Morte di Zarathustra

Clemente Tafuri e David Beronio, drammaturghi del genovese Teatro Akropolis, proseguono la loro personale ricerca dentro lo sguardo di Nietzsche, anzi dentro quel magma che scorre e ribolle nelle interiora mitiche di una umanità che sembra averne perso memoria ma di cui paradossalmente sembra conservare una indistinta nostalgia, dentro quel magma dunque in cui lo sguardo di Nietzsche aveva saputo fissarsi con una acutezza ed una sapienza che ha pochi eguali.
Ma quello sguardo è qui ancora una volta una guida, virgiliana direi, affascinante e sapiente ma che non prevarica, così che i drammaturghi possono in esso e di esso cercare e utilizzare, talora riuscendovi con più o meno intensità, una intensità che però con il tempo cresce e si rafforza, la forza maieutica e

demiurgica insieme, disvelatrice dei nostri più profondi pensieri e creatrice di storie e narrazioni che quei pensieri paradossalmente e aleatoriamente cercano di fissare in suono o infine in parola.
Quattro personaggi, tre uomini e una donna ovvero tre attori ed una attrice, in una scena occupata da una luce flebile, da un tozzo mobile e da suoni che traslano in musica e tranche quasi in transito verso l’oblio, sembrano interrogarsi sul loro posto nell’universo e sulla loro caduta in un mondo sconosciuto e che forse non li riconosce. Cercano, a partire dalla cosa che per prima conoscono, il loro corpo e i suoi indistinti sentimenti, in relazione con altri corpi ed i loro indistinti sentimenti, e sembrano desiderare una condivisione che si radica in ciò che a tutti appartiene e dunque non appartiene a nessuno.
Memoria mitica, la definiscono i drammaturghi, una radice che crea e produce ed i cui frutti presenti sono così lontani da apparirle estranei, un fondo di volontà e forza che contro tutti i tempi e tutti gli spiriti della storia ci rende quello che in fondo siamo.
Il teatro è per Beronio e Tafuri il luogo di questa affermazione, anzi di questa ri-affermazione che alla fine produce la parola e la sua narrazione autentica, in una spontaneità che cerca di sfuggire dalle approssimazioni secondo una lezione molto contemporanea e con pochi ma chiarissimi padri, da Nietzche a Fersen, passando per Grotowsky e Artaud, che ha attraversato ed attraversa questa drammaturgia nel suo ripetuto farsi.
Uno spettacolo, di cui Beronio e Tafuri sono anche registi, più maturo, oltre che nella intensità intellettuale, anche nella sua più faticosa articolazione scenica, più maturo anche nella recitazione di Luca Donatiello, Francesca Melis, Alessandro Romi e Felice Siciliano che ne assecondano con più naturalezza ritmi e temi.
Produzione dunque del teatro Akropolis, domenica 19 e domenica 26 aprile sul finire dell’omonimo festival, quest’anno molto articolato e dunque interessante. Il pubblico ha più volte richiamato in scena i protagonisti.

 

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