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Continuando ad indagare gli spettacoli visti al recente VIE Festival realizzato da ERT - Emilia Romagna Teatro, stavolta voglio soffermarmi – prima della puntata di analisi conclusiva – su VITA AGLI ARRESTI DI AUNG SAN SUU KYI: pièce scritta e messa in scena da Marco Martinelli per il suo Teatro delle Albe, con il magnetismo ieratico di Ermanna Montanari a primeggiare sul palco.
In replica in questi giorni al Teatro Rasi di Ravenna (sino al 14 dicembre, per poi transitare in quel di Modena, Parma, Udine e Milano), la rappresentazione indiziata si situa in uno spoglio ricettacolo scenico abitato da semplici arredi, con un verticale drappo increspato di rosso – sulla sinistra della ribalta – e microfoni su aste da usarsi alla bisogna, unitamente a un faro gigante posto non lontano. Le luci (di Francesco Catacchio ed Enrico Isola) si riveleranno assai importanti in questo lavoro artistico in cui, per punti salienti, si evoca la sofferta biografia dell’eroina del titolo incarnata con grazia dalla Montanari. Nota altresì per il Premio Nobel per la Pace vinto nel 1991, Aung San Suu Kyi ha dedicato una vita di affetti, passioni ed energie, a favore dei diritti civili e della Libertà per i propri connazionali della Birmania – o Myanmar che dir si voglia – a lungo martoriati da un metamorfico e sanguinario regime militare. Una lotta incessante e tenace, quella della donna, armata tuttavia dei soli mezzi della mitezza e del dialogo verso gli oppressori al governo, da cui ella ne ha tratto soprusi e segregazione forzata per almeno un ventennio; sino al lieto fine della sua liberazione, nel 2010, e l’apertura complessa di una nuova fase di democratizzazione per il suo amato paese. Del quale si rivivono le atmosfere e le ambientazioni nello stuolo, in primis, di ricorrenti filmati e immagini proiettati come un abbraccio sul nudo fondale del palcoscenico; ma anche nelle icastiche musiche composte da Luigi Ceccarelli, funzionali peraltro ad amalgamare lo screziato enuclearsi della drammaturgia di Martinelli, raccordandola su stilemi orientali dove s’allungano note dorate di strumenti a corde ed incanti di piatti e gong sull’intervallarsi di xilofoni. Un tessuto sonoro interrotto dalle esplosioni di brani techno che introducono l’irrompere rumoroso del mondo insensato dei generali e inquisitori al potere. Esseri ridicoli nelle loro pose impettite da improbabili entertainer, i quali – a voce bassa, impostata e sforzata – si studiano di illustrare al microfono gli aggiornamenti delle loro assurde politiche a svantaggio, neanche a dirlo, della patria birmana. A dargli fiato e corpo ci pensa il trasformismo giovane e alato di un trio di attori (Roberto Magnani, Massimiliano Rassu e Fagio) che – assieme all’altrettanto brava Alice Protto – accompagna e coadiuva la protagonista nell’incastonare le pietre preziose della sua vicenda esistenziale, virata su una ricercata dirittura d’animo e un’aurea misura di umana dignità. Sicché ne sortisce un caleidoscopio di racconti, episodi e riflessioni, a cui la recitazione di Ermanna Montanari instilla modulazioni cadenzate e distese su ritmi gestuali ondulati, soltanto in qualche frangente spezzati da fermi scatti delle braccia in cui fare indurire certe risolutezze indignate del suo personaggio, che l’attrice esala su arrochiti timbri cavati dalla gola. Gli altri dinamici interpreti allora integrano, secondo diversi modi potenzianti, un tale raffinato esprimersi: in veste cioè di Coro, allorché serve dare corso alla narrazione ed esporre retroscena; oppure recitando scene d’alone cabarettistico abili a demistificare gli slogan – più da pubblicitari e showmen che da degni uomini dello Stato – dei vari politici del regime; o, altrimenti, producendosi come servi di scena per portarci in altri luoghi e situazioni, grazie a sobri spostamenti dei semplici elementi scenografici, dimodoché traspaia pure l’impalpabile scorrere del tempo. In tutta questa composita articolazione, si inserisce l’ordito silenzioso di sensitive luci che addensano agli occhi i vertiginosi afflati interiori dell’eroica attivista, fatti in realtà di paure fanciulle e adombramenti del cuore, tremori didentro e domande in inquieta sospensione. Coni luminosi, ad esempio, calano dall’alto a disegnare cerchi per terra dove spesso compaiono solo assenze; un fascio di penetranti raggi taglia come una spada la Suu Kyi nel momento in cui rivive la morte del marito forzatamente lontano; nell’aura bluastra di anfratti pesti emergono, tra le altre, le maschere esotiche di spaventevoli spiriti antichi che – fin dalla sua infanzia – si sono insinuati nelle fantasie, o meglio, nella psiche della donna. La quale tuttavia riesce a vincerli proprio perché, giungendo a dichiararne la sostanziale insussistenza, è come se paradossalmente ne ammettesse lo statuto di realtà, di annosa presenza attiva nella sua vita; dando in tal modo forma e costrutto, così da superarli, agli abissi d’invisibili irresolutezze e disagi di cui essi sono vivida manifestazione espressiva. Altroché inesistenti, dunque, quegli spiriti: per Aung sono veri. E pertanto gli parla, si confronta, li affronta per arrivare a coglierne l’effettivo nucleo d’inconsistenza, affinché possa plasmarlo sino a farlo divenire iniziatica materia d’emancipante ispirazione da cui trarre l’oro di ulteriori sfide, talmente più grandi da lasciarseli alle spalle (come, del resto, sulla scena sovente si collocano). Balenano quindi ad altezze siderali sopra il palco, ed estendendosi pure sulle teste di noi spettatori in platea, luminose strisce che assurgono a corollario animato di simili istanze: incrociandosi e protendendosi infinite nel nero spazio profondo. Quella “Tenebra del mero esistere” (citando, io, Jung) in cui pensiamo di essere confinati, “c’è sempre stata” come asserisce la protagonista; sennonché “è la Luce che è nuova” ogni volta che si prova a guardarci veramente dentro al fine di Vedere Chiaro. Sì che non appena ne scorgiamo e apprendiamo i tetri confini, vuol dire che ne siamo già fuori: in territori illuminati che stanno ben oltre e da cui, infatti, si è stati in grado di riconoscere tali limiti che sono invero tutte le nostre paludate mancanze e fragilità, ogni nostro conflitto e feroce iato interno, l’alienante dittatura di credersi prigionieri di se stessi invece che liberi di Diventare altro di più coraggioso, espansivo e nobilmente sorridente rispetto a qualsiasi tempo che diviene. Come rifulge dal sorriso finale di Ermanna Montanari che guarda lontano verso di noi, chiudendo quest’opera orchestrata da Marco Martinelli con una maestria alchemica capace di sublimarne l’evidente cifra d’ordine politico, civile e drammatico, in una sotterranea di eminente carattere spirituale. Esito raro a vedersi, specie se creato con splendore. E perciò di inestimabile caratura.




VITA AGLI ARRESTI DI AUNG SAN SUU KYI
di Marco Martinelli.
Ideazione: Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.
Regia: Marco Martinelli.
Scene e costumi: Ermanna Montanari.
Luci: Francesco Catacchio ed Enrico Isola.
Video: Alessandro e Francesco Tedde.
Musiche: Luigi Ceccarelli.
Suoni: Edisonstudio Roma.
Consulenza linguistica: Naing Lin Aung.
Interpreti: Ermanna Montanari, Roberto Magnani, Alice Protto, Massimiliano Rassu e Fagio.
Produzione: Teatro delle Albe – Ravenna Teatro.
Prima assoluta: Rubiera (Reggio Emilia), Teatro Herberia, 24-25 ottobre 2014.


LINKS per materiali, informazioni, tournée e altro:
www.teatrodellealbe.com
www.emiliaromagnateatro.com
www.corteospitale.org