L'onorevole

Il mistero del potere che invade e corrompe le anime: è questo in sostanza il cuore drammaturgico de “L’onorevole” lo spettacolo concepito e diretto da Vetrano e Randisi che, prodotto dal Teatro Biondo di Palermo (insieme con Emilia Romagna Teatro), ha debuttato sulla scena dello Stabile Palermitano dal 9 al 18 gennaio per cominciare quindi il suo tour nazionale a partire ancora da alcuni altri teatri siciliani. Lo spettacolo è costruito a partire dall’omonimo testo di Leonardo Sciascia (del 1965) e vede in scena Enzo Vetrano (Il professor Frangipane, poi onorevole e ministro), Laura Marinoni (la moglie), Aurelio D’Amore (il figlio), Aurora Falcone (la figlia), Angelo Campolo (il fidanzato della figlia), Stefano Randisi (Monsignor Barbarino), Giovanni Moschella (Don Giovannino Scimeni), Antonio Lo Presti (Agostino Micciché), Alessio Barone (Margano). Il mistero del potere si diceva: il percorso umano di un oscuro professore di lettere, Frangipane, di un liceo della profonda provincia siciliana del dopoguerra, che si arrabatta a mantenere la famiglia, arrotando il suo magro stipendio con i ricavi di lunghe e insopportabili ripetizioni di latino e che improvvisamente è convinto a candidarsi al parlamento e a intraprendere una lunga e fortunata carriera politica che lo vedrà più volte rieletto e infine ministro. Una parabola, un apologo politico e morale, alla fine del quale quest’uomo, smarriti i valori e gli ideali che lo hanno accompagnato nel suo lavoro di insegnante liceale e nel suo ruolo di padre e marito, è totalmente trasformato in un grigio odiatore della morale, in un ubbidiente ingranaggio di una infernale macchina di compromessi, intrighi, tradimenti: rifiuta ogni obiezione bollandola come vuoto moralismo («…il moralismo è una specie di filossera della pratica politica») e, convinto che «non si può governare senza colpa», finisce col farsi coinvolgere in losche speculazioni politico-mafiose. L’allestimento di Vetrano e Randisi appare quindi diretto a mettere in luce questo mistero e la complessità del suo avverarsi, a sondarne i segreti avanzamenti, le paure che lo accompagnano, gli slanci ambiziosi, le incertezze, le accelerazioni per farsi coraggio. E ogni elemento è, giustamente, rivolto a questo obiettivo: a partire dal lavoro degli interpreti (un po’ troppo dimesso, per la verità, Enzo Vetrano; bravissima, come sempre, e vitale, Laura Marinoni ma forse poco adatta al ruolo della moglie di Frangipane proprio perché troppo vitale già nella sua figura; convincente Randisi che sa rendere monsignor Barbarino con una efficace mescolanza di untuosa e curiale sottigliezza e disinvolta determinazione). Interessanti, colte e ben congegnate sono le scene di Mela Dell’Erba che, manovrate e montate a vista, dal senso quasi claustrofobico della stanzetta, dove all’inizio Frangipane tiene le sue lezioni, al salone elegantemente arredato della casa del ministro, raccontano bene, quasi autonomamente, il senso profondo della vicenda che va dispiegandosi. C’è tuttavia qualcosa che non torna in questo allestimento: se l’idea era infatti quella di riflettere in astratto sul mistero del potere, quasi fosse un elemento stabile della natura umana, e considerare quindi il testo sciasciano come un exemplum che vale ieri esattamente come oggi, allora ci si sarebbe aspettati un’audacia ben maggiore nella formalizzazione dello spettacolo o, almeno, quell’autonomia di lettura che ha caratterizzato negli anni, e assai positivamente, il lavoro di questi artisti (si pensi soprattutto ai diversi lavori su Pirandello e, d’altro canto, alla chiara ascendenza pirandelliana di questo stesso testo di Sciascia). Se invece l’idea era quella di attenersi al testo sciasciano per ritrovare in esso, proprio nella sua critica feroce ed esplicita al potere democristiano dell’Italia del secondo novecento, il senso profondo di ciò che è accaduto, e ancora sta accadendo, nell’Italia contemporanea, allora sarebbe stata più congrua una caratterizzazione dello spettacolo ben più decisamente politica e realistica. Del resto, l’esperienza del potere democristiano è un’esperienza di potere definitivamente passata certo, ma ancora presente nella memoria e nel concreto vissuto di moltissimi italiani (specialmente in Sicilia e nel Sud Italia) e, se solo si pensa alla vuota sguaiataggine del marketing politico contemporaneo, capace di esercitare, paradossalmente, persino un certo fascino. In altre parole, la sensazione che in alcuni momenti questo spettacolo giri a vuoto dipende probabilmente da una incerta focalizzazione del senso politico da attribuire al testo sciasciano in relazione all’oggi.

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