Nel lago dei leoni

Si è aperto a Genova Sestri Ponente il sesto Festival di teatro Akropolis e si chiuderà il 3 maggio prossimo. Un festival assai singolare ed eterodosso quello della Compagnia Akropolis in quanto integra, e lo fa efficacemente, le caratteristiche della rassegna di spettacoli a quelle del convegno, o meglio di una sessione annuale di studio, segnata da laboratori e seminari, che ci focalizza sulla evoluzione e sulle tendenze della drammaturgia contemporanea italiana, con uno sguardo particolare alla “ricerca”.
Per “Akropolis” il teatro appare una continua evoluzione, un itinerario all’interno della quale ogni evento spettacolare è solamente una tappa, e non un approdo, di una navigazione di lunga durata, ricordando tra gli altri Alessandro Fersen che non a caso è uno dei riferimenti principali della compagnia. Lo testimonia

del resto la sua produzione drammaturgia ove l’incontro con il pensiero Nietzchiano dà vita a un vero e proprio viaggio, a uno spettacolo complesso e unitario ma comunque in “itinere” e non nello spazio, bensì nel tempo e di cui attendiamo di vedere a fine aprile l’ulteriore “mutazione”.
L’esordio è stato affidato quest’anno alla compagnia “Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa” di Torino, ormai notissima a tutti, con questo suo spettacolo che ha come sottotitolo “dalle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi”, mistica del 500.
L’estasi si configura qui, con modalità che del resto credo si possano, mutatis mutandis, rintracciare nelle stesse esperienze espressive e drammaturgiche elaborate dalla compagnia in quasi trent’anni, come uno slancio verso un altrove trascendente che, anche quando ne siamo separati o distaccati, e lo siamo quasi sempre, continua incessantemente e profondamente ad influire su di noi.
L’estasi mistica inoltre, alimentata come è da un amore travolgente in cui le componenti sacre e quelle carnali si confondono indissolubilmente, appare un tentativo di unione, un vero e proprio matrimonio, tra creatore e creatura che dà all’uno e all’altra ontologia e legittimazione. Viene alla mente Giordano Bruno, e il suo Dio insieme trascendente e immanente, quando attraverso la mistica si “conosce” un Dio che ha bisogno delle sue creature come queste hanno bisogno di Dio. Unione contro separazione, una separazione che produce quel disequilibrio di cui si alimenta ogni potere, compreso quello patriarcale.
Così per Maddalena de Pazzi, nella sua clausura fiorentina, come per Teresa d’Avila o anche come per Rosvita di Gandersheim L’estasi mistica o anche quella estetica è una ribellione, una rivendicazione di ciò che a loro e a tutte le donne doveva essere negato in nome proprio di quel potere e di quello squilibrio, non solo ovviamente di genere. Una ribellione ed una rivendicazione che si arma proprio di quelle armi che quel potere le aveva lasciato, il radicamento nella vita e la forza dell’amore come atto di creazione anche quando è visitato misticamente.
Scriveva Teresa d’Avila in una sua epistola, poi chiusa da alcuni potentissimi versi: “Specialmente se l’impeto è assai forte, sembra che non si possa sopportarlo senza che l’anima non si adoperi a far qualcosa per Dio......soffrir fate e non ferite/né rimpianto alcun lasciate/dell’amor per le creature.”
La articolazione e la riesposizione scenica di quelle parole infuocate e quasi “travolte” dalla loro stessa sonorità, nella regia e scrittura di Marco isidori, è drammaturgicamente organizzata in un movimentato dialogo in cui sembra continuamente sfuggire l’altro così disperatamente cercato. La qualità fortemente pittorica della sintassi dei Marcido Marcidoris sembra così trovare in quelle parole alimento e ulteriore potenza espressiva, anche nell’accurato multilinguismo in cui italiano del 500 e latino ecclesiastico paiono l’un l’altro accendersi e perpetuamente incendiarsi.
Ne esce infine enfatizzata la eccezionale qualità vocale della protagonista Maria Luisa Abate, capace di sonorità contrastanti nell’ampio spettro delle sue possibilità, qualità a cui la capacità mimica e di gestione di un corpo minuto ma dalla grande forza non solo espressiva fa da incessante sostegno. Con lei, anzi sopra di lei affacciati quasi al palcoscenico, Paolo Oricco, Valentina Battistone e Stefano Re ne accompagnano con abilità i tempi recitativi.
Già segno identificante della Compagnia, anche in questo spettacolo la scena appare come un meccanismo che necessita di tempi e ritmi armoniosi e perfetti e pertanto grande importanza rivestono le articolate macchine sceniche che accompagnano e insieme “svelano” il procedimento drammaturgico.
Daniela dal Cin ci offre in effetti un altro esempio della sua grande bravura ideando una sorta di seggio sospeso nell’infinito dello spazio e del tempo, un ideale trampolino per lo slancio mistico che la parola di Maddalena impone.
Uno spettacolo molto bello per l’esordio di un Festival che promette molte e molto interessanti sorprese. Tutto esaurito e molti applausi da un pubblico per buona parte dello spettacolo “rapito”.

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