende a strutturare e forse anche a subordinare il testo, il “libretto” appunto, alla finalità e significatività della musica cui è destinato.
Problema non secondario per un drammaturgo come Martinelli abituato, e che ci ha abituato, ad una piena libertà di ideazione ed in cui il riferimento al contesto è sempre tendenzialmente traslato nella percezione artistica ed estetica.
Una sfida affrontata con abilità, però, così che la commissione, un argomento con forti riferimenti sociali, si è trasformata in un obiettivo comune e condiviso, in un intento partecipato che si è alla fine indirizzato sul gioco ed in particolare sul gioco d'azzardo, con tutte le implicazioni che questo ha anche rispetto alla “tenuta” non solo sociale dell'Italia.
Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, che con lui ha condiviso l'ideazione ed il progetto scenico, hanno dunque utilizzato la commissione trasfigurandola, innanzitutto trasformando scenicamente il gioco, come elemento essenziale del percepire e del fare dell'umanità, in una sorta di limes, di membrana porosa ed osmotica che divide ed insieme unisce il discorso dispiegato nei due dittici contrapposti, quasi una dantesca raffigurazione speculare di inferno e paradiso, opposti ma comuni e condivisi.
Da una parte il gioco nella sua essenza pura e luminosa come momento di percezione e costruzione di un mondo condiviso, un mondo “luogo comune”, che come nell'infanzia si dispiega nell'esperienza ludica apparentemente non finalizzata, dall'altra la sua degenerazione nell'alienazione del valore “denaro”, nella imposta finalità economica e di profitto che lo opprime compartimentandolo quasi in maschere rigide sotto le quali si nasconde, di per sé anche quando è apparentemente controllato, il baratro del nulla e della perdita.
Ne nasce una peripezia, di nuovo dantesca, che parte dal primo dittico, Il Giocatore, che, anche nella lontana e libera corrispondenza con il racconto di Dostoevskij, mostra il progressivo annullamento dell'uomo nel gioco, nella slot machine “unica amica”, nella perdita di sé e quindi del mondo.
Una narrazione però al di là di ogni astrazione, ancorata come è nella concretezza esistenziale del contadino romagnolo prossimo a scivolare nella tomba che si è costruito da solo. Sfugge così, e giustamente, la vicenda da ogni giudizio etico mostrando con chiarezza il meccanismo essenziale ed esiziale.
Nel secondo dittico invece, attraversata la membrana e assorbitane l'essenza, come uscendo dall'oscurità alla luce in un “a riveder le stelle”, la forza creativa del gioco esemplificata dalla filastrocca, un gioco che costruisce il luogo comune, cioè non la banalità ma un luogo condiviso e comunitario che partecipa e include tutti, trascinati dall'esuberanza dei trenta bambini del coro guidati dalla mano ferma e accogliente di una Ermanna Montanari in bianco e verde speranza.
La musica tutto circonda e a tutto dà senso ricostruendo nelle melodie e nei contrappunti la struttura stessa del significato, prima e insieme alle parole che riempiono e costruiscono lo spazio scenico, con una efficacia che sembra andare oltre ogni giudizio tecnico e specialistico proprio di altre pagine e di altri recensori.
Uno spettacolo intenso ed anche eterodosso, della cui forza spiazzante è stata testimonianza quanto accaduto al convegno che, sabato 13, ha ne accompagnato l'esordio, allorquando la sollecitazione di Marco Martinelli, e anche di Marco Dotti, sulla natura universale ed essenziale del gioco, come strumento principe della consapevolezza umana, oltre le etichette e le catalogazioni sociologiche od economiche, ha provocato uno stupore quasi panico nei numerosi esperti e operatori convenuti per discutere sulle conseguenze sociale dell'esplosione del gioco d'azzardo dopo la sua recente legalizzazione, conseguenze sia psicologiche che di qualità della società, conseguenze pesanti e comunque non sotto-valutabili, che necessitano di una risposta dalle istituzioni.
Uno stupore panico causato, credo, dall'improvvisa perdita di riferimenti stabili (la maschera) ai loro anche interessanti ragionamenti, stupore che infine ha indotto ad un quanto più rapido  recupero di linguaggi e referenti “tecnici”, quasi accantonando se non dimenticando la sollecitazione stessa.
È stata una sorta di incapacità a comprendere l'irriducibilità dell'essenza del gioco, senza la quale diventa impossibile capire cosa succede all'uomo che gioca e quindi cosa succede al giocatore che si perde  nell'azzardo.
La vita stessa è in fondo un azzardo, come diceva Pascal, una scommessa che siamo chiamati tutti a giocare, quindi il male forse non sta in questa essenzialità e se non lo capiamo, se continuiamo a sovrapporre maschere ed irrigidire schemi e schematismi, allora rischiamo veramente di scendere nell'inferno.
Vi è infatti nell'opera che abbiamo visto in scena la forza dell'interpretazione artistica che cerca nell'essenza dei comportamenti umani quella sincerità, innanzitutto estetica, necessaria per comprenderli ed infine affrontarli. Una forza appunto che affonda le sue radici non nella volontà razionalizzante ma nella sincerità dell'abbandono profondo, anche a quei “luoghi comuni” che evidentemente tanto sono temuti.
L'opera musicata dal giovane e a mio avviso talentuoso Cristian Carrara, è andata in scena nel Complesso Monumentale di San Nicolò di Spoleto il 12, 13 e 14 settembre con la regia dello stesso Martinelli.
La direzione de l'Ensamble strumentale dell'O.T.Li.S era affidata al maestro Flavio Emilio Scogna, gli spazio e i costumi a Ermanna Montanari; in scena i tenori Edoardo Milletti e Marco Rencinai, e i soprano Rosaria Fabiana Angotti, Chiara Margarito e Chiara Tirotta. Per le Albe, infine, il bravissimo Alessandro Argnani, molto a suo agio nel terragno contadino e giocatore romagnolo del primo dittico, e la sempre straordinaria Ermanna Montanari, guida dei bambini nel secondo, al centro di una scenografia di luci che sembrava ruotarle attorno..
Speriamo che questa opera lirica in dittico, accolta con grande entusiasmo dal pubblico, abbia altre e numerose occasioni per essere vista.

Email

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna