Marionette Una storia di teatro

Ci sono talvolta strani incroci nella lunga storia del teatro che, anche solo per un po', riconducono a radici perdute il fare e lo stare sul palcoscenico, fonti dimenticate che per un qualche tempo accompagnano e fortificano nuove intuizioni e nuova creatività, per poi ritornare nell'oblio mentre ciascuno riprende la propria strada.
La mostra curata da Enzo Bilella e presentata il 13 dicembre da Alfonso Cipolla, del torinese Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare che tanto vi ha contribuito, al Centro Civico Buranello di Genova Sampierdarena racconta anche di uno di questi strani incroci, un incrocio che ha avuto come fondo scena la Genova, ancora ferita, dell'immediato secondo dopoguerra.
Protagoniste le belle marionette di Anna, Elda e Hilda Toselli che le animavano in quegli anni difficili, e il loro principale creatore, il marionettista genovese Colombo Bottino, capace spesso di trasfigurare nel legno di quegli oggetti lo spirito del comportamento umano, insieme alla loro compagnia e alla musica di Mario Cappello, ma protagonista soprattutto la città, quel contesto che dal teatro, prima che dall'industria o dal commercio, sembrava voler cominciare a risorgere da molte macerie, esterne e soprattutto interiori.
E protagonisti dunque quegli incroci quasi casuali ma stranamente significativi che hanno visto animarsi o riaccendersi attorno a quelle marionette e attorno ai loro luoghi, dal piccolo teatro di Via Tommaseo allo spazio aperto di Villa Serra promosso dal Cardinal Siri, i fuochi della cultura genovese, dall'università come luogo di libera cultura al nascente Teatro Stabile, che si affiancava allora al piccolo spazio della Borsa di Arlecchino di Aldo Trionfo in Via XX Settembre.
Così, soprattutto tra il '46 e il '47, in scena con le marionette andavano i testi classici rivisti dal professor Della Corte, colui che sarà uno dei maggiori latinisti italiani, mentre i giovani attori in formazione dello Stabile, da Ferruccio De Ceresa ad Elsa Albani e Alberto Lupo, prestavano volentieri le loro voci allo spettacolo, con il solo compenso dell'ottima cucina genovese della Signora Anna, per poi fermarsi tutti insieme a vedere il “cinematografo”.
Poi ciascuno ha ripreso la propria strada, chi negli studi, chi sul palcoscenico, chi, Vito Molinari che Hilda Toselli ha sposato, a dare il via ad una nuova forma di spettacolo destinata a grandissimo successo, la televisione.
Le marionette si ridimensionano così, un po' per volta, sia negli spazi che nel repertorio, animando villa Serra fino al 1953 e poi fino al 1964 i teatri del dopolavoro, feste private e piccole tournée nel ponente ligure, poi il silenzio fino al 1977 quando a “Portobello”, trasmissione di un altro famoso genovese Enzo Tortora, si rianimano per pochi momenti.
Tutta questa storia intensa la riviviamo nelle fotografie dell'epoca e nelle ultime marionette che l'Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare di Alfonso Cipolla e Giovanni Moretti, ricevutole in donazione, ha saputo preservare con cura.
Strani incroci e feconde corrispondenze che bene ha fatto Alfonso Cipolla nella sua introduzione a sottolineare, legando la vicenda delle tre Toselli alla trasformazione del teatro delle marionette da teatro per bambini a teatro d'arte anche per bambini, a partire dal primo novecento di Vittorio Podrecca, trasformazione che non è tanto produttiva quanto è mutazione estetica che coinvolge i testi classici del teatro europeo e i più importanti artisti, letterati e critici teatrali italiani, anticipando forse successive intuizioni che transitano dalla “supermarionetta” di Gordon Craig per approdare, chissà, al moderno teatro di regia europeo.
Al di là di tutto questo la mostra, che si giova anche del contributo del Museo Biblioteca dell'Attore di Genova, vale la pena di essere vista di per sé, per quello che contiene e per i pensieri che immediatamente suscita.
Il piccolo ma bel catalogo, oltre alla già citata introduzione di Alfonso Cipolla, contiene anche l'interessante intervento del curatore Enzo Bilella ed un commosso ricordo di Vito Molinari, che da tale esperienza ha visto crescere non solo la vita professionale ma anche quella personale.

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