Una strana difficile intervista

Katia, dopo anni di durissima gavetta, era riuscita ad entrare nella redazione cultura e spettacolo di una delle più solide emittenti lombarde, capace, per certi programmi, di raggiungere un’audience quantitativamente notevole, garanzia  innanzi tutto di incassi derivanti dalla pubblicità.
Giulio, il suo caporedattore, gli affida la realizzazione di un’intervista al notissimo regista di origini italiane, di cui qui diremo solo il nome proprio, Giorgio: fondatore di compagnie internazionali, vero maestro, uno degli ultimi, del teatro come attività che libera energie, che rende differenti dalla massificazione della società d’oggi, che  porta l’attore, e lo stesso spettatore, a vivere, durante gli spettacoli, un flusso di emozioni stati d’animo  e pensieri liberatorio e aperto a possibili immaginative realtà nuove.
Giulio convoca all’improvviso Katia, due giorni prima dell’arrivo del Maestro a Milano, e le chiede, naturalmente, se ha preparato l’intervista raccogliendo informazioni e documentazioni complete, e se ha letto qualche studio sulle opere teatrali e su spettacoli da lui diretti; Katia sta per rispondergli, con una certa ansia  che le preme il petto, sapendo che è il primo lavoro importante che sta svolgendo per quell’emittente, quando Giulio, prendendole una mano tra le sue, con espressione affabile ma decisa, le dice:
“Katia… io mi aspetto molto da te, e sono certo che verrà fuori un’ottima intervista: dobbiamo aiutare il teatro, dedicandogli trasmissioni realizzate coi fiocchi, ma dobbiamo anche dare una scossa al pubblico, richiamare la sua attenzione sui fatti teatrali, sui personaggi che vivono questa meravigliosa attività spettacolare e artistica! Sei convinta di questo?”
“Si, certo, non posso che essere convinta, ci mancherebbe, non avrei dedicato non pochi anni della mia vita a seguire attori, registi, spettacoli di tutti i generi; non avrei tenuto corsi e seminari di storia del teatro e dello spettacolo e di critica teatrale in mezza Italia, anche nelle università!”
“Brava, benissimo! Allora… seguimi… questa intervista di argomento teatrale è un po’ un azzardo per la nostra emittente: come purtroppo sappiamo, il teatro interessa poche persone; è un’attività artistica minoritaria, il che, ben sappiamo, non vuol dire “minore”: nonostante ciò io voglio fare una scommessa rilanciando l’interesse per il settore teatrale; appunto ti ho chiesto di invitare una personalità di grande valore e conosciuta internazionalmente… ma tu devi fare un botto con questa intervista! Devi attirare l’attenzione di tanti”
“E cioè?” gli fa un po’ disorientata Katia.
“Cioè devi far succedere qualcosa di… di… strano, anche di  provocatorio… un po’ sorprendentemente sincero per essere in un set televisivo… naturalmente riguardati la normativa vigente in materia, per evitare di superare i confini della legalità, mi raccomando!”
Katia rimane per qualche secondo in silenzio, piena di dubbi e con un senso d’imbarazzo, per poi esclamare:
“Ma dammi qualche suggerimento preciso, concreto; qualche input per facilitarmi la scaletta dell’intervista! Per essere… provocatoria!... provocatoria come, poi?...”
“No, no, no! Guarda, resti tra noi, mi raccomando, ma il commendator Beccalossi, che è il maggior azionista della nostra televisione, mi ha detto di metterti alla prova con dei compiti, diciamo, “difficili”: lui crede che tu sia potenzialmente una grande giornalista; oltretutto sei una bella donna, parliamoci chiaro, e al Beccalossi questo aspetto interessa molto, sai com’è, siamo nel mondo dei massmedia, e anche l’occhio vuole la sua parte, come dice il proverbio!... per cui il grande capo va capito, ti pare?... e comunque se fai bene le cose non potrai che avere la sua attenzione, e, credimi, in questo ambiente, non è poco! Poi possono seguire altre soddisfazioni, anche economiche!”
“Insomma, mi dovrei arrangiare completamente da sola!? Ho capito bene?”
Giulio la guarda fisso negli occhi, e con un’espressione di seriosa convinzione esclama un “si, certo, è così”, con tono secco, e con una sottilissima ambigua vena minacciosa.
Mancano due ore all’arrivo del Maestro, con la sua collaboratrice più diretta,  negli studi dove verrà trasmessa in diretta, all’interno di un programma contenitore,  l’intervista: Katia è già nel suo studio, per il trucco, e per ripassare il testo con le domande da porgere: squilla il cellulare, è  Giulio che la chiama per dirle “in culo alla balena” e farle le ultime raccomandazioni del caso; Katia lo manderebbe volentieri a quel paese, ma ovviamente non è il momento, anche se una fastidiosa e indiscreta aggiunta di Giulio la spingerebbe a farlo:
“Katia” le fa lui “ti sei messa quel bolerino azzurro che da una strepitosa forma al tuo seno?”
“No” risponde lei secca, salutandolo e toccando l’icona rossa della fine conversazione del cellulare.
Viene il direttore dello studio per indicare a Katia la posizione delle tre camere che riprenderanno l’intervista, e per calibrare i piani d’ascolto, in modo da guadagnare tempo. Tutti son stati avvertiti che il Maestro ha i minuti contati.
Egli ha una corporatura minuta, veste vagamente all’orientale, quasi come un guru, porta ai piedi calzature etno, di foggia sudamericana: ogni suo gesto è rapido, ogni sua frase è scandita bene ma con ritmo veloce; saluta cordialmente ma senza formalismi inutili Katia, accennando un inchino e stringendole saldamente la mano, per poi presentare Sylvia, la sua collaboratrice non più giovane, ma evidentemente ancora super efficiente, sua ex attrice e donna un tempo amata.
Il Maestro e Katia si accomodano nel salottino allestito al centro dello studio, mentre i tecnici sistemano al meglio le ultime cose, come la prova dei livelli dei microfoni. La regista Gemma, tramite altoparlanti, comunica ai due di osservare il timer di studio non oltrepassando i due minuti per ciascun intervento, a meno che, vista la presenza di una personalità d’eccezione, non ritenessero necessario superare quel minutaggio. Sylvia è in una posizione fuori campo, ma sta sul chi va là, come pronta ad andare in soccorso del grande regista.  Dall’altro lato dello studio, rispetto  a quest’ultima, c’è Francesca, un’attrice quarantenne, una caratterista,  molto amica di Katia che, in particolari circostanze, le dà una mano a livello di segretariato.
Katia si schiarisce la voce un attimo prima del segnale di inizio registrazione.
Katia: Gentilissimo Maestro, innanzi tutto un benvenuto da me e dai miei collaboratori. E un grazie sincero per aver accettato di farsi intervistare: siamo la prima emittente italiana ad averla come ospite, e questo è per noi un grande onore. Ma vengo subito alla prima domanda: lei crede davvero che il teatro, nei suoi vari generi espressivi, sia, quando lo è, un’arte del nostro presente?
Il Maestro:  Innanzi tutto anch’io voglio ringraziare lei! E l’emittente che mi ospita! Poi rispondo alla sua domanda: a mio personale parere il teatro quando diviene arte, e cioè arte dell’attore, innanzi tutto, assume un vero e totale significato per chi lo “fa”: per chi vuole assistere c’è solo una possibilità: saper di vivere, pur da spettatore, un momento che, nella vita ordinaria di tutti i giorni, non può vivere con la stessa intensità e consapevolezza, e, al limite, anche sgradevolezza.
Katia: Non crede che questo tipo di relazione teatrale non sia che per pochi?
Il Maestro: Assolutamente si, ma non dimentichiamo che nei paesi europei c’è anche un teatro più commerciale, corrivo dei gusti più facili ed immediati, magari, e chiedo scusa della parola trovandoci qui ospiti, “televisivi”. Molti spettacoli, infatti, hanno come protagonisti dei divi televisivi. Il teatro come lo intendo io, invece, ha certamente un pubblico molto ristretto, un po’, come dire, “speciale” di spettatori. Questo è inevitabile, e direi che un tipo di relazione teatrale così concepita  e realizzata potrebbe anche finire, in futuro.
Katia: Quali sono i suoi drammaturghi preferiti?
Il Maestro: Soprattutto i classici, ma devo dire che preferisco piuttosto partire da un testo letterario, anche poetico, fatto cioè di liriche, che poi tramite la scrittura scenica, e assieme agli attori, si tenta di farlo divenire un “fatto” scenico, teatrale, con una verità e poesia appunto teatrale.
Katia: Non pensa che per così dire la “specie” attore teatrale stia per esaurirsi?
Il Maestro: Si, certamente, credo di si, ma poi, chissà, dopo cento, duecento anni, riprenderà a vivere; va detto che oggi gli attori oramai vengono inevitabilmente attratti dal cinema e ancora una volta dalla… televisione! Col teatro è difficile arrivare a un livello economico dignitoso, questa è banalmente ma inesorabilmente la verità!
Katia: (che si accorge dell’arrivo dietro le telecamere di Giulio) Cosa pensa , maestro, degli spettacoli giovanili d’oggi, in cui le specifiche abilità fisiche, mentali, espressive dell’attore, vengono un po’ trascurate, per poter “inventare” nuovi linguaggi, nuove figurazioni?
Il Maestro: Penso che a volte preparino degli “spettacoli” molto avvincenti, appunto, “spettacoli”: che so, quando vediamo il sole all’orizzonte, nella sua enormità scendere verso il mare, diciamo: guarda che spettacolo sublime! Appunto, intendo così la parola; per questi giovani il teatro non è certo più quello che intendiamo noi della vecchia guardia, figli del Novecento: loro mi pare che ricerchino varie forme possibilità anche nuove e benissimo fatte, di spettacolo.
Katia: (che vede Giulio sbracciarsi, e con la mano fare gesti interrogativi, freneticamente, come a dire: e allora? Ma che fai?) Come sanno un po’ tutti quelli che studiano la storia del teatro e del teatro del Novecento in particolare, siamo nella dimensione di un teatro “senza” spettacolo: cioè il teatro può fare a meno dello spettacolo!?
Il Maestro: Si, nel senso che il teatro come ha dimostrato Grotowski può fare a meno dello spettatore: per l’attore può divenire uno yoga, una ricerca spirituale, un lavoro su se stessi come già aveva intuito e praticato Stanislavskij, senza prevedere un’azione finale spettacolare.
Katia: Quindi è davvero sempre più un percorso per pochi!
Il Maestro:  Sinceramente, alla mia età, non posso più preoccuparmi eccessivamente  delle sorti di quello che per me è il vero teatro: devo accontentarmi di quanto ho fatto fin ad ora e fin qui, sperando di aver agito bene!
D’improvviso giunge al centro del salottino approntato nello studio, l’amica di Katia, Francesca, minacciando con l’indice della mano destra il Maestro, e scuotendosi tutta come un’anguilla acciuffata sulla riva:
Francesca: Eh no, caro Maestro! (Gridando) Lei si dimentica il “male”, il “male” che ha fatto.
Sylvia, la collaboratrice del Maestro, entra di corsa anche lei al centro del set, tentando di portar via Francesca, e tirandola per un braccio.
Il Maestro:  (Con imperturbabile calma) Sylvia, lasciala stare, lasciala parlare!
Katia:  Francesca, per favore, lasciaci in pace, non rovinare questa bellissima, anche se difficile, intervista!
Il Maestro:   Non si preoccupi, Katia, lasciamola parlare!
Francesca:  Caro Maestro, lei ci ha stufato con quest’aria da guru impassibile, superiore a tutti noi! Ma si ricordi che io la posso inchiodare a responsabilità molto gravi!
Il Maestro: E cioè?
Francesca: Intendo a responsabilità etiche! Morali! Deontologiche! Che tanto, quelle legali, ormai, dopo anni e anni… son cadute in prescrizione.
Il Maestro:  E quali sarebbero?
Francesca:  Gliele dico subito… e senza… senza… (irrigidendosi e divenendo pallida) scu… sate non… non mi sento… bene (uscendo dal campo di ripresa e suscitando un’infastidita sorpresa nei presenti, per poi sedersi su un panchetto, testa fra le mani)
Katia: (Imbarazzatissima, tremante, il viso paonazzo) Io… io non… non so come scusarmi di questo incredibile, strano incidente… io non so chi sia quella persona… Maestro, io… io, non so come scusarmi con lei!
Il Maestro: Non si preoccupi per me, so che può capitare qualche incidente di questo tipo! Sa, le televisioni ci giocano un po’ sugli… incidenti! Comunque dica a quella signora, se avrà modo di parlarle, che recita davvero male! Quanto a noi, credo proprio che le cose più essenziali e significative siano state dette, secondo i tempi televisivi,  d'altronde!
All’indomani del finto “incidente” mal riuscito, Katia è di fronte a Giulio, nell’ufficio di quest’ultimo:
“Ti rendi conto di cosa è accaduto, eh? Sai che questo ci costerà un calo dello share, il prossimo  martedi all’inizio del contenitore pomeridiano, di qualche buon punto in meno? E quindi che perderemo alcune centinaia di migliaia di euro di pubblicità? Ma che cazzo di messa in scena ti sei inventata!? Eh? Hai la gentilezza di spiegarmelo prima che io vada a rapporto dal Beccalossi?”.
Katia si soffia il naso, ha gli occhi lucidi, e risponde:
“Giulio, io posso solo dirti questo: Francesca è una cara vecchia amica, è un’attrice: da giovanissima, quand’era ben diversa da ora,  fu presa in compagnia dal Maestro, andando dove il suo teatro ha residenza fissa: lui s’innamorò di Francesca, come accadeva per ogni altra eventuale giovanissima attrice che gli capitasse a tiro: col tempo s’instaurò fra i due una certa familiarità, per cui lei spesso andava a trovarlo a casa sua; una sera, senza che lui lo sapesse, Francesca andò: la porta della casetta in legno era rimasta aperta. Lei entrò senza bussare, spontaneamente: percepì un singulto, un respiro terribilmente soffocato; vide da una camera uscire uno spiraglio di luce, guardò dalla fessura, e vide che il Maestro stava strangolando la vecchia madre, molto malata, e allettata da tanto tempo, scappò via, sconvolta, e la mattina dopo se ne ripartì immediatamente; la notizia della morte della madre dell’allora già importante regista di livello europeo, divenne in breve ufficiale. Ma Francesca non lo vide più, nonostante ne fosse pazzamente innamorata!”
“ E va bene, ma perché ieri non gli ha rinfacciato questa cosa!? Tanto, dopo tutti questi anni che poteva succedergli legalmente!? E poi, oggi, il concetto di eutanasia è nella testa di tantissimi di noi, cazzo!”
“ Il fatto è che Francesca non giura che sia stata solo  e semplicemente eutanasia,  perché dopo poco tempo il tenore di vita e soprattutto la ristrutturazione del teatro del Maestro furono la prova di un’eredità non indifferente. Ma Francesca, ripeto, non volle più vederlo. Ed io, che sapevo di questa storia, mai pensavo che lei, come mi ha confessato ieri sera, non lo avesse mai scordato!”
“ E questa  stronza deficiente non poteva dirtelo?”
“ No, non me lo ha detto, perché… Insomma mi dispiace dover dire che Francesca versa in condizioni economiche pietose e che io, per il suo favore, l’avrei molto ben remunerata! La fame fa dimenticare i sentimenti, Giulio! Però, il rivedere il Maestro, il dovergli dire quella cosa là, il saper di essere di fronte a un sacco di telespettatori hanno provocato in Francesca un fortissimo attacco di panico! Ed è saltato tutto, con una figuraccia… imperdonabile”.
Katia ora singhiozza a scatti, tentando di frenare il pianto con tutte le sue forze!
“Sentimi Katia” fa Giulio “so già cosa mi dirà il vecchio, il grande capo, per cui posso solo dirti questo: cercherò di farti tenere in redazione, ma ti chiedo, i-ne-vi-ta-bil-men-te di non occuparti di teatro e robbaccia del genere: dammi retta: lascia stare i morti di fame, i maestri matricidi, gli illusi, i giovani che fanno spettacolo ma non teatro, e astruserie del genere! Me lo prometti? Perché io non voglio fare una seconda figuraccia, eh, per colpa tua, sia ben chiaro! Sistemiamo la faccenda e stasera andiamo fuori a cena, hanno aperto un nuovo ristorantino davvero sfizioso, per serate… speciali! Allora?...”
Katia si alza, guarda fisso negli occhi Giulio, fa per voltarsi e andarsene via, sussurrando prima “Va a fare in culo!”.

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