Gospodin

Intero, scremato o parzialmente scremato: che cosa ha più da dire una società che offre tre diverse gradazioni di latte? Che riempie i carrelli dei supermarket con prodotti superflui ma di cui pensiamo di sentire bisogno? Ce lo dice “Gospodin”, personaggio nato dalla penna del giovane drammaturgo tedesco Philipp Löhle, la cui opera, per la prima volta in Italia, è in scena per la regia di Giorgio Barberio Corsetti, in questi giorni al Teatro Eliseo.

Claudio Santamaria è il protagonista cui è intitolata la pièce, un dissidente dell'età moderna, che intraprende una personale e titanica battaglia contro i mulini a vento dell'imperialismo economico. Dopo la “presa” del suo lama ad opera dei militanti di Greenpeace, il disprezzo per quei “borghesucci”, amalgamati nel meccanismo ben oleato di un'esistenza genuflessa al guadagno, esplode in un “no” nei confronti di ogni convenzione: dalla necessità di un lavoro per garantire il proprio sostentamento al rifiuto del denaro e di ogni proprietà, sottoscritto – col latte, appunto - come imperativo categorico sulle pareti della sua abitazione.

Appare a prima vista una mancata assunzione di responsabilità quella di Gospodin, in parte avvalorata da uno dei suoi dogmi - “la libertà è non dover prendere decisioni” - o più probabilmente dal radicato senso comune del vivere, che sorride di fronte ai paradossi di quel personaggio che corre sulla scena e si addormenta di fronte a ogni stato d'agitazione. Eppure, contemporaneamente al processo di spoliazione della sua casa, la volontà del protagonista assume una forza integralista che è dichiarazione d'incorruttibile coerenza, capace di spingere le sue azioni fino alle più estreme conseguenze della sua ideologia.

Ancora una volta, la regia di Giorgio Barberio Corsetti è garanzia di studiata e accorta messa in scena, che ben si evince soprattutto nella realizzazione di spazi minimali eppur ricchi di visione. I pannelli di luce su cui le immagini, spesso in movimento, vengono proiettate, costituiscono il prolungamento di una realtà immaginata, di cui l'impianto, ideato con Massimo Troncaretti, è creativa e felice soluzione scenica. Gli stessi pannelli, all'occorrenza, ribaltati dagli attori o da una versione tutta occidentale dei kurogi giapponesi - aiutanti di scena in abiti neri - sono indici di una struttura che non rinuncia al disvelamento del gioco teatrale, come rivela, in essere, la stessa composizione del testo di Löhle, nei suoi passaggi dal discorso diretto libero dei dialoghi a quello indiretto delle narrazioni.

Nulla nell'impianto visivo viene lasciato al caso e anche i colori complementari degli abiti dei personaggi potenziano la significazione di un evidente contrasto: il vestito verde di Hannette - compagna di Gospodin - si riflette nella bandiera di Greenpeace come nel colore degli stessi soldi; il maglione porpora di Gospodin è un tutt'uno col manifesto di una lotta anticapitalistica condotta a strenua forza con la cecità di un'utopia. La precaria convivenza delle due colorazioni come delle due personalità, può reggere solo nella convergenza di tutti i toni nel bianco, simbolicamente rappresentato dal lama, a partire dalla cui sottrazione ha inizio la parabola del nostro eroe moderno e la sua lotta alla società capitalista.

Con ironia tagliente e sguardo al contemporaneo, la perfetta pièce di Löhle trova nella regia di Barberio Corsetti e nella recitazione dei suoi interpreti una naturale e compiuta realizzazione. Una brillante Valentina Picello e un versatile Marcello Prayer accompagnano un calibrato e stravagante Claudio Santamaria, nel ruolo dell'uomo che ha il coraggio fino alla fine di “osare essere interamente se stesso”. L'uomo che è riuscito una volta e per tutta, seppur a suo modo, nello scopo ultimo di “afferrare per le palle il capitalismo”. E credete, non è poco.

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