La vita ha un dente d'oro

Atmosfera latamente becketiana in questa regia di Claudio Morganti, che più che drammaturgia di ricerca è una vera e propria ricerca, ricerca, si potrebbe dire, intorno alla ontologia dell’apparenza che mescola la sussistenza del “teatro”, anche oltre le convenzioni (il “come se” rinnegato ma ineludibile) che pure incorpora, e la “vita” declinata ed interpretata-comunicata con la modalità del sogno.
Già il titolo ne è allusione. Infatti la “vita ha un dente d’oro” è un vecchio detto bulgaro che sta ad indicare che in tutto ciò che esiste vi è sempre un artifizio, una menzogna, come a teatro appunto.
Una drammaturgia di Rita Frongia dalla trama narrativa delicata e raffinata, talora stratificata e conflittuale nell’alternanza di significanza comunicativa della parola e forza dirompente del suono, che la sintassi scenica efficacemente intercetta nella sua capacità di costruire spazio e tempo del palcoscenico.
Scena vuota, un tavolo come d’osteria, due uomini (due attori?) “non” giocano eppure costruiscono una dinamica conflittuale e competitiva, “non” bevono il liquore davanti a loro, eppure si ubriacano. Attorno a loro uno spazio illuminato da una luna improbabile, oscuro anfratto produttore di miti antropomorfi.
Fallimento angosciante e angoscioso della comunicazione-relazione diretta tra esistenze, come non ricordare l’assurdo di Jonesco, eppure capacità di costruire su questo nulla metafisico una narrazione, capacità di ritagliare nel vuoto, se non una finalità, una faticosa speranza del nostro esserci, deiettati nel mondo ma capaci di immaginarlo e così modificarlo.
Proprio in questa contraddizione, negli spazi aperti dallo stridere di due disperate volontà votate al nulla, si innesta e si dipana l’ironia del testo e della messa in scena, capace di efficaci ma altrettanto chimerici e difensivi scivolamenti nel comico. La risata indotta dalla incapacità di incontrarsi di due linee, sempre parallele, di esistenza, due linee che comunque e sempre cercano paradossalmente di incontrarsi.
Scriveva Becket a proposito di “Finale di partita” (dramma a due anche quello): <<Gli individui, senza speranza lontani fra loro, non possono comunicare conversando, esattamente come i due vecchi storpi nei bidoni non arrivano a toccarsi. La comunicazione, legge universale della convenzione, annuncia che non è più possibile nessuna comunicazione>>.
Un dramma notturno dunque, ma non oscuro, un dramma giocato sull’angoscia del “non” esistere, matrice prima di ogni teatro, che pure sembra incinto di un paradosso, quello che, proprio attraverso il teatro, sull’incomunicabilità si può costruire una narrazione e dalla narrazione un significato e una comunicazione, e su questa un esistere fatto della “materia dei sogni” ma in fondo più concreto della pietra.
Dalla morte (drammaturgica ovviamente) in scena degli attori, alienati nella recitazione, morte che sembra costituire la chiave del dramma esplicitata nello stesso sul foglio di scena, non resta dunque solo cenere.
Una pièce molto interessante che smaschera e custodisce la nostra angoscia del nulla e del non senso nel caldo ventre di una scena costruita sull’ironia e anche su una risata mai completamente liberatoria.
Nel cartellone 2014/2015 di Fuori Luogo a La Spezia, curato come sempre da Renato Bandoli, e negli spazi dell’auditorium Dialma Ruggero il 21 e 22 febbraio 2015, per l’organizzazione di Adriana Vignali e il sostegno della Regione Toscana. In scena Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur, bravissimi nella mimica e altrettanto nella gestione del corpo e della voce in uno spazio volutamente senza riferimenti espliciti.
Pubblico numeroso e entusiasta con più chiamate in proscenio.

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