A.H.

Parrebbe quasi, soprattutto di fronte a drammaturgie come questa in prima nazionale a FuoriLuogo di La Spezia, che la fine delle grandi ideologie progressiste culminate ed in un certo senso tragicamente combuste nello scorso secolo “breve”, e con la fine dell’umanesimo

che quella idea di progresso e riscatto aveva incondizionatamente alimentato, l’uomo si sia di nuovo trovato solo e senza riparo di un fronte al male, ad un male non più elaborato attraverso la religione.
E parrebbe anche che di questo sconcerto stia cercando di farsi carico, nelle sue correnti più innovative ed attente, proprio il teatro. Un male affrontato per così dire nelle sue manifestazioni più politiche quasi a dover rivendicare ancora una volta la inesauribile funzione civica o civile del teatro stesso. Ci basti ricordare il recentissimo e qui recensito “Bonhoeffer” al teatro Stabile di Genova.
Antonio Latella con A.H., drammaturgia elaborata insieme a Federico Bellini e da lui stesso diretta, si pone di fronte al quesito irrisolto di Adolf Hitler ma soprattutto al quesito irrisolto della sua capacità di coinvolgere e mutare tragicamente una intera società, una intera nazione, fino al mondo intero.
Lo fa non “scimmiottandolo” o rappresentandolo come fenomeno storico, ma bensì articolandolo come enigma che da umano si fa metafisico a partire proprio dalle parole e dalle lettere di un libro per tutti noi occidentali fondativo, il libro della Genesi. Così il mondo è punto dentro la lettera b ebraica ed è dunque un punto, una sostanza, all’interno del vuoto della mente di Dio. Suo frutto ma separata da Lui. Un punto nel vuoto dei valori sono però anche i baffetti di Hitler, icastica parte di un tutto di malvagità. Analogiche separazioni e analoghi precipizi che vedono il male prendere possesso della natura del mondo e dell’uomo.
È una drammaturgia fatta di domande senza risposte però, articolata in una fisicità talora estrema e difficoltosa di cui il bravissimo Francesco Manetti si fa carico a volte quasi con sofferenza, ma anche con la capacità di trasformare la sua fatica in un combustibile quasi inesauribile di conoscenza e comunicazione, di sé e degli altri.
Le risposte spetterebbero a noi ma riusciremo a resistere alla tentazione di un oblio liberatore e tranquillizzante contro cui il dolore del protagonista e del drammaturgo sembrano metterci continuamente in guardia?
Un bello spettacolo che certamente evolverà per la sua stessa natura di quesito aperto alle nostre risposte, con ancora qualche strappo nella tessitura e nella sintassi più intimamente drammaturgica in parte superato dalla forza della sintassi scenica e della recitazione.
Uno spettacolo che articolando e rinnovando le contemporanee elaborazioni performative che ci vengono da tanto teatro del nord-europa, spesso culla di un disagio che va oltre la società e la stessa condizione esistenziale, è capace anche, riportandoci alla mente la “crudeltà” di Antonin Artuad e del suo teatro, di provocare malumori, sferzante ed impietoso come è e vuole essere nello spazio del palcoscenico.
In scena come detto, solo ma non solitario, Francesco Manetti che conduce un percorso, più che degenerativo o degradante, penitenziale che dal candido vestito dell’apertura lo conduce fino ad una nudità esposta al dolore e al male di un mondo apparentemente privo e incapace di riscatto.
Costumi ed elementi scenici, tra cui un quasi pinocchio simbolo di una condizione umana sbandata ed etero-diretta, sono Graziella Pepe, le luci, sovrapposte fino a coinvolgere ed inondare la platea, sono Simone De Angelis. Assistente alla regia Francesca Giulivo, fonico Giuseppe Stellato. Una produzione stabilemobile-compagnia Antonio Latella, coprodotto da Centrale Fies in collaborazione con KanterStrasse/Valdarno Culture.
Una sola serata, purtroppo, con sala come di consueto piena ed eterogeneo pubblico caloroso ed interessato.

Foto Brunella Giolivo

 

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