Le due vite

Melologo definisce questa sua drammaturgia Marcello Fera, violinista e direttore già noto per aver fondato e per dirigere tuttora l’ensemble di archi “Conductus”, quasi a ribaltare il consueto rapporto che vi è in scena tra musica e testo, così che quest’ultimo più che ispirare la prima ne è come generato in lunga gestazione e partorito in palcoscenico.
Una traslazione dialettica interessante che per di più sembra avere il merito di riconsegnarci, ed aiutarci così a riappropriarci di una narrazione di oltre cinquant’anni fa, figlia di un contesto intellettuale che faceva dello sguardo sugli ultimi il grimaldello per ribaltare rapporti di potere che sembravano socialmente insuperabili.
Tratto da “Autobiografie della Leggera” di Danilo Montaldi, intellettuale amico di Gian Giacomo Feltrinelli e allora ben noto negli ambienti della nuova sinistra anche per il suo passato recente (la guerra non era lontana) di rivoluzionario e resistente, è liberamente ispirato alla storia di Cicci il cui prostituirsi, frutto del degrado economico dell’ambiente in cui viene alla luce, diventa in un certo senso un percorso di auto-coscienza e, in fondo, di riscatto,

tanto profondamente così percepito, da provocare una sorta di nostalgia nella donna infine integrata (moglie e madre).
La “leggera” infatti è nome collettivo che definisce quella sorta di limbo sociale che sopravvive tra la delinquenza vera e propria e la vita “ordinata”. Una narrazione in senso lato gaddiana senza però la forza intellettuale e l’asprezza del grande narratore lombardo, più vicina se vogliamo alle esperienze intellettuali e artistiche sviluppate nella Milano del dopoguerra, ricordiamo Ornella Vanoni e Strelher, con il recupero del patrimonio delle canzoni della mala.
A metà strada tra una “ingenua” bontempelliana e la “Bella Addormentata” di Rosso di San Secondo, la narrazione sembra però scegliere la superficie di una più immediata analisi sociologica, certamente ben finalizzata, scartando quasi la violenza, fisica e psicologica, di quel mondo e facendo della Storia di Cicci soprattutto e anche solo una specie di storia “esemplare” e, volendo, educativa.
La drammaturgia ne risente e nonostante la forza propulsiva e amplificante della musica sembra scontare la lontananza di quel mondo riuscendocene a dare solo una immagine un po’ sfocata e scolastica.
In scena, con il Trio Conductus (Marcello Fera al violino, Nathan Chizzali al violoncello e Silvio Gabardi al contrabbasso), Johanna Porcheddu dà a Cicci interessante presenza scenica, talora un po’ distaccata, con toni onirico felliniani che mettono un eccessivo spessore rispetto al contatto con la sofferenza di una vita comunque difficile.
La regia è dello stesso Marcello Fera, il costume di Johanna Porcheddu è di Alexandra Stelzer, fonica e luci invece sono di Mauro Lazzaretto.
Fuori abbonamento al Teatro Duse di Genova, ospite dello Stabile, il 31 marzo e il 1 aprile, è una produzione della Associazione Conductus. Meritevole credo di una migliore collocazione, ha subito la concorrenza di altri esordi, ma il pubblico presente ha apprezzato con buoni applausi.

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