Haus

Come in uno specchio: il teatro che si fa teatro, il teatro che mette al centro del suo darsi, del suo darsi come evento, proprio la figura che più risponde alla sostanza stessa di quest’arte, ovvero l’attore; l’attore o, meglio, nel caso che raccontiamo, l’attrice, nel momento stesso in cui la sua umanità si confronta con l’umanità di un autore trasformandosi in personaggio. È questa la sostanza di “Haus”, lo spettacolo di e con Chiaraluce Fiorito che mette in scena, per la prima volta, il testo omonimo del drammaturgo emiliano Mario Giorgi: spettacolo che si è visto sabato e domenica 7 e 8 febbraio scorsi nel Teatro Erwin Piscator di Catania.  La vicenda è presto detta: un’attrice vive con difficoltà e disagio il dovere di denudarsi del tutto in scena per interpretare un testo che le viene proposto/imposto da un drammaturgo. Una difficoltà che è intellettuale certo (si deve comprendere fino in fondo il perché di una nudità), ma anche fisica, materiale, corporale, in quanto è affetta in quel momento da una vistosa allergia della pelle: entro questi limiti si dispiega quindi lo spettacolo che, pur connotato da un gradevole velo di ironica leggerezza, svolge – consapevolmente - uno dei temi che sono situati nel cuore stesso della moderna riflessione teorica del e sul teatro. Chiaraluce Fiorito affronta con energia e intelligenza la questione: sa essere una concretissima donna, che dichiara senza remore i suoi timori e le sue fragilità, ma sa anche, allo stesso tempo, render conto della situazione surreale di un personaggio che vive perennemente in camerino in attesa di trovare una casa o, fuor di metafora, in attesa d’essere inverato (l’allusione e l’ascendenza pirandelliane appaiono trasparenti) dal drammaturgo. Ed è nell’equilibrio dinamico di queste due dimensioni che consiste il pregio maggiore di questo lavoro. Appare inoltre interessante nel monologo la presenza/assenza dell’autore, che si configura quasi come un invincibile demiurgo, sordo alle esigenze della vita che maneggia e teso soltanto a plasmare il senso di un personaggio che possa funzionare in scena. Lo spettacolo è interessante ed è condotto, come si diceva, con energia e passione vere, eppure resta qualcosa che non convince: è vero infatti che il rapporto tra drammaturgo, personaggio e attore infatti, resta ancora oggi al centro di molto teatro, ma è altrettanto vero che questo rapporto e la riflessione su questo rapporto, non possono prescindere almeno (almeno) dalla presenza e dalla funzione del regista che apporta un ulteriore sguardo autoriale allo spettacolo. Una presenza e una funzione di cui, d’altro canto, la stessa Fiorito mostra d’esser consapevole quando giustamente ascrive a se stessa l’autorialità dello spettacolo, indipendentemente dal drammaturgo che ha scritto il testo. Ecco, per dirla sinteticamente, questo spettacolo porta in scena meta-teatralmente un nodo teorico e, finanche filosofico (la libera soggettività dell’individuo e il rapporto di libertà tra autore e personaggio), certo densissimo ma il cui spazio concettuale è stato però già indagato in ogni minimo segmento e persino superato da molta parte del teatro contemporaneo che, non a caso, suole presentarsi nelle forme dell’allestimento di regia, della narrazione, della scrittura scenica d’ensemble, del teatro-danza.

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