Atridi metamorfosi del rito

La Piccola Compagnia della Magnolia, nell'ambito di un percorso estetico e drammaturgico che scandaglia in profondità il rapporto tra l'essere e l'esistere, affronta con questa riscrittura di Giorgia Cerruti uno dei miti fondativi della civiltà occidentale, quel ciclo degli Atrìdi

che con la guerra di Troia rappresenta in un certo senso lo strappo tra la civiltà degli Dei e la civiltà dell'umanità che inizia il suo cammino verso la nostra modernità.
Un cammino all'interno del quale i lacerti di un rapporto non più religioso con la divinità declina in mito, un mito che, come suggerisce il titolo, è capace di innervare, mutando in continuazione, il senso che abbiamo di noi stessi ed il senso della nostra posizione nel mondo, in sostanza del nostro esserci mentre transitiamo nel mondo, un mondo in cui ci opponiamo con pervicacia ad ogni predeterminazione divina, anche nel momento stesso in cui vi soccombiamo, ed in cui scontiamo e continuiamo tragicamente a scontare tale opposizione.
Come ha efficacemente sottolineato Umberto Albini, la vastità e l'essenzialità di questo mito, e della sua primitiva ricomposizione nella trilogia eschilea, è tale da prestarsi naturalmente ad un approccio quasi “mutante” che si adatta a giustificare e illuminare i più diversi  aspetti della nostra percezione della realtà, esterna o intima, dai temi più strettamente politici, a quelli sociali, a quelli psicologici e di relazione nonché, infine, a quelli di genere.
Limitandoci a noi, Albini ha sottolineato la più recente rivitalizzazione di tale ciclo a partire dal secondo dopo-guerra, a fronte dunque dello “spavento” nato da un altro conflitto fondativo che aveva scosso le radici stesse della nostra civiltà, a partire cioè, scrive, da una idea della “giustizia come equità e come discorso regolato tra gli uomini, non più dominato dagli antichi terrori, una pace tra mortali e divinità fondata sul reciproco rispetto”, pur se segnata dal tema confliggente di una “omogeneizzazione borghese e perdita delle radici più antiche”.
E da lì le contraddizioni conseguenti, dallo svuotamento di equità e giustizia, al procedere del senso del nulla che dall'annullamento delle radici nasce, fino alla prevaricazione di genere e alla secolare guerra dei sessi conseguente al prevalere, in quello stesso contesto, della giustizia umana nella sua declinazione patriarcale, che con la figura di Apollo e il ruolo dell'Aeropago sembra provvisoriamente sancire l'usurpazione maschile dei ruoli e dei diritti della donna.
In questo più ampio quadro ben si inserisce la drammaturgia di Giorgia Cerruti che rilegge all'interno di tali conflitti il rapporto familiare recuperando ad una dimensione non solo drammaturgica o estetica ma anche metafisica i suoi più intimi accadimenti e relazioni (nell'intrecciarsi di eros e tabù, di libertà e prescrizioni, di giustizia e vendetta), quelli che sembrano singolari ed esclusivi ma che, nella realtà, appartengono alla declinazione che ogni uomo o donna fa  del suo percorso esistenziale.
Una riscrittura scenica, di cui è ovviamente superfluo riproporre la trama degli eventi, che, avvalendosi dei contributi non solo di Eschilo e degli altri tragici greci ma anche di moderni “interpreti” del mito, riesce a ricomporre sul palcoscenico il mito stesso nella sua struttura essenziale ma nella sua logica familiare, ridefinendolo in modo del tutto originale con una scrittura che amalgama narrazione, dialogo, musica ed in particolare corporeità, riconducendo cioè il ruolo dell'attore e della sua presenza a costruttore di spazi e dimensioni nel mentre stesso porta su di sé (“sopporta”) la parola scritta. Tutto quanto fa e definisce una drammaturgia non solo rinnovata ed originale ma anche intrinsecamente contemporanea.
Un lavoro di contemporaneizzazione, che credo sarebbe stato apprezzato da Sanguineti, ben fondato su una scrittura drammaturgica secca ed essenziale, molto moderna, e su una ridefinizione scenica multi-segnica in cui la regia della stessa Giorgia Cerruti riesce a contenere ogni spinta centrifuga per ridefinire nel profondo e nel buio della scena ogni ricerca di senso, soggettiva o collettiva che sia.
Essenziale la scrittura ed essenziale la struttura rappresentativa che, nei soli cinque personaggi e nella rarefazione antica del dialogo ripropone con intelligenza la più tradizionale modalità rituale che privilegia il rapporto tra scena e pubblico, cioè tra mito e umanità, piuttosto che quello tra i personaggi.
Uno sguardo intimo alla famiglia, inoltre, che però riesce a leggere e declinare le sue difficoltà e le sue oscurità non solo e non tanto in senso psicologico ma come segni e sintomi di una più generale condizione esistenziale che vede l'umanità continuamente fronteggiare il pericolo imminente ed immanente del nulla che la circonda e in cui spesso la violenza è paura gridata contro sé stessi e contro gli altri.
Un teatro, quello della Piccola Compagnia della Magnolia, che si rivela ancora una volta alieno dalle letture semplici, ma impegnato al contrario a scoprire e scoperchiare le profondità, innanzitutto per sé e poi per il pubblico.
In questo contesto viene ben sostenuta la recitazione dei protagonisti, la cui mimica sembra travolgere la rigida  maschera del volto per veicolare, come scrive il foglio di sale, l'emozione nel gesto, riconducendo così in scena la finzione a sincerità. Una messa in scena dunque che, anche con il contributo degli attori, si trasforma davanti a noi in sorta di scandaglio di oscuri recessi man mano illuminati.
Molto bravi in questo Davide Giglio, Giorgia Coco, Camilla Sandri, Ksenija Martonivic e Matteo Rocchi che si caricano con semplicità e efficacia delle maschere di Egisto, Clitemnestra, Oreste, Elettra e del coro e conducono il “gioco” della rappresentazione dai suoi più antichi prodromi (l'orrendo banchetto preparato a Tieste dal fratello Atreo, come ricorda Albini, e il sacrificio di Ifigenia per propiziare la guerra di Troia) fino, dopo il matricidio, alla soglia della sua risoluzione quasi affidata, così, al pubblico.
Un nuovo viaggio è iniziato per questa giovane compagnia, viaggio che si arricchirà e completerà da qui al 2016 con i più diversi contributi artistici in tutta Europa, viaggio che merita ogni migliore auspicio.
Visto il 19 Novembre nel bellissimo teatro Gobetti a Torino nell'ambito della stagione dello Stabile piemontese. Un tutto esaurito nella seconda e ultima replica, con un pubblico appassionato ed entusiasta.

 

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