Faustin and out

Esordio nazionale a TeatroDue di Parma il 20 dicembre di questa drammaturgia del 20 novembre 2012 di Elfreide Jelinek nella trascrizione scenica della Accademia degli Artefatti, già ascoltata in parziale anteprima a Radio3 il 18 novembre. Sopra le cose vi sono le immagini, sotto le cose si nasconde il testo, il continuo passaggio ovvero l'osmosi tra questi tre livelli costituisce la soggettività umana che trae, o dovrebbe trarre il suo significato, il suo senso complessivo dal rapporto fecondo con l'infinito che la circonda.
Questo sembra essere, a mio avviso, il movimento che compie l'indagine drammaturgica della Jelinek, un continuo passaggio tra i tre livelli assistito da un profondo lavoro di destrutturazione linguistica, non fine a sé stesso ma che tende anzi al recupero di un significare autentico pervertitosi nella contemporaneità, e che infine si confronta con l'orizzonte, con ogni orizzonte, metafisico, religioso o politico che sia.
Una considerazione ancor più valida per un testo come questo che esplicita nella sua stessa costruzione letteraria tale andamento, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori, movimento sempre accompagnato da una continua interrogazione, aspra e rabbiosa ma senza risposta e senza nostalgia, dell'eterno.
Esplicito anche, al riguardo, il sotto-titolo (Dramma secondario basato su Urfaust) che di Goethe e del suo capolavoro, non per caso ripreso nella sua prima versione, recupera l'interrogazione del rapporto tra l'uomo, immagine di Dio ma “limitata” come tutte le soggettivazioni, e l'onnipotenza e l'eterno così da ricondurre l'interpretazione di un evento di cronaca apparentemente o “artatamente” inspiegabile all'interno di una interpretazione del mondo che fa luce sull'evento stesso e anche sul mondo.
Ciò che sconvolge nella scrittura della Jelinek, non solo in questa ovviamente, è la percezione quasi gridata che il rapporto tra uomo e mondo si è rotto e che, con una quasi feroce rivendicazione di una verità difficile, i tentativi di recuperarlo ad un qualche significato (significativo al riguardo il riferimento ad Heidegger) si infrangono di fronte alla constatazione che il fato si è ormai trasformato in una casualità che ciascuno di noi tenderebbe a riempire a suo uso e consumo.
L'evento oggetto, come noto, della spietata ma lucida analisi della Jelinek è il famoso fatto di cronaca nera che ha visto nella felix Austria un padre apparentemente amoroso e “normale” segregare per ben 24 anni nello scantinato la propria figlia in un rapporto ripetutamente incestuoso, utilizzando e  mostruosamente metamorfizzando proprio un fin troppo comune sentire e percepire i rapporti familiari e di genere.
Da qui la constatazione tragica che un tale orribile evento, realmente accaduto, è il segno sanguinosamente estremizzato di un comune essere, dentro l'umanità, dentro la società e anche dentro la politica, di una comune angoscia finora quasi fortunosamente contenuta in termini di vivibilità.
Il tema è qui, a mio avviso, anche quello del male nel mondo, o meglio della fascinazione in travolgimento del male che nel rapporto tra Faust e Mefistofele non mette in discussione tanto i limiti dell'uomo e dell'esistere, le regole o i tabù, quanto pretende di piegarli alla volontà facendo di quelle stesse regole, proprio per l'assenza di un significato più alto e complessivo, quasi la giustificazione ad un agire “oltre”.
È dunque un segnale di allarme.
Segna il tempo passato, forse invano, dal lamento di Tebe di fronte alla tragica sorte dell'Edipo Sofocleo, cui anche le interpretazioni freudiane hanno solo in parte dato sostanza contemporanea, ovvero da quelli dei “misteri eleusini, riti di iniziazione a una conoscenza liberatoria del rapporto tra principio e fine della vita”, citati da Carlo Ferrucci in un suo saggio, e che quindi davano un senso di recupero, lenimento e condivisione che ancora il teatro e la tragedia antica avevano.
La Jelinek dunque disseziona la lingua ed il teatro stesso ma non lo distrugge, anzi lo accusa perché ha perso, forse come lei, la capacità ed il potere di stare in mezzo al mondo per dargli un senso.
Per questo incista il suo narrare con continue citazioni, che forzano la grammatica del testo ma ne recuperano una sintassi profonda di disvelamento. Non solo rabbiosa dunque e distruttrice, ma una scrittura anche positiva e progressiva, perché conoscere la verità è il primo passo da compiere.
Così l'evento di cronaca, nella scrittura affilata della Jelineck che proprio attraverso la destrutturazione sintattica scopre e smaschera la violenza della lingua comune, quasi un pugno nello stomaco, non perde le sue connotazioni etiche e politiche, ricordando con forza la necessità di ribaltare pregiudizi e violenze di genere, ma le arricchisce di un retroterra, verrebbe da dire metafisico, che ne coglie la struttura essenziale dando una chance finalmente al vero e profondo cambiamento, smentendo anche la vulgata di un approccio solo destruens.
Restando a Goethe Elfriede Jelinek è come il Wilhelm Meister che “porta nascosti in sé stesso, quasi in anticipazione, tutti gli elementi del mondo visibile....e come i veri poeti immagina gli oggetti della natura senza averli mai visti; comprende i sentimenti più oscuri del cuore senza averne esperienza; capisce la natura del teatro....”(da Piero Citati “Goethe”).
La scrittura scenica dell'Accademia degli Artefatti nella regia di Fabrizio Arcuri, sulla apposita traduzione di Elisa Balboni e Marcello Soffritti, è in questo efficace riuscendo ad articolare nei movimenti scenici e recitativi il fluire corposo e concreto del testo, svelandone i ritmi a balzi e contro-balzi, le infinite incursioni in tutti gli ambiti dell'umano vivere ivi compresa la politica e l'economia, come nell'efficace secondo passaggio in sorta di talk, convegno o sessione parlamentare, e così smentendo nei fatti scenici le accuse e le prevenzioni sulla scarsa teatralità delle drammaturgie della Jelinek il cui flusso di parola è ricco di tali e tanti strati e prospettive da riempire da sole, se correttamente percepite, il palcoscenico.
Angela Malfitano, Francesca Mazza, Sandra Soncini e Marta Dalla Via sono bravisssime nel dare corpi plurimi a plurimi istanze di senso racchiuse negli strani personaggi contenitore della Jelinek che trovano quasi miracolosamente soggettività unitaria proprio quando sono interpretati sulla scena. Matteo Angius, l'unico attore, è un Mefistofele messaggero da Goethe che ha perso anch'esso ogni autonomia in un mondo che non riconosce, perché non riesce a riconoscere, nulla di infinito e di eterno e quindi neanche può ribellarsi. Tutti bravi poi a riconoscere e far emergere nella recitazione tutti quegli elementi ironici, fin da commedia, di cui i testi della Jelinek sono tutt'altro che privi.
Efficacissimo infine, e meritevole per me di specifica citazione nella sua ideazione registica, il terzo e ultimo quadro che vede costruita materialmente in scena la prigione della figlia segregata mentre questa percorre con il suo monologo i meandri della tragedia sua e del padre aguzzino, con finale trasformazione in immagine televisiva che trasfigura ulteriormente il segno dell'angoscia.
Una produzione Associazione Tra un atto e l'altro, Accademia degli Artefatti, Festival Focus Jelinek  in unica rappresentazione a Parma, verrà ripreso da 20 al 22 gennaio all'Arena del Sole di Bologna.
Un appuntamento nell'ambito del Festival Focus Jelinek diretto da Elena di Gioia, festival che cresce in attenzione e successo e anche la presenza e la reazione del pubblico della serata è stata molto calorosa.

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