La lezione di Ionesco

Rappresentare oggi Eugène Ionesco non è mai una rivisitazione ma, io credo, una immersione nella quotidianità più contemporanea cui il drammaturgo francese offre, con la continuità e modernità del suo “paradosso”, strumenti di interpretazione vitalissimi. Sembra questo il filo rosso che ha guidato Valerio Binasco nella messa in scena di questo atto unico al Teatro della Tosse di Genova, in prima nazionale. Un file rouge che legge il cosiddetto assurdo di Ionesco e del suo teatro direttamente come struttura, insieme espressiva e cognitiva, della vita stessa, ancor più oggi ove gli elementi di dissoluzione e simulazione del senso sono diventati “topoi” dei nostri comportamenti interiori ed anche esteriori.
Il paradosso, insomma, non solo come disvelamento di ciò che è nascosto ma come cifra di un fluire della vita in assenza e per la perdita, che Ionesco sembra anticipare, di riferimenti o “valori” condivisi, di identità, di identificazione e dunque di cittadinanza.
Il senso di casualità che informa la vita dell’umanità, ora così esplicito,

è tradotto da Ionesco nel perfetto meccanismo scenico di questa pièce, un essere deiettati nel mondo che costruisce la cifra essenziale dell’essere umano e che si accompagna ad un ineludibile o non ancora eluso meccanismo sociale che incessantemente costruisce maschere in cui un potere sempre più liquido si incista e che irrigidiscono e squilibrano, quasi infettandole, le relazioni.
Così l’energia vitale, l’ingenuità che caratterizza la natura prima del nostro affacciarsi al mondo è perennemente controllata, irreggimentata, repressa fino ad essere talora del tutto soppressa. “La lezione” è dunque una vera lezione su queste persistenti modalità relazionali nel suo mostrare il fronteggiarsi dell’iracondo e ambiguo professore con la giovane studentessa, piena di speranze e slanci, coartata e “violentata” fino alla sua finale tragica uccisione.
Non sfugge, inoltre, in questo lavoro l’intrecciarsi nella scrittura narrativa di elementi autobiografici che permettevano a Ionesco di ben conoscere, avendoli vissuti sulla propria pelle, tali modelli relazionali e, dunque, di poter alimentare con essi la creazione drammaturgica.
A partire dalla relazione con il padre, repressore e violento, ben descritto dal figlio in questa breve citazione: “Mio padre veniva nella mia camera quand’ero collegiale, per controllare che facessi i compiti o per rimproverarmi chissà cosa. Mi alzavo e lo guardavo frugare dappertutto, nei miei cassetti, fra i miei libri. Apriva i quaderni, leggeva il mio diario più intimo, i miei versi ad alta voce. Era rosso di collera, sempre più in collera, mi copriva di ingiurie grossolane”.
La regia punta così a mescolare comico e tragico in un processo scenico in cui l’identificazione, degli attori e del pubblico, diventa straordinariamente a portata di mano ed insieme straordinariamente autonoma, fino rendere amaro anche il riso e strozzarlo in gola.
È singolare del resto che, proprio nel momento della sua paradossale contemporaneità, Eugene Ionesco sembri quasi essere stato dimenticato, e merito di questa resa scenica è anche quello di averne recuperato l’attualità, attraverso appunto il paradosso di voler “fare di questo testo un dramma del caro vecchio e ormai quasi scomparso Teatro”, come scrive lo stesso Valerio Binasco nel foglio di sala.
Una messa in scena efficace, nei movimenti e nella gestione degli attori che trovano con spontaneità accenti e giusta mimica, dal protagonista Enrico Campanati (il professore), a Franco Ravera (il servo-complice) e a Elena Gigliotti (la giovane studentessa). Tutti e tre intensi e molto a loro agio per un vero “teatro di Attori” come lo definisce Binasco. Scene, molto belle, di Emanuele Conte e costruzioni di Alessandro Garrone, assistente alla regia Elisa d’Andrea. Costumi di Bruno Cereseto e Daniela De Blasio.
Una produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse dal 20 marzo al 4 aprile alla sala Campana per l’omonimo Cantiere. Pubblico numeroso e moltissimi applausi.

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