VIE Festival 2014 prima parte

Torna a proporsi in un periodo autunnale il VIE Festival – organizzato da ERT - Emilia Romagna Teatro – che coinvolge numerosi teatri e realtà territoriali, sparsi tra gli epicentri di Modena e Bologna, abbracciando varie espressioni sceniche della recente produzione perlopiù europea (salvo qualche eccezione) e naturalmente italiana. Si estende pure il suo arco temporale per una durata complessiva di oltre due settimane, in cui dare opportuno risalto anche agli esiti pubblici di taluni laboratori teatrali svoltisi nelle zone disagiate dai sismi accaduti in Emilia nella primavera del 2012. Partito dunque giovedì 9 ottobre, VIE si è concluso sabato 25 con un denso carnet di spettacoli consultabile sul sito www.viefestivalmodena.com.
Ed è giusto con delle telluriche emanazioni, irradiate in scena dall’ensemble coreutico diretto da DeLaVallet Bidiefono, che comincia la mia carrellata di disamine sulle creazioni viste alla ricca rassegna. Un gruppo di neri performer – quelli guidati dall’artista congolese – che, col percosso AU-DELÀ, danno rappresentazione semmai ai tremori di questo nostro aldiquà odierno: tormentato di vibrazioni interiori e necessità espressive, che restano però tarpate a ragioni sorridenti di vita da potersi condividere mutuamente. Poiché il corpo, innanzitutto, si para alla stregua d’una mobile prigione isolante che trattiene – facendoli tralucere alla superficie – scosse e spasmi inabili a flettere la loro superba energia “Al di là” (appunto) di sé, affinché s’estendano bellamente agli altri dintorno creando coesioni di duraturi contatti e interscambi, a fronte delle lacerazioni dettate dalle oscure parole e dal frastuono reiterato del mondo circostante. Esseri repressi e oppressi dai ripetitivi riff di un reale obnubilato, come le linee musicali degli strumentisti allato esprimono pressoché ossessivamente, accompagnate dagli interventi ciarlieri e canori di un frontman abbigliato di una cupa giacca di pelle. Una fosca figura che, con voce cavernosa e grattata di polvere infuocata, esala al microfono considerazioni e frasi – anche urlate – tramite cui asseverare come “L’inferno è parte del Sistema”. L’ordine infernale di un caotico smarrimento, ossia, innervato quasi a mo’ di loop nel piano planetario globale che si vive: come del resto s’evince osservando i diversi giri a vuoto e senza meta compiuti dai danzatori lungo diagonali ritornanti su loro stesse; mentre schiocchi di batteria – ritmati su sonorità di strumenti a corde – rintronano l’aria talvolta invasa da fumi che l’abbuiano tanto quanto i “Bla, bla-bla, bla-bla…” che risuonano vani e inconsistenti dalle labbra inespressive, e prive di acclarati motivi, di politicastri alla ribalta solo per loro stessi. Risalire da cotanto averno (di qui la presenza di un’alta scala verticale sul palco) è possibile, appellandosi a una propria personale responsabilità di uomini e donne abitati di gesti, colpi e frementi movenze, capaci di incidere invero il tessuto apparentemente sospeso e immutabile della realtà: anche soltanto facendone risuonare di concreti tocchi e battiti, di vibranti sommovimenti ed esternazioni, le superfici incistate e inespresse delle cose. E la realtà – non per niente – si smuove, socchiudendosi a percussivi slanci, rotture e ad azioni di subsidenza: per cui, ecco i ballerini battersi il petto e accennare voli compiendo salti sul posto, percuotere con un piede il suolo e lanciare singoli battimani oltre a grida di richiamo e/o d’invocazione nell’etere; finché, per esempio, una seconda scala – simbolo nella fattispecie di vacue gerarchie – viene distrutta in proscenio, dopo che la temperatura scenica s’è alzata in forza di un maggiore adunarsi dei corpi semoventi nello spazio, divampato ad un tratto nel fragore di una rossa esplosione luminosa. Un concatenarsi quindi di dinamismi ed empiti tale che, sull’energico pompare su e giù d’arti, movimenta i volti al coraggioso riapparire di sorrisi liberati a un roteare di braccia e membra coagulate in un flusso vitale d’assieme. Nessuno è solo nel sormontabile ipogeo d’abisso che oggigiorno vediamo e viviamo; l’assordante coltre di ferale indifferenza silente che sembra attorniarci isolandoci, è soltanto atra apparenza, diabolica illusione. Accanto a ognuno, infatti, c’è ognuno: al quale aprire l’ampio raggio dei caldi, umani tocchi che vivificano.
Assai più riflessivo è il lavoro creato dal “maestro invisibile” del teatro nazionale, Danio Manfredini, alle prese con la sua VOCAZIONE (foto di Manuela Pellegrini) di attore e teatrante messa in scena all’interno di un quadrato delimitato da sedie e bauli ai lati, mentre sul fondo campeggia uno schermo dietro cui, all’inizio, egli compare in piedi cosparso di un’aura soffusa e diafana. Scopriremo più avanti, al suo solingo risvegliarsi su una sedia, che forse si è trattato tutto di un sogno. Un lunare viaggio onirico – tuttavia senza fine pure nella veglia – continuamente traversato da richiami pungenti a una ratio di normalità esistenziale da prodursi nei ranghi di una quotidianità comune e rassicurante. Ma, attraverso un intarsio di apposite canzoni e musiche con dei cambi di costume a vista nella semioscurità, il protagonista vuole fare vedere che l’attore autentico è un angelo ribelle della trasformazione, al quale sta stretta la maschera di un falso ruolo nelle griglie imposte dalla società e da un quieto vivere. Così lo si scruta ed ascolta trasvolare da un personaggio all’altro di un certo repertorio teatrale moderno e contemporaneo (tra cui alcuni brani di sue drammaturgie), dove si esprimono luci e ombre, passioni ed attese, tensioni e timori dell’attore artifex di teatro di vari tempi e condizioni. Il quale anche quando s’aduggia in un tran-tran sicuro senza genio né sregolatezza, abdicando alla sua missione di “turbare il mondo” badando ad avere “la botte piena e la moglie ubriaca”, è perché nondimeno in quel caso sta sondando una delle molteplici gamme dell’esperienza possibile di un uomo – ancorché artista – nel corso della vita: in maniera tale da farne rifluire gli aspetti di apparente mediocrità o limitante opportunismo nella vastità piena della sua Ars capace di reinventare gli afflati delle esistenze. Ed è, al solito, bravo Danio nel modulare i tratti delle differenti figure che impersona: in specie quando conferisce sorprendente vivezza alle aderenti maschere in lattice da cui traspira – in primis – il fiore della voce dolente di Nina del GABBIANO di Anton Cechov o, tra le altre, di quella cupamente violentata dell’umiliata Elvira tolta da UN ANNO CON 13 LUNE di Rainer Werner Fassbinder. Manca però lo stesso della visceralità nella dissezione che il regista e interprete compie sul corpo effimero dell’attore teatrale. E in tal senso avrebbe forse giovato declinare la recitazione del suo partner – Vincenzo Del Prete – su delle direttrici meno squadrate e monocorde dell’espressione soprattutto vocale, con cui costui riveste parole e gesti dei propri personaggi. I quali se è vero che fungono da programmatico contraltare a quelli recitati con emersioni d’interiore irregolarità da Manfredini, ciononostante rendono tale gioco di contrastanti corrispondenze troppo speculare e talmente dichiarato da renderlo, in verità, immediatamente rigido; privo in sostanza di imprevedibili asimmetrie scheggianti in grado, alfine, di farci sentire e tagliarci con la contundente separazione vissuta dall’attore nel regno dell’extra-ordinario di sua magica competenza: tra l’essere e il diventare, il manifestarsi vividamente e lo scomparire via in ulteriori altrove di millanta trasformazioni che, comunque siano, ci riguardano perché attengono al nostro stesso apparire e trasfigurare didentro e di fuori nell’ardente crepuscolo invisibile di cui siamo costituiti nel blu abissale in cui si diviene.
Visceralità che, invece, l’attrice e soprano Marianne Pousseur distilla con attento furore nella scatola scenica architettata dal regista – Enrico Bagnoli – per aggiungere pluralità di risonanze alla sua interpretazione solitaria della mitica PHÈDRE: ovvero Fedra riscritta dal poeta e drammaturgo greco Yannis Ritsos quarant’anni fa. Delle punte di ghiaccio sgocciolano svaporando piano, appese a rutilanti fili calanti dall’alto, allorché la bionda eroina sdipana la propria irata protesta contro le maschere sociali e della rappresentazione affettiva rivolgendosi alla prigione d’oscurità che l’accerchia fra sordi magmi sonori. Il suo innominato e non visibile interlocutore maschile è indice di un universo altro da lei: latrice di prorompente femminilità liberata al rigoglio generativo che figlia dal contatto con le vere emozioni dell’intimo, piuttosto che di un’utilitaristica dimensione del controllo e della disciplina comportamentale in funzione del mantenimento di un servile status quo nei rapporti tra persone. A simbolizzare un tale oppressivo potere di maschia dissimulazione strumentale e violenta (diversi i riferimenti alla caccia nel testo), ci sono un faro che – nell’angolo destro della ribalta – meccanicamente si muove inquadrando la donna di fasci anabbaglianti, oltre a delle grandi lastre di metallo pendenti come guardiani sul fondo. Una schiera di algide pareti verticali che, ad un certo punto, mostrano il viso ingigantito della protagonista prima che la sua rabbia si scagli addosso ad esse con un lancio animale di scarpe e sassi. Rimbombi ed echi, sussurri registrati e disseminazioni vocali, si dislocano nello spazio reso vieppiù contrario e inestricabile all’attrice da un contrapporsi luministico in cui risaltano bagliori di verde e coloriture rosseggianti. Sennonché, fuoriuscendo senza paure, il canto dell’“incorruttibile notte” – che ciascuno di noi porta dentro, alle soglie di ogni giorno che scorre – può denudare parole e comportamenti di quella cortina fumogena e confusiva di cui li ammantano volentieri i decisori occulti, e non, che circondano le nostre esistenze. Protesi, costoro, a governarle talmente a profitto del loro cieco interesse da volere insinuarsi ad arte perfino nelle pieghe riposte  dei sentimenti ed intenti di ogni individuo, condizionandoli per indiretta via. Così, la Fedra della Pousseur ricorre per converso al linguaggio profondo e non equivoco dell’emotività demistificante, dirimpetto a quello ragionieristico e di facciata dei suoi invisibili astanti, dando il la a canti tonanti che dialogano arditi e voluminosi con femminili cori aerei, nei quali s’innesta alfine il rombo di sonorità che scuotono libertarie la scena e i suoi oggetti. Da quella che poteva sembrare solo un’aspra requisitoria volta a indagare i rapporti tra una donna e un uomo, ci si inoltra allora verso un discorso ulteriore che attiene una sfera addirittura politica. Tra chi vuole vivere in modo autentico, fertile e moltiplicato, poiché scevro da diaframmanti ipocrisie e camuffamenti; contrapposto alle condotte calcolatrici, strumentali e perciò limitate, di quelli che agiscono sotto la cappa plumbea di un Potere che esclude e sorveglia impedendo: affinché nulla cambi, niente evolva e tutto resti assoggettato al suo pervasivo dominio senz’anima.

[CONTINUA]

AU-DELÀ
Testo: Dieudonné Niangouna.
Coreografia: DeLaVallet Bidiefono.
Luci: Stéphanie “Babi” Aubert.
Suoni: Jean-Noël Françoise.
Musiche: Morgan Banguissa, DeLaVallet Bidiefono, Armel Malonga.
Interpreti: Flacie Bassoueka, DeLaVallet e Destin Bidiefono, Ingrid Estarque, Ella Ganga, Nicolas Moumbounou, Athaya Mokonzi (canto), Morgan Banguissa (batteria), Armel Malonga (chitarre e basso).
Produzione: Compagnie Baninga / Le Grand Gardon Blanc.
Coproduzione: Festival d’Avignon, Théâtre Paul Eluard – Choisi-le-Roi, Parc de la Villette, Le Carré Sainte-Maxime, Châteauvallon centre national de création et de diffusion culturelles.
Modena, Teatro Storchi, 10 ottobre 2014.

VOCAZIONE
Ideazione, drammaturgia e regia: Danio Manfredini.
Drammaturgia musicale: Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri.
Interpreti: Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete.
Produzione: La Corte Ospitale.
Modena, Teatro delle Passioni, 10-11 ottobre 2014.

PHÈDRE
Testi: Yannis Ritsos.
Ideazione: Marianne Pousseur ed Enrico Bagnoli.
Regia, scene e luci: Enrico Bagnoli.
Costumi: Christine Piqueray.
Suoni e ambientazioni: Diederick De Cock.
Musiche e interprete: Marianne Pousseur.
Collaborazione artistica: Guy Cassiers e Josse de Pauw.
Produzione: Compagnie Khroma.
Coproduzione: Théâtre de Liège, Théâtre des Tanneurs.
Prima rappresentazione italiana: Rubiera (Reggio Emilia), Teatro Herberia, 11-12 ottobre 2014.

Links:
www.viefestivalmodena.com
www.emiliaromagnateatro.com
www.baninga.org
www.corteospitale.org
daniomanfredini.wordpress.com
www.khroma.eu

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