Robinson Crusoe, il best seller

Alberto Gozzi stupisce, nel senso che riesce a ricreare meraviglia, con questa sua agile drammaturgia che si caratterizza da un lato per la bellezza della lingua e della scrittura, sia letteraria, nel suo riuscire a traslare classicamente le articolazione della più stretta contemporaneità, sia scenica, organizzata com’è su più piani significativi e con fecondi meticciamenti espressivi e comunicativi, e dall’altro per il rigore della costruzione drammatica che pare alludere sia ai goldoniani “memoir” che alla ontologia e autonomia dei personaggi di lettura pirandelliana.
Il tema è la costruzione del racconto, con le occasionalità e contingenti interferenze che lo caratterizzano, a partire da un classico della letteratura (omettiamo ogni definizione di genere letterario) come Il Robinson Crusoe di Defoe; l’oggetto è dunque la genesi della creatività, una genesi che rivendica molti padri e molte madri ma al cui fondo persiste il dubbio, il dubbio sulla sua realtà e sul suo essenziale essere.
In scena uno sconfortato Defoe cerca di convincere l’editore Taylor a comprargli il suo nuovo romanzo,

Robinson Crusoe, appunto, non ancora scritto, sulla base di una semplice sinossi ed è accompagnato nei suo sforzi, ma per nulla aiutato, dai fantasmi della sua esistenza in forma di personaggi che emergono dal tessuto della sua narrazione in farsi.
Con efficace slittamento linguistico il drammaturgo trasforma questo suo sforzo in un breve filmato contestualmente proiettato in scena, sorta di realizzazione in bozza del suo pensiero creativo, e che ha come protagonisti un improbabile Robinson Crusoe ed un altrettanto improbabile Venerdì.
La narrazione quindi scivola tra i diversi piani narrativi, tra dialoghi e monologhi, e, in un continuo flash back, è proprio negli interstizi dei diversi orizzonti, che si sovrappongono in una contemporaneità di piani narrativi che tende a ricostruire e ricondurre nel qui e ora della scena ogni apparente profondità di tempo e di spazio, che trova una sua precaria ontologia.
Così, nella relazione tra lo scrittore affannato dal suo difficile presente e l’editore apparentemente disattento, la narrazione sembra venire reiventata, perché ancora non scritta nel tempo della scena, ma in realtà viene svelata nella sua profonda essenzialità, tra genitori esigenti e limitanti e pappagalli dalla vocazione letteraria, tra segretarie amanti del gossip e della modernità più superficiale e sogni ed avventure che rivendicano il loro esistere. E alla fine, per nostra fortuna, l’editore è convinto così che gli scaffali delle nostre biblioteche hanno potuto arricchirsi.
Alberto Gozzi cura anche la regia, ma in lui i due piani, quello della scrittura e quello della messa in scena, non sono scindibili tra loro ma al contrario si assecondano vicendevolmente nell’idea che la drammaturgia è scrittura per la scena e la regia è drammaturgia per così dire incarnata nel movimento contingente.
Ne è riprova la gestione della recitazione che trova ottimi interpreti in Giulia Accatino, Roberta Accornero, Andrea Belotti, Massimo Giovara ed Eleni Molos sul palcoscenico, e in Paolo Brunati e Francois Ndayambaje sullo schermo, nel racconto video di Francesco Ghisi.
Ha efficacemente collaborato lo staff con Claudia Conte, Mariangela Durante, Lavinia Giammarruco e Paolo Raimondo.
Come non sempre accade, questo lavoro di Alberto Gozzi è pertanto non solo un bellissimo spettacolo ma anche un invito alla riflessione sulle modalità espressive della drammaturgia nella contemporaneità, e dunque sulle potenzialità che l’intrecciarsi di spinte e stimoli linguistici nuovi e inaspettati hanno sul rinnovamento di un teatro che non si snatura ma bensì si apre, come sua essenza, alla comunità che lo circonda.
È così un interrogarsi sulle nuove modalità di fruizione del linguaggio letterario, dal teatro al romanzo, spesso conosciuto solo da trailer, presentazioni televisive, racconti di terzi, riassunti e sentito dire, oppure pomposamente dibattuto quasi che la sua forma pienamente classica fosse solo un impiccio, ovvero è una ironica sottolineatura della moda dei prequel, come se il significato di una narrazione letteraria non fosse in sé, nella sua piena esplicazione, bensì in un prima da indagare. Entrambi forse un modo, molto di moda, per fuggire ancora.
Un ottimo lavoro quello di Gozzi, in scena negli spazi della ex birrificio Metzger-Centro di Cultura Contemporanea di Torino dal 26 al 31 maggio, prodotto da Radiospazioteatro e Fondazione Teatro Piemonte Europa. Accoglienza entusiastica del pubblico allo spettacolo e ai suoi protagonisti.

 

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