È bello vivere liberi!

Ricordo quando lavoravo in Ubulibri, nell’autunno 2010 (Franco Quadri ancora vivo e vegeto), e stavamo realizzando un’insolita edizione che avrebbe dovuto essere biennale del “Patalogo” – lo storico annuario di culto del teatro italiano – da pubblicarsi cioè l’anno dopo con numerazione doppia 33-34, mentre si preparavano comunque i Premi Ubu per insignire i protagonisti dell’annata teatrale antecedente. E rammento che il nome di Marta Cuscunà iniziava a comparire parecchio nel primo turno di votazioni dei referendari di quella tornata, per la categoria di migliore interprete under 30. E riscuoteva tanta curiosità e interrogativi quel cognome accentato perché, in realtà, era ancora contenuto il novero degli eletti – ossia, tra gli addetti ai lavori – che avevano avuto la fortuna di vedere la giovane nel suo exploit drammaturgico e interpretativo intitolato È BELLO VIVERE LIBERI! già gratificato, tuttavia, dalla vittoria del Premio Ustica 2009. Io stesso colmo la lacuna su tale opera dopo un lustro abbondante, recuperandone una recita nella stracolma sala parmense del Teatro di Fontanellato, diretto con acume – secondo accurati dettami e proposte mirate – dal teatrante e organizzatore Carlo Ferrari. Ed incanta l’aut-attrice friulana nel raffigurare l’universo di figure e vicende chiave di Ondina Peteani: la prima staffetta partigiana d’Italia che fin da adolescente, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, si affranca da famiglia sui generis e istituzioni succubi del fascismo per pigliare lezioni di liberante comunismo e di combattiva clandestinità contro l’occupazione nazifascista; mettendo in gioco – unitamente alla sua vita – il sogno di una palingenesi sociale all’insegna di un egualitarismo fra diversi, oltre all’entusiasmo verso un futuro passibile di progresso e congiunto sviluppo per tutti. L’arte di un siffatto cambiamento si materializza, allora, nella stessa abilità trasformativa della Cuscunà che – di gran carriera e grazie alla sua voce ariosa e tintinnante – snoda con mood sbarazzino l’avvicendarsi della biografia da resistente della Peteani, ricorrendo a mutamenti di postura rapidi e talvolta ginnici nel mimare tragitti ciclistici, camminate o spostamenti per luoghi e località differenti; altrimenti, basta qualche modifica di vestiario a configurare altre situazioni, contestualmente a gesti e azioni corporee intesi a dare fulminea forma impressiva a personaggi vari. Dai festosi compagni partigiani della vicina Slovenia, che la iniziano alle gioie della condivisione fra umani e alla lotta per le libertà democratiche, al piccolo caleidoscopio di donne che la attorniano diversamente. Figure femminili d’altri tempi, sottomesse a retaggi d’antan e asservite all’uomo (e magari al Potere rappresentato da costui), oppure antesignane di emancipazioni a venire: come ben esemplifica (Peteani a parte) la maestrina Alma, addetta alla didattica, sì!, dell’affratellante verbo comunista ma pure a quella della meccanica composizione d’imponenti armi da fuoco per la lotta di liberazione. E in platea si ride a osservare la minuta attrice a terra che, inforcando occhialoni scuri da saldatore, espone con accento slavo la lectio della buffa docente, intenta nel mentre ad assemblare con sapienza una sorta di proto-kalashnikov con tubiformi oggetti metallici. Un passaggio, questo che ho riportato, per ribadire come lo spettacolo sappia continuamente declinare con divertente immediatezza il Mythos della Resistenza Italiana, senza affatto smarrire gli afflati di tragedia e dolore racchiusi nella sua ulcerata epopea. E la parte finale, infatti, ne raggruma gradualmente le amare spore oggettivandole dapprima in una serie di burattini e poi in un conclusivo pupazzo dall’esangue volto alieno che la versatile artista manovra in due scene che sono gli estremi di una medesima medaglia sfregiata, seppur lanciata nel cielo della Storia al fine di illuminarne degli adombrati lati. Nell’angolo di sinistra, infatti, nascosta da una consunta e alta paratia come a volere potenziare l’alea d’intrigante mistero (al di là di ragioni tecniche), l’interprete diverte ancora animando degli scatenati burattini a cui dà voci, toni e inflessioni cangianti, compresi quelli della vivace protagonista coinvolta in una spedizione punitiva verso un fosco traditore. Scena dai crismi popolareschi, in cui il vitalismo movimentato – rivolto a liberare riso e sorrisi – è un correlato coerente, invero, con la stessa azione d’energica ribellione e micidiale rivalsa nei confronti dell’oppressore in questione. Ma subito appresso, la Cuscunà va dietro un cassone (sito sulla destra) che apre rivelando un argenteo teatrino dotato di un paio di guanti, in cui le sue mani s’infilano per manovrare un inerme pupazzo muliebre fra lucori freddi. La secca oggettualità dovuta all’apparizione di tale figura, difatti, contrapposta a quella colorata dei precedenti burattini, ha la capacità drammaturgica – che si declina in termini visivi – di raggelare con incisività l’atmosfera: perché, d’altronde, si è improvvisamente nel lager nazista di Auschwitz, dove Ondina finisce deportata a soli 19 anni, trovandosi assieme a donne d’ogni provenienza e vessate come lei. Tra queste, appunto, si anima – a volerle rievocare tutte – l’anzidetto pupazzo dai burtoniani e spauriti Big Eyes (film testé nei cinema), sottoposto a un lento cerimoniale di strappo dei vestiti e dei capelli, sino alla rottura di un braccio fra sonorità spettrali. Il suono seguente di carillon, nella sua tremenda dolcezza rimarca ancor di più, per contrasto, la dura atrocità della situazione, mentre un abissale ruggito porta via la vittima (una compagna ucraina) verso un altrove di lacerante scomparsa. E, alfine, luce sull’artista; la quale torna nel mezzo del palco a rivendicare – con nell’animo la sua eroina – la necessità mai morta di Resistere: non solo però, aggiungo io, per potersi assicurare una libertà per niente scontata al cospetto dello spirito opinabile dei tempi (siamo sicuri cioè di essere veramente liberi nell’odierna Italietta “’enziana”, per dirla senza R col nucleo d’autori Wu Ming?), quanto piuttosto perché oggi come allora – in un’accezione forte e spaziante donatale dalla storia vissuta – Resistenza significa parimenti Resilienza. Ovvero, un’indomita capacità di sapere affrontare difficoltà, “pene, obbrobri, disagi” (come Petrarca scrisse) e i connessi cambiamenti da farsi, con un sovrumano piglio costruttivo e attivista che ha in sé tutto l’entusiasmo e la gioia per quello che di emendante ci s’impegna a compiere: nella ricerca di molteplici e inderogabili Felicità per se stessi, il mondo e tutte le creature con cui si condivide Tempo, Vita e la magnificenza lieve delle Possibilità.

Foto Luigi De Frenza (Arna Meccanica)

È BELLO VIVERE LIBERI!
di e con Marta Cuscunà.
Oggetti di scena: Belinda De Vito
Luci: Claudio Parrino.
Suoni: Marco Rogante.
Coproduzione: Operaestate Festival Veneto.
Cura e Promozione: Centrale Fies.
Visto a Fontanellato (Parma), Teatro Comunale, 10 gennaio 2015.
Spettacolo in viva tournée.

LINKS per informazioni e materiali:
martacuscuna.blogspot.it
www.teatrofontanellato.it
www.operaestate.it
www.centralefies.it
www.it.wikipedia.org/wiki/Resilienza

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