Due

È iniziata con questa mise en éspace alla Piccola Corte di Genova la consueta (sono ormai quasi vent’anni) “Rassegna di Drammaturgia Contemporanea” del locale Teatro Stabile, rassegna cui da quest’anno è opportunamente offerto più spazio, proseguendo ben oltre l’inizio dell’estate e con una decina di repliche per ognuno dei cinque spettacoli selezionati.
Con la sintassi aspra e violenta abituale nella drammaturgia anglosassone contemporanea, in un certo senso figlia recente delle avanguardie nordiche di fine ottocento, questo testo datato 1989 dell’inglese Jim Cartwright si articola e racchiude all’interno del rapporto di coppia di due gestori di pub, rapporto dolente e amaro segnato da un evento che, come nei migliori noir, si svela e giustifica nel finale, una serie di altre vicende/eventi che analizzano attraverso diverse narrazioni del rapporto a “due”, come sonde infilate nel corpo profondo della Società, la natura fondante ed esplicativa che questo ha nella sua passata e contemporanea strutturazione.
Un rapporto segnato da una violenza fondativa, quella dello squilibrio di genere che in esso si è come dire istituzionalizzato, e che

non riesce ancora a pienamente superare, nonostante la consapevolezza che con il tempo è emersa, la sofferenza che ne consegue, una sofferenza che infine travolge, come nei sintetici quadri che lo spettacolo ci offre, sia l’uomo che la donna e non sempre solo in via metaforica.
A partire dalla squarcio aperto su tale violenza e sofferenza da “Danza di morte” di August Strindberg, che pure ne era coinvolto fino alla aperta rivendicazione, ovvero alle anche involontarie aperture e inconsapevoli alleanze di Ibsen, il nodo gordiano (o freudiano?) di tale rapporto non si è ancora sciolto ed è, anzi, apparso sempre più come sintagma, non solo estetico o psicologico ma anche storico e sociologico, della modernità. Il teatro continua a cercare “vie” talora con efficacia anche oltre “l’arte”.
Così si alternano in scena, con ironia e talora momenti di comicità, il maniaco del sesso e la ragazza che vuole “redimerlo” nel matrimonio, l’anziana ormai spossata ma in fondo affezionata e nostalgica dell’uomo che ne ha accompagnato la vita fino al triste declino della malattia, oppure l’amante “seriale” imprigionata nella irresolutezza che mai riesce a rivendicare una stabilità ed una identità piena, il marito violento e geloso e la donna sottomessa alla sua violenza in un circuito di tragica infelicità, e altri più sfumati e occasionali come le irrisorie e innocue fiammate di passione della titolare.
Il centro ed il rimando di tutti questi dialoghi, che sempre sembrano guardare nel presente all’assenza di un interlocutore “vero”, è dunque l’incomunicabilità che rende i protagonisti incapaci di elaborare il lutto di una vita sfortunata, e così ribaltarla.
Solo i protagonisti, i due gestori del pub, alla fine, e con la paradossale mediazione di un telefonino prima di guardarsi negli occhi, riescono a comunicarsi reciprocamente il loro lutto (la morte in un incidente d’auto del figlio di sette anni) e così ad iniziare ad elaborare quel profondo dolore, causa di una ostilità involontaria, facendo dunque intravvedere una pur difficile strada comune, un primo medicamento contro quella violenza fondativa, sia per loro che in fondo anche per ognuno di noi.
La regia di Massimo Mesciulam fa anche in questa occasione tesoro della ristrettezza degli spazi della Piccola Corte, una scena costruita all’interno del palcoscenico del teatro della Corte, allestendo una sorta di open space che affianca, ai due lati, il piccolo bancone e le poche sedie ad indicare il pub con gli spogliatoi-camerini dei due attori che così cambiano ruolo e costumi in scena enfatizzando l’effetto di coinvolgimento, condivisione e immedesimazione del pubblico che li guarda dall’anfiteatro.
I due protagonisti, Angela Ciaburri e Davide Mancini, si alternano con abilità e professionalità nei quattordici personaggi della pièce, confermando nella gestione del corpo e della voce una buona preparazione che asseconda con disinvoltura i ritmi narrativi e le scelte registiche.
Messa in scena nella versione italiana, efficace nel riproporre la icasticità talora greve del parlato contemporaneo, di Serena Zampolli, ha ricevuto una calorosa accoglienza e sarà in cartellone fino al prossimo 23 maggio.

 

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