Il vizio dell'arte

Ci sono spettacoli che si sceglie di andare a vedere per chi li ha scritti o per chi li recita, e Il Vizio dell’Arte rientra a pieno titolo tra questi. Come perdere la pièce di fine anni Duemila del mostro sacro della nuova commedia inglese, Alan Bennett, come non desiderare di vedere nuovamente alle prese con questo autore i due attoroni della scena milanese Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani?
Se il desiderio si limita a questo, risulta sicuramente e positivamente appagato. Il testo, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano fino al 16 novembre (di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia) è maturo, Bennett sa far ridere, commuovere e riflettere con la sua innata capacità di non prendere sul serio –almeno apparentemente – proprio nulla. Si parla di prostituzione e di solitudine, di arte e di fellatio, di opera lirica e di morte che incombe, ma naturalmente tutto è attraversato come da una scossa elettrica vivificante, l’ironia. Bruni e De Capitani, dopo il successo nell’interpretazione di The History Boys, sempre di Bennett, tornano a duettare in scena con un testo che sembra cucito loro addosso. C’è spazio per il cambio repentino di tono, per la gag travestita da seriosità, per la prova magistrale di virtuosismo.
Quanto alla storia, tutto accade sulla scena, durante le prove di uno spettacolo teatrale, “Il giorno di Calibano”. Wystan Hugh Auden e Benjamin Britten (Bruni - De Capitani) sono due grandi personalità culturali ormai anziane, l’uno poeta riconosciuto ma un po’ dimenticato, l’altro grande musicista. Un tempo grandi amici, non si vedono da vent’anni, ma è la solitudine dell’uno, mista all’insicurezza verso un’ultima e controversa opera musicale in via di lavorazione, a riunirli.
Sullo sfondo la vicenda di Calibano, metafora letteraria con cui viene identificato un giovane prostituto che si guadagna da vivere in attesa di tempi migliori, ma che sprizza acume e amore intenso per la vita.
Le vite al limite, l’omosessualità dei due grandi personaggi in una società che tollera sempre di più ma ancora disprezza, sesso, divertimento e sentimenti delicati. Ma l’acume dello spettacolo si dipana su un piano più raffinato, il teatro nel teatro, con le interruzioni dell’autore del fantomatico testo, presente in sala ad assistere alle prove, ma contrariato per i tagli sostanziali effettuati sulla sua opera. Poi il musicista per momenti di teatro sperimentale (in cui i mobili del salotto cantano…), l’assistente di scena giovane e bistrattato, una sempre impeccabile e sostanziale Ida Marinelli nei panni di un’assistente di regia indispensabile a tenere insieme le velleità degli attori, le insicurezza e le magagne.  Incombe sulla scena il Biografo, ideale dipanature della vicenda che soffre tuttavia del suo ruolo di secondo piano e non perde occasione per dilatarlo o per inventare dei coup de théâtre. Che cosa vuole raccontare lo spettacolo, dunque? E’ un tributo a tutti quei Calibano, il personaggio deforme de La Tempesta di Shakespeare, che nella vita sono in secondo piano, all’ombra di grandi uomini ma mai ricordati, mai nominati, mai apprezzati. Così al bel marchettaro Tim è affidata la commemorazione dei due grandi uomini che ha conosciuto in quell’appartamento inglese, ma quando la prova è finita e le luci calano è il finale a meritare l’intero spettacolo. Con quel tono sempre in tono minore che caratterizza la genialità di Bennett, ancora sul filo del teatro nel teatro, l’assistente di regia Kay si siede in mezzo alla scena e chiude su di sé la parabola dell’esistenza dei mille Calibani del mondo: «C’è sempre qualcuno che rimane indietro», ripete tra sé e sé mentre nella memoria fluiscono i ricordi del passato come attrice, oggi solo un ricordo appannato o una necessità per sostituire durante le prove qualche attore assente.
Intelligente l’allestimento scenico, capace di rendere la dimensione della prova teatrale lasciando a vista tutto il retroscena. L’impianto luci e audio, gli attori non in scena, i costumi sono tutti visibili e disposti come dalla parte del pubblico, che diventa spazio integrante della scena, destinatario certamente della pièce ma anche complice, orditore insieme agli attori della vicenda della vita reale che vuole intersecare di continuo la recita.

Foto Laila Pozzo

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