Ricordo di Squarzina

Si è tenuta lunedì 27 aprile, nei nuovi spazi del genovese “Museo Biblioteca dell’Attore”, la presentazione degli atti del convegno su Luigi Squarzina svoltosi nell’ottobre 2012 presso la Fondazione Cini di Venezia ed oggi, finalmente, riuniti nel volume “Luigi Squarzina, studioso, drammaturgo e regista teatrale” a cura di Maria Ida Biggi. È questo, forse, il primo tentativo di dare organica “ragione” della poliedrica attività di quest’uomo di teatro, semplicemente ma credo anche coerentemente mi piace definirlo così, romagnolo di famiglia, livornese di nascita e romano di adozione, scomparso due anni prima nel 2010, a ottantotto anni dopo aver dunque attraversato molte, e tra le più importanti, stagioni del teatro italiano.
Sotto la presidenza di Alberto Beniscelli, dell’Università di Genova, e di Eugenio Pallestrini, presidente del Museo Biblioteca dell’Attore, ne sono stati autorevoli “commentatori” Guido Davico Bonino e Marco Sciaccaluga, che di Squarzina è stato collaboratore negli ultimi suoi anni di direzione a Genova. Ha partecipato, oltre ovviamente alla curatrice del volume, anche Silvia Danesi Squarzina.
Luigi Squarzina è stato, come noto, uomo dai molteplici interessi ma di grande coerenza e onestà intellettuale, e

ha dato un essenziale suo contributo alla crescita e al rinnovamento post-bellico del teatro italiano, contributo ai nostri giorni talvolta, come spesso accade in Italia, per così dire “sorvolato”. Un intellettuale acuto, innanzitutto, che si definiva o meglio si riconosceva in primo luogo come drammaturgo, un drammaturgo autore che, per la passione e la voglia di rompere le barriere allora (solo allora?) imperanti, si è rivolto all’attività pratica, concependo il teatro come attività collettiva, non solo nella fase della creazione artistica, ma anche e soprattutto nel suo svilupparsi attraverso il rapporto con il pubblico e la comunità di riferimento.
Un teatro politico nel senso più pieno del termine, che sapeva andare oltre uno specifico filone storico-documentario per dispiegarsi anche in altre modalità (il rinnovamento di Goldoni, Brecht, la stessa avanguardia) ma conservando sempre come stella polare una sua funzione trasversalmente didattica, nel senso della sua capacità maieutica di sollecitare una funzione critica, spesso colpevolmente “addormentata”, negli attori e fino al pubblico, in quanto entrambi rappresentanti di una “polis”.
In questo senso e per questo la manifestazione genovese si è inevitabilmente trasformata nel ricordo, anche attraverso un bel filmato che ne riassumeva gli esiti in scena, dell’uomo e del regista che per oltre 14 anni (dal 1962 al 1976) ha rappresentato a fianco di Ivo Chiesa una stagione, credo quella più importante, della vita del Teatro Stabile di Genova.
Una lunga stagione durante la quale il concetto di Teatro “Stabile” ha tentato di assumere il suo senso pieno, a partire dalla continuità dell’ensemble e dalla coerenza del repertorio, una stagione in cui dunque lo Stabile genovese è stato vicino come non mai ai più prestigiosi teatri pubblici europei, a partire da quelli tedeschi.
Lo riconosceva tra gli altri Peter Stein che dichiarava in quegli anni che “per la verità proprio lo stabile di Genova è in Italia il maggior sostenitore dell’idea di ensemble”.
Ensemble e repertorio, dunque, come idea insieme artistica, intellettuale ed anche organizzativa costituirono il filo rosso di quella esperienza, non più replicata e forse, rebus sic stantibus, non replicabile, all’interno della quale hanno potuto trovare coerente sistemazione i più diversi filoni dell’attività di Luigi Squarzina, come autore, come regista e come, in senso lato, “maieuta”, ruolo già tentato e sperimentato con la fondazione e implementazione dello storico DAMS bolognese.
In questo senso perde spessore la diatriba spesso tentata sulla base della presunta contrapposizione tra intellettuale e artista, modalità che in Squarzina non sono mai apparse contrapposte o contraddittorie ma piuttosto integrate in una coerente visione del teatro come organismo che non poteva e non può separarsi (con il formalismo, ad esempio, diceva) dalla sua comunità, pena la condanna ad una sostanziale “irrilevanza”.
Dell’esperienza di Luigi Squarzina, oltre alla comune frequentazione, seppure in tempi ovviamente diversi, del DAMS di Bologna, mi rimane soprattutto l’intervista che lui mi concesse, era l’anno 2000, nella sua casa romana. Una intervista lunga e partecipata, pubblicata su Parol, quaderni d’arte e di epistemologia, sia nella sua edizione on-line che in quella cartacea (n. 16 2002 Meltemi editore).
Più che una intervista, appunto, una esperienza, tra l’altro, ed è credo significativo, citata a rappresentazione dell’idea di teatro di Luigi Squarzina nella corso della “Giornata Mondiale del Teatro” tenutasi il 27 marzo 2014 presso il Senato della Repubblica (la relativa documentazione è rintracciabile su Web nel sito UILT).

 

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