Siamo tutti in pericolo

"I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora piú profonda la divisione tra Italia settentrionale e Italia meridionale, rendendo sempre piú, i meridionali, cittadini di seconda qualità". Rileggendo oggi le Lettere

pasolini ultima intervistaluterane, e in particolare quel simbolico processo ai potenti democristiani in cui Pasolini passa in rassegna, uno per uno, i paradossi conclamati dell'Italia degli anni sessanta-settanta, sembra di essere di fronte a una lucidissima analisi dell'Italia di oggi, di adesso. Non una profezia, ma un'analisi a posteriori di recentissimi fatti di cronaca, che ci sfilano davanti a cominciare dagli echi delle ultime manifestazioni di orgoglio regionalistico, passando attraverso episodi più o meno eclatanti che sembrano non tanto la prova che nulla è cambiato ma ancor più la causa delle interrogazioni di Pasolini. 
Il dislivello tra consumismo e beni di prima qualità, come ospedali, asili, ospizi; il rapporto tra la 'cosiddetta' civiltà tecnologica e i  disastri edilizi, ecologici e paesaggistici e quello tra la 'cosiddetta' democratizzazione e una pseudo politica di decentramento che non è che "cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso", sono i bersagli di questa lettera che Pasolini indirizza alla casta, a nome dei cittadini italiani. I quali vogliono sapere "quale è stato il vero ruolo della Cia"; "fino a che punto la mafia abbia partecipato alle decisioni di governo"; "chi sono gli esecutori e i mandanti delle stragi di Milano, Brescia e Bologna". Ma sono cose che gli italiani vogliono sapere tutte insieme. "Finché non si sapranno tutte queste cose insieme- e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti-la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza".
Questa lettera è parte integrante della drammaturgia di P.P.P. Siamo tutti in pericolo, L'ultima intervista di Pier Paolo Pasolini, e sarà restituita con voce fuori campo da Daniele Salvo, regista dello spettacolo riproposto da Fahrenheit 451 nel quarantennale dell'assassinio, che ha debuttato il 5 marzo al teatro Vascello di Roma, giorno della nascita di Pasolini.
In scena l'intervista rilasciata a Furio Colombo il 1° novembre 1975, cioè il giorno prima di essere ucciso, introdotta da un'altra lettera scritta all'allora presidente della repubblica Giovanni Leone uscita su Il mondo l'11 settembre 1975.
E con questa lettera, nel momento stesso in cui viene concepita su una vecchia e rumorosa Olivetti, prende il via lo spettacolo, che vede Gianluigi Fogacci nel ruolo di Pasolini e Raffaele Latagliata in quello di Furio Colombo.
La scelta registica è quella di eludere ogni tentazione mimetica senza rinunciare alla compromissine emotiva, vettore di un pensiero magico che è innanzitutto pensiero eversivo. Alla quieta burocrazia, all'omologazione, al consumismo, alla retorica progressista, alla televisione e alla scuola dell'obbligo, Pasolini oppone il suo pensiero di resistenza, di custodia e di cura per un mondo perduto, che "non è il bel mondo di Brecht con il padrone turpe e la vedova emaciata che chiedeva giustizia", ma è il mondo in cui quella "gente povera e vera  si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone". 
E' la sfida che hanno perso i nostri proletari, divenuti uguali ai piccolo borghesi, ma è anche un'evidenza che gli intellettuali non vogliono vedere, ridicole marionette "con il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta".
Pasolini non si chiama fuori, ma all'offensiva astrattezza di intellettuali e politici oppone la sua esperienza privata, quotidiana, e il suo grido è quello di chi ha "toccato la vita violenta", di chi si è sporcato e ha conosciuto l'umiliazione e lo svilimento. "Io scendo all'inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L'inferno sta salendo da voi".
Non si tratta più di individuare un colpevole, spiega Pasolini nel lungo discorso con Furio Colombo- ma di prendere atto di un'evidenza, di una situazione, appunto, usando il termine con cui il giornalista ha sintetizzato la scena contro cui Pasolini si batte. Perché l'inferno sale, come l'acqua piovana quando si sono ingorgati i tombini, e anche se è "un'acqua innocente, che non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume".  
Ecco, c'è in Pasolini anche un'altra evoluzione del pensiero magico quando si fa discorso, e trova nelle immagini e in una straodinaria fecondità di esempi la forma più chiara per palesarsi. E' il Pasolini poeta, che scalpita e freme sotto la corteccia di rabbia e insofferenza, e ogni volta risorge dalle sue quotidiane  discese all'inferno. 
Lo spettacolo lo evoca in almeno due scene, oniriche sospensioni nel ritmo e nel racconto, accompagnate dalle musiche del concerto numero 2 di Mikolaj Gorecki: nella prima  è sorpreso a sognare uno dei suoi randagi ragazzi di vita, che qui ha il corpo nudo di Michele Costabile, un Ninetto Davoli nitido e lieve, che evapora così come si è manifestato, per ritornare più tardi, a incarnare una visione.
La seconda invece, tragicamente profetica, dà corpo a un incubo  persecutorio, in cui il poeta dormiente viene aggredito con un manganello da una figura inquietante dalla gestualità sincopata e il volto coperto da una maschera di lattice (Michele Guaschino), un segno forte, sorta di manichino kantoriano, reso da Raffaele Latagliata, prima di indossare i panni dell'intervistatore.
"Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti- dirà al termine dell'intervista- è questo il nodo-, perché siamo tutti in pericolo".
Oggi noi ci domandiamo se fosse solo metaforico questo raccoglimento allarmato, che arriva alla fine di una lunga intervista incominiciata con una prossemica accusatore-accusato, Pasolini in palcoscenico, solo, seduto su una sedia girevole, richiamato da un grido forte che arriva dalla platea, in mezzo alla folla, due metri sopra di lui (perfetta l'architettura del teatro Vascello), ma 'siamo tutti in pericolo' diventerà il titolo, suggerito da lui stesso, del documento che custodisce le sue ultime parole. "Metti questo titolo, se vuoi".
Verrà assassinato poche ore dopo, prima di poter replicare all'ultimo affondo del giornalista : come pensi di evitare il pericolo e il rischio? 
Voleva rifletterci ancora una notte. "Dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare".
Mentre Gianluigi Fogacci, a cui si deve una grande prova di  partecipazione, energica e sincera, guadagna il letto presente in scena, ora sarcofago e branda d'obitorio, scorrono le ultime immagini di repertorio: il corpo insanguinato coperto da un lenzuolo, le scene del funerale, la bara portata dagli amici e quel cartello con su scritto 'non si uccidono i poeti', contrappunto della concitata 'orazione' di Alberto Moravia. Sono tante le proiezioni che supportano lo spettacolo -volti di politici, di esponenti della DC, di Nixon e Papadopulos, immagini di folla, gente comune, il Palazzo, le stragi dei primi anni di piombo -ma soprattutto colpiscono i ritratti di  Franco Accursio Gulino in videoproiezione, che sono parte di un ciclo di centocinquanta opere pittoriche dedicate a Pasolini. 
Siamo tutti in pericolo sarà in scena al teatro Vascello fino al 15 marzo, giorno in verrà anche rappresentato, in unica data,  Pilade, frutto di un laboratorio in corso con la neonata compagnia dei Sognatori.

foto di Roberto Martino

P.P.P. SIAMO TUTTI IN PERICOLO
L'ultima intervista di Pierpaolo Pasolini
Regia e drammaturgia Daniele Salvo
con Gianluigi Fogacci e Raffaele Latagliata
In scena anche Michele Costabile
In videoproiezione opere pittoriche del maestro Franco Accursio Gulino
Roma Teatro Vascello dal 5 al 15 marzo

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