Una favola “esopiana” per lo spettatore di teatro

Un giorno, un vecchio gufo una gallina ed un'oca, che si conoscevano da tempo abitando in un grande casale di campagna, s'incontrarono nel foyer di un teatro italiano, in una tiepida serata cittadina, dove stava per iniziare L'anitra selvatica di Ibsen. Essendo  in procinto di entrare in sala  si accordarono, una volta finito lo spettacolo, di tornare assieme ai loro alloggi, anche per discutere della performance stessa degli attori, strada facendo e visto il clima tiepido.
Lo spettacolo era dedicato a un pubblico esclusivamente di volatili, perché di umani non ci andava più nessuno a teatro, e perché mescolare in platea altre varie specie e famiglie di animali avrebbe costretto gli attori a sicuri fiaschi, con il rischio di schiamazzi, rivolte, e danni fisici.
Naturalmente il regista, come d'altra parte i suoi stessi attori,  sapeva che gli spettatori presenti, sapendo volare, avrebbero potuto, così all'improvviso, planare sul palcoscenico, magari perché scontenti, o annoiati, o addirittura troppo incuriositi; per cui aveva fatto calare un resistente velatino che separa il palcoscenico dal pubblico dei volatili; e anche perché, nel caso di un enorme successo, il battito delle ali avrebbe potuto, alitando sulla scenografia, apportare dei danni.
Inoltre aveva avuto un'idea  giudicata da tutta la compagnia assai brillante, e cioè rappresentare, a sere alterne, L'anatra all'arancia, la commedia di Sauvajon, e L'anitra selvatica, la tragicommedia di Ibsen, alla cui rappresentazione  i tre amici pennuti, appunto, stavano per assistere. Il regista  intuiva che, nel primo caso, contrariamente agli umani che ridono molto, l'effetto per i volatili sarebbe  stato opposto, nel caso si dovessero immedesimare tragicamente con l'anatra destinata a divenire piatto principale. Nel caso del testo di Ibsen, invece, intuiva che per i volatili l'effetto si sarebbe potuto rovesciare, rispetto agli umani, potendo diventare comica agli occhi dei primi, “naturalmente” dotati per il volo, l'incapacità tragica  degli uomini di “volare” liberi.
Senonché quella sera ci sono continuamente reazioni assai confuse e diverse tra il pubblico dei volatili: chi ride quando si dovrebbe piangere, e viceversa; alcuni  rumoreggiano “pigolando” impazienti; altri sgranocchiano grani afferrati col becco da sacchetti ben gonfi: molti sono del tutto indifferenti a quanto accade sulla scena e addirittura si appisolano; gli attori non si capacitano più di come si debbano porgere a quel pubblico eterogeneo, forse distratto, forse incolto e disinteressato. Il regista, dietro le quinte, incazzato nero, grida ai suoi attori di spingere forte sui registri tragici per far ridere, e su quelli più “leggeri” magari per far commuovere, ma l'espediente non porta alcun risultato positivo: insomma si crea una gran confusione, e addirittura pare che volino sul palcoscenico alcune uova calde calde appena deposte! Gli attori più anziani, che non son riusciti o non hanno voluto cambiare mestiere una volta che la crisi del teatro era deflagrata, sono stupiti pensando ai tanti pubblici che nella loro carriera hanno saputo domare! A nessuno degli attori viene in mente che possa dipendere dal loro modo di stare in scena, da una scadente preparazione o formazione, dal loro disinteresse a frequentare dei  corsi e laboratori davvero seri di aggiornamento sul come ottenere un rapporto di organicità tra attore e spettatore, chiunque quest'ultimo sia: eppure di “maestri”, seppur sempre rari, ce ne sono ancora in giro per l'Italia.

A fine spettacolo il gufo, la gallina, e l'oca, si ritrovarono nel foyer pronti a far ritorno alle loro abitazioni. L'oca non poté che esclamare agli altri due: “Io non ci ho capito nulla!”. La gallina le fece eco, e dondolando di scatto la testa, velenosamente esclamò: ” Pure io ci ho capito poco di questa sciocca storia di umani, anche se qualche risatina  me la son fatta, in un mare di noia!”. Al che l'oca, ora giuliva, fece al gufo:” E tu, caro il mio gufone saggio e sapiente, che ne pensi?”; s'aggiunse la gallina, stirando indietro la zampa sinistra e pavoneggiandosi: “Già, tu che sei il più saggio fra noi, che ne dici?”.
Il gufo si fermò, prese gli occhialini da miope, lui che aveva una vista perfetta adatta, in teatro, anche a vedere dalla balconata più alta, strofinò le lenti con un fazzolettino di carta,  e disse:
“Innanzi tutto dobbiamo tener presente la difficoltà di inserire la storia che abbiamo seguito sul palcoscenico in un contesto di vita del tutto diverso, e ciò è per noi molto difficile, occorre, appunto, è vero... una certa qual saggezza” il gufo tossicchiando continuò “ e da questo punto di vista secondo me la compagnia ha fatto di tutto per tentare di interessarci alla vicenda!”.
Subitamente intervenne la gallina: “Però perché mi sono annoiata un bel po', questo come te lo spieghi mio caro gufo?”. E l'oca aggiunse chiacchiericcia un suo “Già, già, già, già...”. Il gufo le osservò, con un'aria quasi di scherno:
“Perché, vedete, in teatro la prima cosa necessaria è che si stabilisca tra attore e spettatore un rapporto diciamo “speciale”, prima ancora che la storia possa essere interessante, le scene attraenti, le luci scintillanti, ecc.: mi capite?”.
“Per bacco, fece la gallina, la faccenda mi sembra chiara come la chiara delle mie uova!”.
“Per cui” continuò il gufo “gli attori di teatro, a parer mio, devono portare tale rapporto all'incandescenza!”
“E che vo di'?”, fece l'oca sempre più giuliva.
“Vuol dire che tra attore e spettatore deve giungere a fusione un flusso di energia tale da “illuminare” l'attore stesso, come l'energia di una lampadina che attraversando il filo di tungsteno lo rende luminoso!”.
“Ma guarda, ve'?” fece la gallina, spalancando il suo giallo becco.
“Ma a me l'attori mi sembravano tutti spenti!” fece l'oca.
“Certo, gli attori di stasera non sapevano portare a fusione le loro energie con quelle nostre potenziali di spettatori interessati: perché, evidentemente, nessuno glielo insegna più! Questo è il guaio! Bellezze mie!”.
In coro le due pennute: “Questo è il guaio!”.
“Per cui” fece il saggio gufo “è sempre più difficile provare a teatro un piacere chiamiamolo, è vero, “mondano”, il piacere di partecipare a un rito sociale; così pure è sempre più fievole il piacere “erotico”, cioè quel “tropismo”, scusatemi la “parolaccia”, fisico che l'attore accende tramite sensualità e attrazione sessuale. E poi dov'è finita quella che potrei definire “emozione intellettuale”, quando l'attore “muove” lo spettatore, e lo “com-muove” spingendolo a pensare, a riflettere?”.
La gallina e l'oca sono tra il rapito e la confusione mentale a sentir parlare il saggio gufo, ma ancora la loro attenzione è sufficientemente vigile.
“Non si ammirano quasi più gli attori, cioè sempre meno siamo presi dal “mirare” “verso” l'attore che agisce sulla scena; e pensiamo  ai fatti nostri; e l'attore che non si illumina non provocherà in noi spettatori passioni, timori, magari incomprensioni, per quanto succede sulla scena; nemmeno ci disgustiamo più! Insomma gli attori possono farci annegare nella noia più totale! Avete capito? Questo è il risultato dei metodi di insegnamento e di formazione degli attori che si son avuti da tanti, troppi anni; metteteci poi il cinema e la televisione, e la frittata è fatta, povere uova vostre! Avete domande da farmi?”.
La gallina lo guardò fisso negli occhi: “Allora beati i tempi in cui a teatro si andava per ridere a crepapelle, e anche qualche volta per piangere, magari di nascosto, per la commozione che la bravura di un interprete ci procurava!”.
Il gufo sospirò, guardò entrambe le amiche, e disse: “Bisognerebbe ricominciare tutto da capo, tornare alle antichissime due maschere greche del teatro: quella che ride, quella che piange; bisognerebbe che gli attori tornassero a farci ridere e piangere, ma sul serio, eh?, fino a sfinirci; dovremmo giungere a considerarli, gli attori, dei compagni di vita, amici a cui rivolgersi, di tanto in tanto, quando ne sentiamo il bisogno, dentro di noi... per ridere, o per piangere...”.

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