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Fortunosamente, e anche fortunatamente, mi è capitato di intercettare di seguito tre drammaturgie che, ciascuna con le sue specificità estetiche ed artistiche ma tutte e tre in senso lato innervate da un riferimento “religioso”, mi sono sembrate volgere il loro ed il nostro sguardo ad un tema comune

e doloroso, quello del male che impasta il mondo e di conseguenze delle modalità e capacità di comprenderlo, elaborarlo e fronteggiarlo.
Dapprima la discussione intorno a “Bonhoeffer”, recensita in queste pagine, condotta da Vito Mancuso e rielaborata drammaturgicamente da Pino Petruzzelli affrontava il nodo e l’enigma della “incarnazione” cristiana come riscatto e rivendicazione unitaria dell’uomo e della natura nel rapporto con Dio. Da qui la conoscenza e consapevolezza che produce la responsabilità verso il mondo e la reazione della coscienza verso il male enigmatico e tentacolare del nazismo.
Poi la drammaturgia di Antonio Latella e Federico Bellini, “A.H.” anch’essa da me qui recensita, ha analizzato, nel dolore di un corpo progressivamente disarticolato e denudato, la sottomissione della mente e della psiche alla potenza di un male che da politico, anche qui il nazismo nella sua icastica rappresentazione simbolica, si fa metafisico andando alle radici stesse, il libro della “Genesi, della sensibilità occidentale.
Infine in “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi”, già convintamente recensito al suo esordio al Festival VIE di Modena dal nostro Damiano Pignedoli e visto a Milano in tournée all’Elfo-Puccini, Marco Martinelli, Ermanna Montanari e il teatro delle Albe si accostano con “meraviglia”, anzi direi “meravigliandosi” e “meravigliando”, alla esile figure di questa donna birmana assurta agli onori della storia prima che della cronaca.
Ma soprattutto, attraverso di lei, sembrano accostarsi al senso e al mistero della “bontà”, parola ora ispida e spesso incompresa o equivocata, declinata, per così dire, in “buddhismo”, cioè nella profonda significanza e potenza attiva che ha in quella religione, e anche per questo confrontata e messa in tensione con la sua interpretazione brechtiana (un Brecht presente di persona in scena), quella per intenderci de “L’anima buona del Sezuan” che per qualche tempo aveva impegnato, senza esiti teatrali, la loro riflessione.
Lo fanno costruendo sulla scena una sorta di recesso, di platonica caverna, della sua stessa intimità, assediata dal contesto furibondo e violento della dittatura militare che già aveva assassinato suo padre. Un contesto in continua e reciproca relazione, dialettico ma come sovrastato, sempre, da un pensiero potente che cerca e trova legami, alimentando e alimentandosi della forza di chi attraverso quel pensiero riesce a svincolarsi dal male che domina la società.
Così Ermanna non la “recita” o la “rappresenta”, bensì le fa visita entrando con pudore in quel recesso, mai oscuro, e immergendosi in quel flusso di pensiero e di intimità fino a diventarne, sulla scena, essa stessa una sua parte.
È come se la narrazione drammaturgica fosse guidata da questa intimità reciproca, intorno alla quale la figura pubblica e politica di Aung San Suu Kyi, sempre in difesa della democrazia e della tradizione del suo popolo, il suo percorso esistenziale e anche personale, l’esilio e l’amore, il ritorno e la solitudine in quella casa sul lago, si riconosce in quanto e per cosa è stata, per il suo popolo e per il mondo, ma anche, esteticamente e drammaturgicamente, “differente” e più profonda.
Dello spettacolo e della narrazione che propone, da tutti credo conosciuta, dirò solo che questo “Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi” mi è apparso come una poetica riflessione sulla forza rivoluzionaria dello spirito, riflessione governata da Martinelli con una sintassi narrativa e drammaturgica di grande spessore psicologico e articolata in scena dalla intensa forza affettiva, in voce e corpo, di Ermanna, una riflessione che però non perde i riferimenti con la storia pubblica della protagonista.
Questa scorre attorno alla scena, nei bei video di Alessandro e Francesco Tedde, che ripercorrono i punti salienti della vita di Aung dall’uccisione del padre, al matrimonio, alla carcerazione in casa e alle grandi manifestazioni del suo popolo e dei suoi, lei donna colta e sposata a uno straniero, compagni, per talora irrompere nella scena stessa, quasi rovesciata dalle musiche di Luigi Ceccarelli e rivisitata acutamente (tra generali infedeli e spiriti tradizionali) nei toni di un grottesco spiazzante e “illuminante”.
Ecco, dunque, che i tre spettacoli e le tre drammaturgie sembrano dirci che le manifestazioni più eclatanti e anche tragiche della Storia, e del suo Spirito hegelianamente inteso, non sono più che la rappresentazione dialettica e contraddittoria di un flusso di coscienza e conoscenza che tutti ci attraversa e con cui tutti, singolarmente e personalmente, dobbiamo fare i conti.
Quando questa dialettica si attenua o addirittura si interrompe, e la coscienza di ciascuno di noi, o lo spirito o la mente che dir si voglia, tace, e con lei tacciono la consapevolezza, la responsabilità e anche la “bontà”, allora la Storia diventa preda delle sue peggiori pulsioni fino a produrre i mostri del nazismo o delle dittature militari, sotto qualunque nome esse si nascondano.